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Gentiloni: in Siria pace possibile
Fabio Carminati
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​Aleppo. La Siria ha bisogno di aiuti e di pace (Lapresse)

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«La pressione va concentrata su due fronti: coinvolgere il regime di Assad nell’apertura di corridoi umanitari e, con l’avvio del negoziato, ottenere cessate il fuoco che possano attenuare la tragedia in corso». È chiaro il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni sul fatto che la guerra in Siria, l’assedio delle città, il dramma dell’embargo e della popolazione che non riceve aiuti e muore di fame, siano problemi davanti ai quali la comunità internazionale non può fuggire.

Ma l’Italia, che può fare?
In queste settimane abbiamo partecipato alle operazioni quando si sono create le condizioni per aprire corridoi umanitari. Praticamente, dall’inizio dell’anno è successo in un paio di occasioni e noi siamo stati tra i Paesi più presenti. Anche se purtroppo, va detto, negli ultimi mesi la disponibilità del regime siriano ad aprire vie d’entrata si è rivelata piuttosto limitata. A Madaya, però, si è riusciti ad arrivare anche grazie alla mediazione della Russia. Il dramma umanitario è però lì, davanti agli occhi di tutti: non solo le vittime e il dramma degli sfollati. Sei anni fa quasi 3 milioni di ragazzi andavano a scuola, oggi c’è una generazione perduta. Quindi il primo imperativo è far crescere l’aiuto umanitario. Anche quello italiano che quest’anno sarà più che raddoppiato rispetto ai 20 milioni del 2015: il governo lo annuncerà il 4 febbraio alla Conferenza di Londra sulla Siria. L’impegno internazionale negli ultimi anni è cresciuto, ma le crisi umanitarie sono cresciute più velocemente. Il divario va colmato se vogliamo evitare conseguenze destabilizzanti per la Giordania, il Libano e la stessa Unione Europea.

Le Ong denunciano in continuazione l’impossibilità di far giungere i beni primari, aiuti alla popolazione che soffre...
Certo, la guerra continua, i bombardamenti si moltiplicano e non c’è un unico fronte ma un esplodere di conflitti a macchia di leopardo. L’inviato dell’Onu (Staffan de Mistura, ndr) ha lavorato un anno, senza riuscirci, per ottenere una tregua ad Aleppo. L’assedio è continuato e non c’è stata disponibilità dalle parti in conflitto a venire incontro alle richieste di fermare le armi.

Ma le sanzioni internazionali, gli embarghi della Ue e dell’Onu rimangono…
In Siria si muore per la guerra. Le sanzioni possono essere discutibili e noi italiani siamo sempre stati prudenti nel considerarle risolutive. Ma qui stiamo parlando, purtroppo, di una delle guerre più feroci e che infuria da cinque anni, che ha prodotto oltre 100mila morti e milioni di rifugiati. Attenzione quindi a non spostare il bersaglio da chi ha la responsabilità di questa situazione: il regime di Bashar al-Assad, Daesh, al-Nusra, i terroristi.

È anche per questo che il terzo negoziato, rinviato ancora a Ginevra, non può fallire?
Non deve fallire perché finalmente si è riconosciuto un principio che l’Italia, il governo, la società civile, la Chiesa, sostengono da sempre: cioè che l’idea di una soluzione solo militare del conflitto sia un’illusione. Le due pregiudiziali che per oltre quattro anni hanno alimentato questa tragedia – da una parte l’impossibilità di un negoziato prima della cacciata di Assad e dall’altra nessun negoziato perché Assad andrebbe sostenuto manu militari – finalmente sono venute meno: si è accettata l’idea che il regime e chi lo avversa possano sedersi a trattare. E superare, con un governo più inclusivo, l’attuale dittatura.

Il nemico comune costituito dai jihadisti, può avere, paradossalmente, una funzione aggregante?
L’accettazione del negoziato, e non di una soluzione affidata ai bombardamenti, si deve a due fattori: il primo è il nemico comune, con il rischio di rafforzamento di Daesh, e l’altro (per alcuni controverso) il contributo che la Russia potrebbe dare. Accompagnando un negoziato che porti alla fuoriuscita di Assad, ma non alla distruzione del regime ripetendo errori fatti in Iraq. Con la transizione che prevede la fuoriuscita di Assad senza la creazione di un vuoto. È una strada difficile, ma è l’unica attraverso la quale si può arrivare al cessate il fuoco previsto dalla road map.

