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Patricia e gli altri: le storie di chi non si trova più 
Viviana Daloiso
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Ospedale militare di Neder Over Heembeek: il via vai di telecamere cerca conferme che non arrivano, i medici escono distrutti, le famiglie arrivano straziate. È qui il cuore di Bruxelles, e la ferita aperta. Qui si attende la parola definitiva sulle dimensioni della tragedia del 22 marzo, che ufficialmente ha fatto 31 morti ma che ancora non ne conosce nomi e volti.

«Nessuno è stato ancora identificato formalmente»: la portavoce della procura della capitale belga, Ine Van Wymersch, ripete la frase come un mantra. Le ultime cifre ufficiali invece sono state fornite dalla ministra della Salute, Maggie de Block, che ha parlato di 300 feriti di circa una quarantina di nazionalità. Ne restano in ospedale, gravi, 150, di cui 61 in terapia intensiva, e 4 non sono ancora identificati: sono in coma e irriconoscibili.

Alle domande insistenti sulle tempistiche così lunghe per l’identificazione d'altronde rispondono i particolari sempre più drammatici degli attentati: chiodi e pezzi di ferro nelle bombe, che hanno dilaniato i corpi rendendoli praticamente irriconoscibili. Un puzzle degno dei peggiori film horror. E i racconti del personale sanitario sono anche peggio: parlano di ferite impossibili da suturare, ustioni gravissime, come se quei pazienti fossero tornati dalla guerra.

Eppure i primi nomi delle vittime degli attentati di Bruxelles cominciano a trapelare: li fanno le famiglie, gli amici, i colleghi di lavoro. Se n’è andata Adelma Marina Tapia Ruiz, 36 anni, mamma di due gemelle di appena 3 anni: si stava imbarcando con loro e il marito all’aeroporto, Christopher s’era allontanato un attimo per rincorrere le piccole che si inseguivano nell’area check in. Lo spazio di qualche secondo, il kamikaze che si fa esplodere proprio lì accanto alla mamma. Poi la polvere, le urla. Di Adelma resta il sorriso sulle foto, il sogno di aprire un ristorante peruviano a Bruxelles.
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Anche Leopold Hecht, 20 anni appena, non ce l’ha fatta: era rimasto ferito nell’esplosione in metropolitana, è morto in ospedale. A comunicarlo è stata l’Università Saint-Louis-Bruxelles, dove il giovane studiava legge e coltivava la sua grande passione per il teatro. I suoi genitori hanno deciso di donare i suoi organi: "Avrebbe voluto così", racconta la mamma straziata dal dolore.
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Una foto tratta dal profile Facebook

Gli altri due nomi quasi certi sulla lista delle vittime sono quelli di Olivier Delespesse, 45 anni (sarebbe rimasto ucciso nella metro mentre andava al lavoro, presso la sede del governo di Vallonia, dove si occupava di istruzione) e Fabienne Vansteenkiste, 51 anni (impiegato dell’aeroporto). Poi l’infinito elenco dei dispersi, le persone di cui le famiglie non hanno più notizie da quel maledetto 22 marzo. Parenti e amici le cercano su Internet, l’unico mezzo a loro disposizione per chiedere aiuto e non sentirsi impotenti.


Tra loro c’è Patricia Rizzo, la funzionaria italiana di cui si sono perse le tracce dopo l'attentato alla metropolitana. Patricia, 48 anni e un passaporto italiano – la sua famiglia è immigrata in Belgio dalla provincia di Enna, in Sicilia – lavora all’Ercea, l’Agenzia esecutiva del Consiglio della ricerca Europea (Research Council Executive Agency), un organismo della Commissione Ue. Da martedì mattina non ha dato più notizie di sé né ai suoi colleghi di lavoro, né alla sua famiglia. Patricia, che in precedenza aveva lavorato all'Efsa, l'Autorità europea di sicurezza alimentare con sede a Parma, prendeva ogni giorno la metro, e passava dalla stazione di Maelbeek per andare in ufficio, in Place Charles Rogier 16, nel centro di Bruxelles. I suoi parenti e amici la cercano e chiedono aiuto sui social media e hanno postato una sua foto su Facebook.

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E ancora Catherine de Lylle, Johanna Atlegrim, David Dixon, Alin Bastin, Loubna Lafquiri: avevano tutti preso la metropolitana quella mattina, non sono mai arrivati a destinazione.

André Adam, 79 anni, era seduto con sua moglie all'aeroporto in attesa del suo volo: sua moglie Danielle è fra i feriti, dopo il frastuono e il fumo ha allungato la mano per stringerlo e non l'ha più trovato accanto a sé. Di Sabrina Esmael Fazal, 25 anni, si sa l'altezza (1,68), il colore dei capelli (castani) e che stava andando a scuola in metro, di Janina Panasewicz che aveva una cicatrice di una recente operazione alla tiroide. Di Frank Deng c'è un selfie, l'orario del volo che doveva prendere per Lubiana: 9.05. Di Justin e Stephanie, findanzati trentenni, è rimasta soltanto la macchina, parcheggiata fuori dall'aeroporto: avevano accompagnato la mamma di lei, l'avevano salutata. Nessuno sa dove siano finiti.    
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