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INTERVISTA
Seamus Finn, il prete
che ha sfidato JP Morgan
Negli Stati Uniti è famoso come il prete castiga-Ceo. L’ultima volta che Seamus Finn, missionario oblato di Maria Immacolata, ha partecipato a un’assemblea degli azionisti, ha viaggiato da Washington alla Florida per la riunione della banca d’affari JP Morgan, che aveva appena annunciato una perdita di due miliardi di dollari in cattivi investimenti. Mentre gli altri azionisti confermavano la fiducia per l’Ad, Jamie Dimon, Finn gli chiedeva come potesse ancora sostenere che le istituzioni finanziarie sanno regolarsi da sole. La risposta, spiega, «è stata deludente», ma almeno «ho sollevato il punto della responsabilità corporativa e della regolamentazione». Due elementi che sono al cuore dell’attività di padre Finn da 30 anni, da quando ha cominciato a interessarsi di investimenti etici portando alla luce le ipocrisie delle aziende che facevano affari nel Sudafrica dell’apartheid.

Oggi padre Finn, in qualità di direttore del Centro per la pace, la giustizia e l’integrità del Creato degli Oblati, gira il mondo partecipando ad assemblee azionarie, parlando nelle università e facendosi ricevere dai Ceo delle più grandi corporations che, quattro anni dopo aver provocato il quasi-collasso del sistema finanziario americano, respingono ancora il principio della trasparenza negli affari.

Padre Finn, questa resistenza si manifesta in un’opposizione senza quartieri alla legge Dodd-Franck sulla regolamentazione finanziaria. A due anni dalla sua approvazione da parte del Congresso americano, ha ancora speranza che venga implementata?

Gli ultimi due anni sono stati molto frustranti. Le istituzioni finanziarie hanno speso milioni in attività di lobby per dirottarla. Ora spero che entro agosto si possa arrivare alla messa in pratica della regola Volcker, che proibisce alla banche di usare i depositi dei loro clienti per investimenti speculativi fatti a nome proprio. Anche se purtroppo sono state introdotte molte eccezioni alla regola che la rendono meno efficace.

Lo legge come un segnale che le banche non hanno nessuna intenzione di autoregolamentarsi?

Assolutamente. Non lo vogliono fare perché sono sempre alla ricerca di un vantaggio competitivo. Negli anni che ho trascorso lavorando con le banche sui criteri per la concessione dei prestiti e sulla trasparenza degli investimenti, ho raggiunto l’assoluta certezza che spetta al governo stabilire delle regole comuni per tutti gli attori del mercato.

L’ha detto a Dimon?

Gli ho detto: lei è in questo settore da molti anni e conosce meglio di me quali sarebbero le regole migliori per rendere il mercato più equo ed efficiente, ma fa di tutto per evitarle.

Crede che la mentalità di Wall Street oggi sia la stessa del 2007, prima della crisi?

In molti sensi sì, perché non è cambiato il modo in cui gli operatori di Borsa vengono pagati, vale a dire, in base a quanti scambi realizzano e quanto guadagnano per scambio. Un sistema che spinge a scommesse azzardate e a nascondere informazioni agli investitori.

In che modo il comportamento delle istituzioni finanziarie si ripercuote su coloro che non hanno denaro da investire?

Gli scambi che avvengono alla Borsa di New York determinano quanto un contadino africano o un piccolo allevatore andino prenderanno per i loro prodotti, e se li riusciranno a vendere. La nostra responsabilità è assicurarci che tutti giochino allo stesso livello, senza vantaggi ingiusti.

Ha visto progressi negli ultimi anni?

Sì, soprattutto nel comportamento dei risparmiatori, che sono più attenti nell’investire in modo etico. Abbiamo avuto anche successo nello spingere le imprese, soprattutto americane, a rendere pubbliche molte più informazioni di quanto facessero 20 anni fa.

Quale è la sua battaglia principale al momento?

Ristabilire regole che permettano all’economia di operare in modo efficiente, dopo l’enorme distruzione di capitale e di impieghi degli ultimi anni. Questo deve partire a livello locale, ma alcune norme devono essere approvate a livello globale. Siamo in un periodo di transizione, in cui ci stiamo chiedendo quali saranno i lavori di domani, ma la mancanza di certezze normative rende le imprese restie ad assumere e le banche restie a concedere prestiti. E questo rallenta la ripresa.

Quali sono i suoi interlocutori?

Le quattro o cinque banche principali Usa, con le quali stiamo parlando di regole ma anche di come riaprire il dialogo con le famiglie che stanno per perdere la casa.

Elena Molinari
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