mercoledì 19 giugno 2013
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Arrivo a Istanbul l’8 giugno con il professor Federico Leonardi per incontrare padre Claudio Monge, teologo (autore del recente "Stranieri con Dio") e superiore della comunità domenicana di Istanbul e poche ore dopo siamo tutti insieme in piazza Taksim. “Quello che è successo qui non è stato un fulmine a ciel sereno – spiega padre Claudio - ma il manifestarsi di un disagio che covava da tempo sotto la cenere e che aveva bisogno di un pretesto sufficientemente simbolico e condiviso che cristallizzasse l’esasperazione di una parte, molto variegata, della popolazione”. Per arrivare in piazza, uscendo dalla comunità, vicino alla Torre di Galata, nell’antico quartiere latino, percorriamo Istiklal Caddesi e raggiungiamo il Gezi Parki. Non è Central Park ma poco più di un giardino che domina il “cuore” della storia repubblicana turca e, oggi, della protesta. Seicento alberi, luogo di incontro, di dibattito, di lettura, più ancora che un polmone verde; davanti al tentativo di abbatterlo, nel mese di aprile i cittadini si sono organizzati in una associazione, guidata da un battagliero avvocato che ha cercato di bloccare legalmente le ruspe del Comune. In un primo momento si è cercato di trasformare l’area in un ennesimo centro commerciale, abbattendo anche il palazzo della lirica (oggi uno dei simboli della resistenza) e a proteste infuocate si è corretto il tiro verso la ricostruzione di un’antica caserma ottomana, richiamo ad un passato che viene ricercato ossessivamente dal potere turco attuale. Dopo gli scontri, decine di migliaia di persone occupano stabilmente questo luogo, presenza trasversale, adolescenti ma anche famiglie, musulmani che non vogliono la presunta islamizzazione di Erdogan e semplici cittadini turchi. Padre Claudio si sofferma su un concetto importante: “Qui non ci troviamo davanti a una nuova primavera araba ma ad una risposta civica della gente comune contro un autoritarismo e un personalismo del potere, un modo di gestirlo. La Turchia ha festeggiato i primi 90 anni di una repubblica parlamentare sui generis, ma pur sempre espressione di una cultura politica che non ha mai bandito la ricerca, pur difficoltosa, del confronto di visioni diverse della società e del mondo”. Erdogan ha raccolto il 49% alle elezioni e ha rilanciato l’economia, ma “dopo il fallimento del percorso della Turchia verso l’Unione Europea – spiega padre Claudio - stiamo tornando indietro a passi da gigante. Erdogan ha tentato una virata spettacolare, un flirt col mondo arabo, contronatura per la storia turco-ottomana, che ha rischiato di metter in discussione l’alleanza con Israele; poi quando cominciava a trarne i frutti, con contratti importanti con Egitto, Libia e Siria, è successo quel che è successo”.A Taksim nelle altre piazze turche, dunque, non si sogna un mondo senza regole ma semplicemente dove la diversità si possa esprimere con regole che diano voce a tutti. E come vivono questo momento i cristiani in Turchia? “Come cristiani – spiega Monge - siamo e restiamo socialmente, giuridicamente e politicamente irrilevanti. Siamo in tutto meno di 200.000 su 78 milioni di abitanti, divisi tra chiese e riti che comunicano molto difficilmente. In questo momento siamo alla finestra, ben coscienti che nell’evoluzione attuale si radicano anche un po’ delle nostre speranze per il futuro. Detto diversamente: una democrazia moderna che metta in dialogo le differenze, deve declinarsi nel senso del binomio - cittadini e credenti - e non - cittadini o credenti-. Prima della rivoluzione delle piazze turche era in discussione una riforma costituzionale: sarebbe la prima ottenuta democraticamente e per via parlamentare in Turchia. Il nostro futuro di cristiani, come quello di ogni cittadino turco, passa di lì”.
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