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Quella tassa eritrea che sembra un’estorsione
Paolo Lambruschi
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Nono solo oppressione in patria. Il regime eritreo applica sui redditi prodotti all’estero dai migranti una tassa alta, il 2%, e pressoché unica sulla quale l’Onu e i governi di mezzo mondo stanno indagando.

La tassa è stata ufficialmente istituita con una legge dal regime dell’Asmara nel 1995 per sostenere il paese dopo l’indipendenza ed è stata poi utilizzata per finanziare il conflitto con l’Etiopia. Solo gli Usa applicano una tassazione sul reddito e i patrimoni all’estero degli statunitensi, ma con deduzioni e detrazioni.

Chi non paga il 2% sui redditi prodotti all’estero non può rinnovare i documenti , riscuotere un’eredità o effettuare compravendite. Il problema riguarda anche gli aiuti spediti in patria dai migranti in un paese dove scarseggia il cibo e la povertà è diffusa. Se i parenti non dimostrano che la tassa è stata pagata, i doganieri sequestrano cibo e merci. Si pagano anche gli arretrati.

Le rappresentanze dispongono così di un fiume di denaro quasi mai tracciabile che si teme venga usato per finanziare traffici d’armi nel Corno d’Africa. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu la sta esaminando. Il Palazzo di vetro con la risoluzione del 2009 ha infatti posto l’embargo al commercio di armi verso l’Eritrea, accusata di armare e addestrare le milizie jihadiste somale. Poiché Asmara non presenta all’Onu rendiconti trasparenti sull’impiego di questi fondi, si sospetta che li utilizzi per armare movimenti terroristici.
Il balzello è stato condannato, oltre che da diverse ong, nell’ultimo rapporto dell’Onu sui diritti umani nello stato più impenetrabile d’Africa.

Molti paesi  si stanno muovendo contro il balzello, Per i metodi intimidatori di riscossione il Canada sei mesi fa ha espulso il console generale eritreo a Toronto il quale è stato registrato mentre ricattava un concittadino chiedendo un pagamento supplementare di 300 dollari per finanziare l’esercito pena l’impossibilità di investire in patria. Anche Svezia, Germania e Svizzera hanno avviato indagini sulle modalità di riscossione nelle comunità e sull’impiego dei fondi.

E in Italia? Finora le nostre autorità tacciono.
«Eppure c’è gente che si indebita – spiega M. Paolos, che vive a Milano e la paga regolarmente e accetta di parlare di un tabù – perché altrimenti non ti danno i documenti. Se hai un reddito di 20 mila euro all’anno e cinque anni di arretrati devi versarne 2000 sull’unghia. Molti di noi attraverso le rimesse sostengono già l’economia nazionale, questa tassa ci soffoca. Si tace per paura». 

E chi è disoccupato o lavora in nero?
«Serve – risponde – la dichiarazione di un ente comprovante il licenziamento. Se lavori in nero occorre una dichiarazione del personale di fiducia del consolato o dell’ambasciata che magari si fa pagare per il disturbo».
Inutile chiedere lumi all’ambasciata, dirottano per competenza sul consolato di Milano il cui numero squilla a vuoto. A maggio un dossier del mensile «Popoli» ha raccolto una denuncia di giovani della diaspora sui controlli antievasione della rete consolare, talmente stringenti da violare la libertà dei cittadini eritrei nel Belpaese. Anche a chi è finito sulla lista nera per critiche alla dittatura o perché non partecipa alle iniziative ufficiali comunitarie verrebbe negato il documento.

La situazione è stata denunciata al Presidente della Repubblica e alla Presidente della Camera e alcune interrogazioni parlamentari chiedono di fare luce su quanto sta accadendo. Una volta per tutte andrebbe aperto anche dall’Italia il dossier Eritrea.
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