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UNA NAZIONE SOTTO CHOC
Stati Uniti, massacro
alle elementari
Lucia Capuzzi
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«Non qui, non qui. Non può essere accaduto a Newtown». È sconvolta Lise, parla a fatica mentre stringe a sé la figlia di otto anni. La piccola, come i due fratellini, è uscita incolume dalla “scuola della strage”.
Altri 20 piccoli e sei adulti, purtroppo, non ce l’hanno fatta. A questi si aggiungono quattro persone, ferite e in gravi condizioni. Il più cruento massacro della (turbolenta) storia recente degli Stati Uniti. «Pensavamo fosse il posto più sicuro della terra. E, invece…» E, invece, questa cittadina provinciale di meno trentamila abitanti, del Connecticut, a tratti monotona, dove le case sono cottage col giardino, si è trovata, d’un tratto, faccia a faccia con l’orrore. Cento chilometri separano Newtown da New York: è la stessa prossimità fisica a enfatizzare la distanza reale tra i due centri. A Newtown non si fa lo slalom tra gli ingorghi per arrivare a lavoro, non si dorme col sottofondo delle ruote delle auto sull’asfalto, non si cammina con la borsa stretta a tracolla. Newtown è una cittadina tranquilla. O almeno credeva di esserlo. Fino a ieri.

I 600 baby studenti – dai cinque ai dieci anni – erano in classe da poco più di un’ora nella scuola elementare Sandy Hook quando dall’istituto è arrivata una chiamata di emergenza. La polizia, che si è precipitata sul posto, si è trovata di fronte una scena disperata: alunni che correvano fuori urlando, vetri in frantumi, pianti convulsi. Un inferno.

Non è facile ricostruire la dinamica dei fatti. Le informazioni sono ancora confuse, frammentarie, incomplete. Una delle mamme, che si trovava all’interno dell’edificio al momento del massacro, ha detto di aver visto un uomo mascherato entrare nello studio del preside. Poco dopo, la donna ha sentito una raffica di spari. Richie, il fratello 17enne di un allievo, anche lui nella struttura durante l’agguato, ha detto di aver visto un docente balzare di scatto e afferrare alcuni bambini nei paraggi per chiuderli dentro un’aula, al riparo. L’insegnante, a quel punto, è tornato indietro per cercare altri bambini, trascinarli in un angolo e far loro scudo con il proprio corpo. «Ho sentito tanti spari. Poi è arrivato un poliziotto e ci ha portato fuori», ha raccontato la piccola Vanessa, nove anni. Pochi i dati certi illustrati dal portavoce della polizia di stato, Paul Vence. L’assalitore, Adam Lanza, 24 anni, è morto. Il suo corpo è rimasto per ore nello studio del preside. Il giovane indossava un giubbotto anti-proiettili e aveva con sé quattro armi, acquistate legalmente. Con queste ha esploso oltre cento colpi. Poi – almeno secondo le prime indagini – si sarebbe tolto la vita: di sicuro, prima di morire ha ucciso il preside e lo psicologo dell’istituto, entrambi nella stanza. Non si capisce nemmeno se il killer abbia agito da solo o con l’aiuto di un complice. Nel bosco, non lontano dalla Sandy Hook, la polizia ha fermato un altro ragazzo che indossava una tuta mimetica: si tratta del fratello minore di Lanza. «Non sono stato io», ripeteva, mentre le forze dell’ordine lo portavano via.

Ancora più confuso il movente. Quando la polizia è arrivata a casa di Lanza, a Newtown, si è trovata di fronte un altro cadavere: forse quello del padre del killer. Adam l’avrebbe ucciso prima di recarsi a compiere il massacro. In New Jersey è stato rinvenuto cadavere, all’interno di un appartamento, anche un fratello dell’assassino. La sua fidanzata e un altro amico sarebbero, inoltre, scomparsi. Nel mirino del giovane, probabilmente, la madre Nancy, una delle insegnanti della Sandy Hook, crivellata di colpi dal figlio mentre era in classe. Su di lei, Lanza avrebbe aperto il fuoco per prima. Poi avrebbe sparato agli alunni e avrebbe continuato a fare fuoco mentre fuggiva dall’aula, colpendo a casaccio. Prima di suicidarsi nello studio del preside.

La tragedia – l’ennesima nel Paese e la terza solamente quest’anno – ha riaperto la polemica sulla libera (fin troppo secondo alcuni) circolazione delle pistole. La Casa Bianca ha ribadito l’impegno a frenare la diffusione di armi. Lo ha detto il portavoce Carney. Poi, il presidente Obama è apparso in tv, con le lacrime agli occhi. «La mia è una reazione da genitore», ha detto il leader. «I nostri cuori sono infranti. Dobbiamo impedire che fatti del genere si ripetano», ha dichiarato, sottolineando che: «Abbiamo sopportato troppe di queste tragedie». E ha concluso: «È un crimine atroce». Il presidente ha proclamato tre giorni di lutto: fino al 18 tutte le bandiere statunitensi rimarranno a mezz’asta.
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