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Meriam deve vivere: lo grida il mondo
Paolo M. Alfieri
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​Meriam con il marito il giorno delle nozze

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Il giudizio finale sulla vicenda di Meriam sarà un giudizio politico. Secondo quanto è stato detto ai suoi legali, il giudice che l’ha condannata a morte ha forzato l’applicazione della sharia. Ora, però, il governo non ha alcun interesse ad andare avanti su questa linea ed è per questo che verrà celebrato un nuovo processo in cui la donna non verrà giudicata con la legge coranica, il che esclude anche che possa essere condannata a morte».

Ad "Avvenire" giungono da Khartum dichiarazioni di speranza sulla sorte della cristiana Meriam Yahia Ibrahim Ishag, la 27enne sudanese incinta di otto mesi condannata all’impiccagione per apostasia. Il suo caso è salito alla ribalta giovedì. Un giudice locale, Abbas Mohammed Al-Khalifa, le aveva dato tre giorni di tempo per abiurare il cristianesimo e tornare alla fede islamica, la religione del padre fuggito quando lei aveva sei anni.

Ma Meriam, che ha già un figlio di 20 mesi che si trova con lei in carcere, non ha avuto dubbi: «Sono cristiana e non ho mai commesso apostasia», ha risposto al magistrato. Che, inflessibile, a quel punto l’ha condannata a morte e a 100 frustate, perché sposata con un cristiano, Daniel. In base alla sharia, infatti, Meriam è islamica in quanto figlia di un musulmano. Inoltre, il matrimonio di una musulmana con un uomo di un’altra fede non è considerato valido dalla legge e viene quindi considerato adulterio.

«Prima dell’inizio del Ramadan, a fine giugno, è attesa la data del nuovo processo: i legali della donna hanno fatto appello a una corte superiore», spiega Antonella Napoli, presidente di Italians for Darfur, che ha avuto rassicurazioni sul caso tramite la Ong locale Sudan Change Now. «Anche il presidente del Parlamento – prosegue Napoli – ha cercato ieri di minimizzare il caso. Quel che conta è che si arrivi presto ad una soluzione positiva. L’ultima volta in cui in Sudan è stata eseguita una condanna a morte per apostasia era il 1985, spero che Khartum non voglia tornare indietro».

Meriam è stata arrestata e accusata di adulterio nell’agosto dello scorso anno dopo la denuncia di un fratello. L’accusa di apostasia era stata aggiunta in un secondo momento quando Meriam, cresciuta dalla madre etiope come cristiana ortodossa, aveva riferito al giudice di non essere musulmana. Vari gruppi che si battono per i diritti umani hanno condannato la sentenza, sottolineando che si tratta di uno strappo al diritto internazionale. Amnesty International ha definito la condanna «ripugnante» ed ha invocato l’immediato rilascio della donna.

A protestare sono state anche diverse ambasciate straniere, tra cui quella degli Stati Uniti. Il marito di Meriam, Daniel Wani, è originario del Sud Sudan e, dopo aver studiato negli Usa, è oggi cittadino statunitense. «Sono così frustrato, non so cosa fare se non pregare», ha detto ieri Daniel, costretto su una sedia a rotelle, che si aspettava il rilascio della moglie. «Daniel dipende totalmente da Meriam», osserva l’avvocato della donna, Mohamed Jar Elnabi, che descrive la sua assistita come «molto forte e risoluta»: «È stata molto chiara sul fatto di essere cristiana ed è sicura che un giorno verrà fuori da questa storia».

In carcere con Meriam c’è anche il suo primo figlio di 20 mesi. «È molto turbato dalla vita in prigione – spiega ancora Elnabi –. E spesso si ammala a causa della mancanza di igiene e degli insetti». Anche l’attuale gravidanza di Meriam è complicata ed una richiesta di una visita medica in un ospedale privato è stata negata per «ragioni di sicurezza».

Anche la pubblicità data al caso dagli organi di informazione sta creando qualche contraccolpo. L’avvocato di Meriam spiega di aver ricevuto una minaccia di morte il giorno prima della sentenza, con una chiamata anonima che gli intimava di abbandonare la difesa della giovane cristiana, pena un agguato. «Ho molta paura – spiega Elnadi – ma continuerò a difendere Meriam. Non potrei mai lasciare questo caso, è una questione di fede, oltre che di principio».

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