mercoledì 3 settembre 2014
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Era andato in Medio Oriente attirato dalle complessità della regione e dall’educazione ricevuta in una famiglia ebrea sopravvissuta alla Shoah. Steven Sotloff, come il cattolico James Foley, l’altro giornalista americano decapitato dall’Is, apparteneva a una delle tre fedi la cui coabitazione sembra ogni giorno più difficile. Sotloff veniva da una famiglia osservante. La madre Shirley, che insegna all’asilo della sinagoga di Pinecrest, un sobborgo di Miami, era «determinata a preservare la memoria dell’Olocausto perché i suoi genitori erano sopravvissuti alla Shoah», si legge in una breve biografia pubblicata dal tempio. Se però aveva avuto un ruolo nell’educazione di un ragazzo con la passione per lo sport e per il giornalismo, la religione per Sotloff non si era tradotta in politica. «Era affascinato dal mondo islamico, parlava bene l’arabo. Per questo ora lo minacciano di decapitazione», aveva scritto su Twitter Anne Marlowe, una collega, dopo che Steven era apparso in tuta da prigioniero arancione, minacciato da un jihadista dell’Is, al termine del video della barbara uccisione di Foley.Trentun anni, nato e cresciuto in Florida, Sotloff aveva fatto per anni il freelance prima di essere rapito: aveva scritto da Siria, Egitto, Libia, Turchia e Barhain per testate come Time, il Christian Science, Monitor, Foreign Affairs e World Affairs Journal. Il suo sequestro, secondo altri colleghi, sarebbe stato frutto di un tragico capriccio del destino: Steven sarebbe stato rapito perché aveva scelto come collaboratore locale per entrare in Siria, una “guida”, la cui identità però era stata bruciata con i rapitori da un altro reporter straniero, senza esperienza, intenzionato come lui a varcare il confine tra Turchia e Siria.«Steven era un uomo segnato», ha scritto qualche giorno fa sul Daily Beast Ben Taub, freelance e studente di giornalismo, che ha passato le ultime due estati a Kilis, la piccola città turca a sei chilometri dal confine siriano per documentare la vita ai margini del conflitto. Sotloff era stato preso in ostaggio nell’agosto 2013, la guida siriana, rapita con lui, era stata liberata due settimane più tardi.Una decina di giorni fa la madre aveva inviato una petizione al sito della Casa Bianca chiedendo al presidente Barack Obama di «fare tutto il possibile». E aveva lanciato un appello disperato rivolgendosi direttamente ad Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato Islamico, chiamandolo «Califfo». «Mio figlio Steven è nelle sue mani – aveva detto Shirley Sotloff –. Le chiedo di liberare mio figlio. Le chiedo di usare la sua autorità per risparmiare la sua vita».
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