Non c’è il rischio che in Siria si crei però una irrimediabile frammentazione del territorio?
Che ci siano rischi di spinte centrifughe è indubbio. Uno degli ostacoli in questi giorni al lavoro di Staffan de Mistura è stato l’inserimento o meno di elementi delle forze curde siriane nelle delegazioni che negozieranno con Damasco. Ma noi non dobbiamo rassegnarci, tantomeno incoraggiare, questo genere di spinte. Tra un mese saranno cento anni dai cosiddetti accordi di Sykes-Picot (la spartizione del Medio Oriente tra Londra e Parigi, ndr). Che si sia trattato di un assetto post-coloniale con errori e limiti enormi è indubbio, ma metterci oggi a ridisegnare le carte su linee di demarcazione religiosa ed etnica andrebbe nella direzione opposta a quello che è necessario. Non abbiamo bisogno di mini-Stati sciiti o sunniti, curdi. Di espulsione di minoranze di cristiani o yazidi perché non hanno la forza di fare i loro mini-Stati. Abbiamo bisogno – come in Libano e mi auguro presto in Iraq – di autonomia delle diverse comunità salvaguardando gli Stati nazionali.

Lei crede, nonostante tutto, che quest’anno possa arrivare la pace per la Siria?
Non possiamo accettare l’idea che il contrasto tra alcuni Paesi – e mi riferisco in particolare all’aumento di tensioni tra Iran e Arabia Saudita – blocchi una strada che è stata imboccata da tutte le maggiori potenze mondiali. Perché riconoscerebbe una sorta di “diritto di veto”, ma significherebbe anche chiudere gli occhi davanti al disastro che è in corso. Non sarà domani, perché si prospetta un rinvio di qualche giorno. Ma se parte il tavolo del negoziato a Ginevra l’obiettivo di porre fine alla guerra entro quest’anno diventa realistico.

In Libia stanno affluendo centinaia di jihadisti da Siria e Iraq. Se il governo Sarraj verrà legittimato dal voto del Parlamento, entrerà in carica. Ma come primo atto, chiedendo un intervento internazionale di supporto, non rischia di scatenare una guerra che potrebbe diventare incontrollabile?
Noi abbiamo interessi chiari e credo coincidenti con quelli del popolo libico: evitare uno Stato fallito, mantenere la sua unità e consolidare le sue istituzioni. Con il sostegno della comunità internazionale. E con il presupposto che il governo veda la luce con il sostegno parlamentare. Questa è la scommessa dei prossimi giorni. Qualcuno dice «stiamo perdendo tempo, meglio far partire i cacciabombardieri contro Daesh, prima che dalla sua roccaforte di Sirte si estenda pericolosamente». Non è la linea dell’Italia, oggi sarebbe un errore perché puntiamo a qualcosa di più ambizioso del contenimento del terrorismo: alla costruzione di un’entità statuale per avere un interlocutore valido, al di là del Canale di Sicilia, sul tema delle migrazioni, dello sviluppo economico- commerciale, ma anche del contrasto al terrorismo. I bombardamenti possono ridurre la capacità espansiva di Daesh, ma l’entità statuale che si rafforza e che controlla il territorio è l’unica risposta strategica.

Senza alcun intervento esterno?
Se e quando il governo libico riuscirà ad avere la base minima di cui parlavo, la risoluzione 2259 dell’Onu non solo autorizza ma fa appello alla comunità internazionale per sostenere il governo anche sul terreno della sicurezza. Sarà la Libia a chiedere all’Italia e agli altri Paesi Ue il contributo di cui ha bisogno. Deve essere chiaro però che l’impegno italiano, anche sul terreno militare, non sarà per fare delle guerre lampo ma per stabilizzare il Paese. Per esempio con il contributo alla sicurezza di alcune zone di Tripoli dove potrebbe insediarsi il nuovo governo. Stiamo parlando certamente di missioni che hanno dei rischi. L’importante è capire l’orizzonte nel quale ci si muove. Non ci rassegniamo però a una cosa.

Quale?
Non ci rassegniamo all’idea che, non essendoci invece alcun governo libico, ci sia una sorta di grande Somalia al di là del Canale di Sicilia. Terreno di scorribande di gruppi criminali e terroristi contro i quali le potenze europee intervengono solo con i raid aerei da 10mila metri di altezza.

Non ci si rassegnerà o non si tollererà?
Non si tollererà, poi naturalmente se dalle parti libiche non ci sarà alcuna possibilità di pervenire ad un accordo e se la situazione sarà appunto quella di una Somalia a due-trecento chilometri da casa allora l’Italia ha il diritto e il dovere di difendersi e valutare come farlo. Ma non è oggi nella nostra agenda: la comunità internazionale è impegnata per la stabilizzazione del Paese.
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