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De Mistura: «In Siria la tregua regge»
Luca Geronico
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Il conflitto si è «ampiamente fermato, ampiamente ridotto. Ampiamente». Si ferma solo un istante Staffan de Mistura, l’inviato speciale delle Nazioni Unite, come a prendere fiato al termine di una giornata passata con la task force che sta monitorando la tregua. L’ennesimo round di una estenuante maratona.

Ambasciatore, prima di parlar della tregua, permetta: come si sente, dove trova la forza per continuare ogni giorno a mediare?
Vede, ogni giorno, da un anno a questa parte, mentre mi recavo al lavoro, in Siria si registravano tra i 60 e gli 80 morti. Ogni giorno pensavo e, mi permetto di dirlo, pregavo per loro mentre ci impegnavamo per mettere fine a questo tremendo conflitto. Sapere che con questa maratona tutto questo può fermarsi, forse si sta fermando; sapere che tutto questo tra venerdì e sabato si è ampiamente fermato, tutto questo già toglie qualunque fatica.
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Allora la tregua, sostenuta pure da una risoluzione Onu, starebbe reggendo? Che giudizio dà di questo primo giorno di cessate il fuoco?
Bisogna sempre parlare con cautela in un conflitto con così tanti elementi di disturbo, ma il giudizio è positivo: non si sono verificati seri incidenti, non c’è stata una serie di attacchi collegati e sopratutto non ci risultano interventi di aerei e di elicotteri.

Qualche giorno fa lei affermò che l’accordo di Monaco, al di là delle dichiarazioni dei leader mondiali ad uso delle opinioni pubbliche interne, era un fatto nuovo. Ora, in più, c’è una risoluzione Onu e sono stati consegnati i primi aiuti umanitari alle città assediate. Conferma la «novità» capace di far procedere il processo di pace?
La gente, i siriani, quando un mese fa iniziai il dialogo di preparazione ai colloqui di Ginevra mi mandarono moltissime e-mail in cui mi dicevano: «Quello di cui noi abbiamo bisogno non è una conferenza, ne abbiamo avute tante. Abbiamo bisogno di cibo, medicine e di poter camminare per strada assieme ai nostri figli senza essere terrorizzati dall’arrivo di un bombardamento, di un colpo di mortaio. Queste sono le due cose che chiediamo. Poi il dialogo, la conferenza sarà più cedibile». Li ho ascoltati, non potevo non ascoltarli. E Monaco di Baviera – grazie alla determinazione sia americana che russa, due portabandiera per questi obiettivi – ha prodotto una accelerazione sugli aiuti umanitari e un impegno per l’accelerazione sulla riduzione della violenza. E ne abbiamo avuto la prova subito: quando sono stato a Damasco abbiamo potuto portare 114 camion in cinque località raggiungendo così circa 100mila persone in luoghi assediati. Questo non è sufficiente: ci sono 400mila persone sotto assedio. Giorni fa ci sono stati i primi lanci di aiuti del Pam per raggiungere i 200mila assediati dal Daesh a Deir ez Zor. Poi la determinazione ad arrivare a un cessate il fuoco: la prova del nove la notte scorsa. L’incontro di Monaco, nel conflitto siriano, un giorno potrebbe essere ricordato come un vertice storico.

Si è deciso di istituire una task force per gli aiuti umanitari e una per monitorare il rispetto della tregua: con che metodo si intende procedere?
Con ambedue. Oggi ero con la task force della tregua, venerdì con quella molto attiva per gli aiuti umanitari. Cos’è la task force? Un gruppo di 18 Paesi, tra cui anche l’Italia, che include soprattutto quelle nazioni che hanno voce in capitolo nel fermare la guerra, Paesi che hanno loro alleati nel conflitto, Paesi che hanno influenza sul conflitto in termini militari. Non è un gruppo generico, ma sono i Paesi che possono e che stanno facendo la differenza sia sull’accesso umanitario che sull'accesso alla tregua.

Conferma la ripresa dei colloqui di Ginevra il 7 marzo?
Esatto. Lo confermo perché avevo bisogno di dare una risposta ai siriani, affinché i colloqui potessero essere, ai loro occhi e quindi anche ai nostri occhi, credibili.

Rispetto ai colloqui del gennaio 2014, la cosidetta «Ginevra2», ora c’è la nuova variabile del Daesh: eppure le pulizie etniche, le esecuzioni sommarie fra Iraq e Siria, gli attacchi del 13 novembre a Parigi non sono riusciti a ricompattare velocemente la comunità internazionale. Come mai questa risposta così faticosa?
Perché per un lungo periodo, e spero sia finito, da parte di alcune persone si era pensato di poter continuare a sostenere o l’opposizione o il governo nel conflitto interno alla Siria, e allo stesso tempo affrontare il Daesh. Ora si è arrivati alla conclusione, dopo l’enorme flusso di rifugiati in Europa, l’intervento militare russo e con l’avanzamento continuo del Daesh, che l’unica maniera per affrontare l’Is è di trovare una soluzione politica alla crisi siriana. Poi, tutti assieme, si dovranno affrontare direttamente le origini del Daesh: in primo luogo vanno affrontate la frustrazione della comunità sunnita che, come avvenuto in Iraq, non si sente coinvolta nella realtà del Paese e in secondo luogo va affrontato anche militarmente il Daesh.

Torniamo all’emergenza umanitaria, impressionante in tutta l’area, con numeri da seconda guerra mondiale: 14 milioni di profughi e sfollati tra Iraq e Siria. Eppure ancora la risposta non pare adeguata. Cosa può traghettare la politica internazionale fuori da questa palude?
La risposta ce la danno i siriani che sono un popolo colto, molto composito, fiero, che non vuole abbandonare il suo Paese ma ricostruirlo. Allora facciamo terminare questo conflitto: se riusciamo a mantenere questa tregua, a dare gli aiuti umanitari a tutto il Paese, allora i siriani torneranno da soli. Perché i siriani amano il loro Paese.
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