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Meriam deve vivere: l'Italia si mobilita
 
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​Meriam con il marito il giorno delle nozze

Nei giorni in cui il mondo intero celebra la Festa della mamma, un giudice sudanese ha condannato a morte una giovane madre cristiana, ritenendola colpevole di apostasia. La sentenza è stata emessa il 5 maggio, ma se ne è avuta notizia solo adesso. La donna, tra l'altro, ha già passato diverso tempo in carcere. È stata arrestata nell'agosto dello scorso anno e incriminata per apostasia rispetto all'Islam lo scorso febbraio. Dopo la sentenza, l'11 maggio, il giudice le aveva offerto la salvezza in cambio della conversione all'Islam. Tre giorni per pensarci. Ma il 14 maggio, di nuovo davanti al magistrato, Meriam ha rifiutato di rinnegare la fede in Cristo.

Meriam Yeilah Ibrahim, 27 anni, laureata in medicina, è incinta all'ottavo mese e ha con sé in carcere il figlio di 20 mesi. Il giudice del tribunale di Khartum la ritiene musulmana di nascita, come tutti i sudanesi, e secondo Amnesty International l'ha condannata anche per adulterio perché il suo matrimonio con un uomo cristiano non è considerato valido dalla 'sharia'. Il giudice le aveva chiesto di rinunciare alla fede per evitare la pena di morte: "Ti abbiamo dato tre giorni di tempo per rinunciare, ma insisti nel non voler ritornare all'islam. Ti condanno a morte per impiccagione", ha detto il giudice Abbas Mohammed Al-Khalifa rivolgendosi alla donna con il suo nome musulmano, Adraf Al-Hadi Mohammed Abdullah. 

A difesa di Meriam, in attesa della sentenza, erano già scese in campo alcune ambasciate occidentali a Khartum. "Chiediamo al governo del Sudan", si legge in un comunicato diffuso dalle rappresentanze di Usa, Gran Bretagna, Canada e Olanda, "di rispettare il diritto di libertà di religione, compreso il diritto di ciascuno di cambiare la propria fede o le proprie credenze, un diritto che è sancito dal diritto internazionale e dalla stessa Costituzione ad interim sudanese del 2005". Dopo la sentenza decine di persone hanno manifestato fuori dal tribunale: sul caso di Meriam infatti si è registrata una inusuale mobilitazione, con richieste di compassione e di rispetto della libertà religiosa. Amnesty International ha definito "agghiacciante" la sentenza, chiedendo il rilascio "immediato e incondizionato" di Meriam.

E' cominciata anche in Italia una raccolta di firme, promossa da Italians for Darfur (le sottoscrizioni si raccolgono online), da inviare al presidente sudanese Omar al-Bashir. Avvenire si fa promotore di una campagna via Twitter con l'hashtag #meriamdevevivere e di una petizione: le adesioni si raccolgono direttamente qui sul sito o all'indirizzo di posta elettronica meriamdevevivere@avvenire.it

La donna, in assenza del padre musulmano, è stata educata alla fede cristiana ortodossa dalla madre, ed è sposata con Daniel Wani, un cristiano del Sud Sudan, ma il matrimonio con un cristiano è illegale in Sudan. Secondo la sharia, una donna musulmana che sposa un non musulmano è una adultera e i figli sono illegittimi. Meriam era stata arrestata in febbraio e detenuta nella prigione femminile federale di Omdurman con il primo figlio di 20 mesi. Il marito, d'altro canto, non può prendersi cura del bambino a causa dello status di adultera della moglie, né potrà farlo con il secondo bimbo, la cui nascita è prevista in giugno, in caso di uccisione della donna o di prolungata detenzione.

Il Sudan ha reintrodotto la sharia nel 1983, ma le punizioni finora si sono quasi sempre "limitate" alla fustigazione.
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