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Giallo su Meriam, di nuovo fermata
 
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Una gioia funestata in circa 24 ore, quella di Meriam Yahia Ibrahim Ishag. La donna sudanese condannata a morte per apostasia a maggio, e liberata lunedì dopo l'annullamento della sentenza da parte della Corte d'appello, è stata arrestata martedì di nuovo all'aeroporto, insieme al marito, mentre tentava di lasciare il Paese.

Antonella Napoli, presidente dell'Ong Italians for Darfur, ha pubblicato su Twitter le parole dell'avvocato della giovane donna cristiana, contenute in un sms: "Meriam e Daniel (il marito) sono stati arrestati dai servizi segreti in aeroporto. Ora si trovano in un ufficio della sicurezza a Khartoum".

La notizia è rimbalzata in pochi minuti in tutto il mondo, poi è arrivata la rassicurazione dell'ambasciatrice del Sudan in Italia, riferita dalla Napoli. "Si tratta di un controllo sui documenti, Meriam sarà rilasciata a breve". Una piccola speranza, ma l'allarme non è ancora rientrato.

Secondo fonti dell'ambasciata sudanese, dunque, Meriam sarebbe stata fermata per un controllo sui documenti. La donna si sarebbe precipitata in aeroporto per lasciare il Paese insieme alla famiglia, ma una volta giunta ai controlli di sicurezza sarebbe stata fermata, non avendo con sé un documento scritto che attestasse la sentenza di annullamento della Corte. Un legale di Meriam, Elshareef Ali Mohammed, ha riferito alcuni dettagli sull'arresto di Meriam: alla Nbc ha detto che un gruppo di 50 membri delle forze di sicurezza l'hanno arrestata durante un acceso confronto avvenuto all'aeroporto.

Nel centro di detenzione di Khartoum insieme alla donna e al marito, ci sono anche i suoi figli: Maya, nata mentre Meriam era in carcere, e Martin, di 2 anni. Gli agenti "erano molto arrabbiati", ha detto il legale. "Hanno preso la famiglia e l'hanno portata nel centro di detenzione. Non hanno lasciato entrare noi avvocati". Secondo il legale gli agenti "sapevano della sentenza di annullamento della Corte", aggiungendo che Meriam non ha alcune restrizioni per viaggiare.

La vicenda sembrava giunta a un lieto fine. La Corte d'appello sudanese aveva annullato la precedente sentenza di maggio, con la quale la donna cristiana era stata condannata a morte per impiccagione e a 100 frustate per l'accusa di apostasia e adulterio. La donna infatti è cristiana ma il padre era musulmano, e ha sposato un cristiano, Daniel Wani, cittadino americano.

Da febbraio si trovava in carcere ma lunedì era tornata in libertà. La gioia si è trasformata in angoscia in meno di 24 ore. Ora le emozioni oscillano tra ansia e speranza. Meriam non è sola. L'opinione pubblica mondiale - e i lettori di Avvenire in primo luogo - le sono stati vicino nei momenti più difficili, quando era incinta e in catene. Non la lasceranno proprio ora.
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