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«Io, fotografa, nella Giungla di Calais»
Ludovica Anzaldi, testo e foto
9 marzo 2016
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Sono stata nella Giungla di Calais, il grande campo profughi abusivo affollato da coloro che aspettano di entrare in Gran Bretagna, già 2 volte, ed aspetto con ansia di poterci tornare al più presto. Sono state esperienze forti e la cosa più complicata è stata riuscire a tornare alla quotidianità. Sono stata sopraffatta dalla vita assurda di questo posto, fatta di thè in ristorantini costruiti da nulla, passeggiate tra il fango e chiacchierate davanti a focolari per scaldarsi le mani. È un posto dove nessuno dovrebbe vivere, ma dove nonostante tutto decine di migliaia di persone sono riuscite a costruirsi una piccola città provvisoria.

Ho vissuto sensazioni contrastanti: il calore dell'accoglienza, l'orrore del luogo, l'allegria suscitata da un corso di teatro o una partita di pallavolo, l'angoscia per i racconti delle tante vite distrutte a causa di orribili guerre.

Nella Giungla di Calais sono tanti, sono giovani, sono volenterosi e tutti sperano in un futuro migliore. Sono partita con il mio zaino e la mia macchina fotografica e sono tornata. Non ho salvato vite e non sono riuscita a far passare nessuno nell’amatissima Inghilterra. L’unica cosa che sono riuscita a fare è stata ascoltare alcuni di loro e talvolta farli ridere. Abbiamo riso tanto da essere quasi riusciti a dimenticare per qualche istante l’orribile mondo in cui viviamo; un mondo che a molti di loro ha tolto quasi tutto. E ho scattato le foto che vedete qui sotto.
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