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La strage silenziosa dei meninos da rua
Elena Molinari
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I bimbi non si uccidono di Marco Tarquinio

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Nel 2015 il Brasile commemora il 25esimo anniversario dello Statuto del bambino e dell’adolescente: per mesi campagne e dibattiti hanno ribadito i diritti dei giovanissimi a essere protetti dagli abusi. Quest’anno cade anche il quinto anniversario delle linee guida federali contro la brutalità della polizia, che proibiscono esplicitamente la «violenza arbitraria» ai danni dei minori. Ma negli stessi primi nove mesi del 2015, che ha la sorte di precedere la kermesse delle Olimpiadi di Rio de Janeiro, nella capitale brasiliana sono “spariti” almeno 371 ragazzini di strada tra i 4 e i 15 anni. Tutti, denunciano le Nazioni Unite e la Conferenza episcopale brasiliana, sarebbero stati uccisi dalla polizia nel corso di una macabra operazione di “pulizia” delle strade di Rio.


Sono solo i casi confermati. L’Onu ne sospetta almeno duemila, il Consiglio federale di medicina brasiliano 250mila in tutto il Paese negli ultimi anni. Padre Renato Chiera, fondatore della "Casa do Menor", parla di «400 alla settimana», eliminati nel corso del «genocidio sociale» in atto. Bambini svaniti, raramente cercati, mai ritrovati.
Non è una novità, sottolineano gli operatori sociali. Non per cinismo, ma per ricordare ai giornalisti e alle organizzazioni per la protezione dell’infanzia che i meninos da rua delle favelas non finiscono nel mirino delle forze dell’ordine solo quando i grandi eventi portano il Brasile sotto i riflettori.


Però alla vigilia delle Olimpiadi del 2016, come dei Mondiali del 2014, certamente muoiono di più. Il Comitato Onu sui Diritti dell’infanzia riferisce di un «più elevato numero di esecuzioni sommarie di bambini» negli ultimi mesi, accompagnate dall’impunità della polizia brasiliana, «direttamente coinvolta» negli assassini. Amnesty International ha contato le esecuzioni extragiudiziali liquidate con la formula della «resistenza all’arresto» e ha rivelato che sono il 16% degli omicidi avvenuti a Rio de Janeiro negli ultimi cinque anni. In molti casi le ferite provano che la vittima stava scappando quando è stata raggiunta da un proiettile, o era in ginocchio.


Ma se l’opinione pubblica internazionale s’indigna, la gente in Brasile, per lo più, tace, anzi, “applaude”, fa notare ancora padre Chiera. Perché ha paura. E di fronte alla conta annuale di circa 60mila omicidi riceve dallo Stato solo la promessa di una “tolleranza zero” che, spiega il rapporto Onu, produce altra morte. «L’aumento del numero di adolescenti vittime della polizia è una sfida – vi si legge –. Le vittime sono soprattutto ragazzi poveri dalla pelle nera che vivono alla periferia delle aree metropolitane delle grandi città. La loro probabilità di essere uccisi dalla polizia è quattro volte maggiore quella di un adolescente bianco». L’organismo propone al governo brasiliano la soluzione radicale di eliminare il reato di autos de resistência, la «resistenza all’arresto» come «grande passo verso la protezione dei diritti dei bambini».


Non ci sono per ora indicazioni che le autorità locali o federali abbiano preso in considerazione il consiglio. Al contrario, lo sforzo attuale sembra piuttosto di rendere anche la povertà un reato. A settembre, le famose spiagge di Ipanema e Copacabana sono state proibite ai ragazzini delle favelas. Basta non avere le scarpe addosso o essere vestiti in malo modo per essere bloccati da un cordone di agenti, spesso arrestati. E la stessa logica sta spingendo il Parlamento brasiliano ad abbassare a 16 anni l’età per la quale si può essere processati come adulti, nonostante la misura sia stata severamente criticata dall’Onu e dalla Chiesa.
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