lunedì 31 agosto 2015
La confessione di un trafficante di uomini: più barriere? Più soldi per noi. E le mafie kosovare hanno già messo a punto due percorsi alternativi. (Reportage di Nello Scavo)
Il viceministro Bubbico: l'Ue agisca
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Se un rifugiato nasconde nei calzini l’appunto con un numero di telefono che inizia per +383, vuol dire solo una cosa: la mafia kosovara è in azione. Nessuno meglio dei suoi scagnozzi conosce i passi di montagna e le "scorciatoie" doganali. Indisturbati, da anni commerciano droga, armi, sigarette, preziosi, carburante, migliaia di auto e moto rubate. E mai che qualcuno finisca davanti a un giudice.«I nostri migliori alleati? Stanno a Bruxelles, a Budapest, a Belgrado, a Skopje, a Londra. United smuggler of Europe». Ha voglia di scherzare Ivan, o Anatolij o Goran, o come diamine si chiama davvero. «Trafficanti uniti d’Europa», ripete baciando platealmente l’anulare destro sovrastato da un anello d’oro con testa di leone che addenta una pietra vermiglia.Dicono sia russo, oppure ceceno. Parla anche arabo e all’occorrenza un po’ d’italiano. «Romma bela», farfuglia con il suo accento dell’Est. Mostra di tenersi aggiornato sulla politica, specie quella migratoria. Ivan o Anatolij o qualunque sia il suo nome, spiega in un inglese povero ma efficace, perché deve gratitudine ai leader europei. Un’equazione logica e sconcertante: «Più muri, più controlli, più il prezzo si alza». Alla borsa delle "vite a perdere", gli scafisti di terra ragionano come in qualsiasi altro mercato. Solo che di mezzo ci sono occhi che implorano, cuori che battono, padri esausti e madri che sperano.L’appuntamento con l’uomo dai molti nomi è a Pristina, sotto a un sole che fa scoppiare la testa e nel bel mezzo del pretenzioso boulevard Niene Teresa, dedicato alla beata albanese Madre Teresa di Calcutta e colonizzato da ristoranti e boutique grandi firme. Il vialone pedonale è scandito come una via crucis dalle riproduzioni in bronzo degli eroi locali: quelli dell’Uck morti durante la guerra dell’ex Jugoslavia e quelli che, anche dall’aldilà, ricordano come «siamo un piccolo popolo ma una grande patria». Una frase attribuita al "Gandhi dei Balcani", l’indimenticato presidente poeta Ibrahim Rugova.Una settimana fa, una corsa in auto da Preshevo fino al confine ungherese costava 300 euro a persona. Adesso siamo a più del doppio. Si paga in anticipo. Perché se arrivano morti, almeno la cassa dei passeur non piange. Anche perché i contrabbandieri transfrontalieri di Kosovo e Serbia stanno mettendo a punto percorsi alternativi al confine serbo-ungherese, quello sbarrato dalla polizia e dalla rete metallica di Budapest. Le nuove direttrici sono due. La prima, ma meno battuta, prevede l’attraversamento della Serbia, l’ingresso in Romania e successivamente l’entrata in Ungheria dalla frontiera orientale. Questa però è meno praticabile anche a causa di alcuni passi montuosi. L’altra rotta si dirige invece verso la Croazia, via Serbia, rientrando in Ungheria o proseguendo in direzione Austria o Slovacchia. È l’unico modo per aggirare il reticolato di 175 chilometri voluto dal premier magiaro. «Ora vediamo se Orban vorrà elettrificare tutta l’Ungheria», sghignazza Ivan-Anatoly-Goran mostrando due denti d’oro che dice di essersi pagato molti anni fa con il primo carico di sigarette e kalashnikov. La Valle di Preshevo è una landa sperduta al confine tra Kosovo, Serbia e Macedonia. È più facile trovarvi un contrabbandiere che un idraulico. È da qui che si snodano i sentieri più inaccessibili.Al nostro ambiguo interlocutore piace che lo riconoscano come "il ceceno". Fa un effetto sinistro, come la canotta nera e i tatuaggi in cirillico sulle braccia da ex palestrato convertitosi alle libagioni. Al tavolo del bar, proprio sotto all’Ufficio regionale per i diritti umani e accanto all’ambulante degli Iphone rubati (50 euro trattabili per l’ultimo modello), appoggia tre telefoni con doppia sim. «Sempre reperibile. Niente telefonate. Solo sms». Il ceceno non si sporca le mani. «Noi siamo il vero ponte umanitario», dice mostrando totale noncuranza per i profughi. «Li metto in contatto con la gente giusta e li lascio passare». In che senso? «Nel senso che è necessario convincere i poliziotti alla frontiera e quelli lungo la strada». Ne conosce le debolezze e le avidità. «È un lavoro che va fatto senza offendere il loro senso dell’onestà – spiega in tono stavolta quasi serio –. Diciamo che li ringraziamo per non avere complicato le cose, permettendo che questi poveri fratelli possano proseguire in tranquillità». Tanto i soldi sono dei rifugiati. «Ma bisogna farlo con educazione: maggiore è il bisogno, maggiore la gratitudine». Tutto chiaro.Le autorità serbe negli ultimi giorni hanno battuto un colpo. Il ministro dell’Interno Nebojsa Stefanovic ha dichiarato, senza fornire dettagli, che questa settimana sono stati arrestati «per reati vari», compreso quello di «traffico di esseri umani», anche «alcuni poliziotti». Segno che il ceceno quando parlava di "scorciatoie" doganali non mentiva.L’organizzazione tiene conto anche dei gusti di chi governa. Lungo la rotta che attraversa la Slovacchia di preferenza mandano profughi cristiani. Bratislava, che nel 2014 ha concesso asilo a 14 persone, ha fatto sapere di essere disposta ad accogliere solo rifugiati cristiani, nonostante gli islamici siano lo 0,2% della popolazione. E non deve essere una coincidenza se dopo settimane di calma piatta, sono stati segnalati nelle ultime ore i primi 200 profughi provenienti dalla "rotta balcanica".Il furbo "ceceno" ha accettato di incontrarci solo dopo avere fatto una verifica su Internet per assicurarsi che fosse davvero un’intervista, non una fregatura. Ma a un certo punto deve tagliare la corda. C’è un problema da risolvere, e in fretta: «Gli sbirri dicono che adesso anche la loro solidarietà costa di più».
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