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ODISSEA NEL DESERTO
Mattatoio Sinai:
profughi, armi e denaro
Il banchetto dei terroristi 
Paolo Lambruschi
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​L'ombra del terrorismo islamico sui lager nel Sinai, dietro il florido mercato di schiavi e di armi. Una voce sussurrata dal khamsin, il vento del deserto che soffia dal Mar Rosso, ora prende corpo, mette in fila fatti e testimonianze e rivela un gioco geopolitico che spiegherebbe tre anni di silenzi e omissioni della comunità internazionale davanti al massacro di migliaia di innocenti profughi eritrei, sepolti nei campi della morte della penisola, a volte privi di organi venduti al mercato nero del Cairo. Attualmente sono quasi mille gli africani prigionieri di diversi gruppi nella penisola egiziana, mentre dal 2009 ad oggi circa 15 mila sarebbero stati rapiti e tremila uccisi da torture e stenti. Le fosse comuni più recenti con decine di cadaveri sono state scoperte ad Hamdia, vicino al confine sigillato di Israele.

Grazie alla tenacia di molte associazioni umanitarie e alla testimonianza delle vittime, dopo due anni di inchiesta condotta da questo giornale su uno dei più brutali traffici di esseri umani (fiorito quando Italia e Libia chiusero il Mediterraneo con l’accordo sui respingimenti) possiamo aggiungere un anello a una catena infernale. Che inizia in Eritrea – stato-caserma dalla quale fugge chi compie 17 anni – prosegue in Sudan, passa dal Sahara e si chiude nel Sinai. Nella quale, con la complicità di alcuni regimi, agiscono poliziotti corrotti, gang internazionali affratellate da secolari parentele di clan (delle quali sono stati resi noti da coraggiosi attivisti i nomi e perfino i numeri di cellulare di capi, membri e complici) e cellule qaediste. Una rete in grado di incassare i riscatti via money transfer al Cairo, a Dubai, a Khartoum, a Juba e perfino a Tripoli.

La filiera dell’orrore comincia nel campo profughi sudanese dell’Acnur di Shegarab, vicino a Kassala, che ospita 86mila profughi perlopiù eritrei. Le denunce della diaspora eritrea, di ong israeliane ed egiziane e le testimonianze dei sopravvissuti confermano che qui i rashaida, nomadi del Sahara e mercanti di schiavi, continuano indisturbati a sequestrare donne, bambini e giovani uomini e a rivenderli ai predoni beduini portandoli sulle piste oltre il canale di Suez.

L’ennesimo caso è quello di un ragazzo eritreo, orfano di madre, rapito dai rashaida il 10 dicembre scorso a Shegarab, dove si era rifugiato con il padre malato. Il 4 gennaio è arrivato stremato nel Sinai e i trafficanti hanno chiesto un riscatto di 33 mila dollari da pagare entro sette giorni. Nella bolgia di Shegarab, dove le spie di Isaias Afewerki regolano i conti con gli oppositori con la complicità dei sudanesi, si salda l’alleanza tra il regime in putrefazione dell’Asmara e la mafia rashaida. Sette mesi fa l’Onu ha accusato il generale Teklai "Manjus" Kifle, comandante della zona occidentale del paese africano, di coinvolgimento nel traffico con altri militari asmarini. Le indagini di un gruppo di giornalisti eritrei ed etiopi, rifugiati nel campo, rivelano che l’accordo con i nomadi riguarda la compravendita dall’Eritrea di uomini e armi, acquistate dalle gang beduine con i riscatti.

«I rashaida – spiega al telefono S., reporter etiope in esilio – si appostano fuori dal campo su auto senza targa per rapire i profughi. Chi sa o vede troppo sparisce, come Casco, eritreo che gestiva con la moglie a Shegarab un ristorante interno. Un suo amico, Rahwa aveva visto i rapitori caricare la gente su grossi pick up pieni di armi e alcuni nomadi gli avevano spifferato che le armi arrivano dall’Eritrea e dalla Libia e sono pagate dai beduini con i riscatti. Quando Casco ha parlato con la polizia sudanese, Rahwa, lui e la moglie sono stati arrestati con un amico ai primi di dicembre sotto il naso dell’Acnur e sono finiti nel Sinai. Per liberarli hanno chiesto un riscatto di 100 mila dollari».

Armi sofisticate, come quelle trovate il 4 gennaio dai servizi di sicurezza egiziani nei dintorni del confine con la striscia di Gaza: un deposito di missili terra-aria e ordigni anticarro di provenienza libica. Armi che abbondano anche in Eritrea, storica alleata della Libia, dal 2008 rifornita di soldi e supporto militare dall’Iran in cambio dell’addestramento dei terroristi yemeniti sulle sue coste, come rivela il sito specializzato americano Stratfor. La quale vende su due tavoli la propria posizione chiave nel Mar Rosso affittando al contempo a Israele, sulle isole Dahlak, basi di sommergibili nucleari. Armi che il Sudan, nemico di Gerusalemme, finge di non vedere quando arrivano e, prendendo le antiche rotte dei mercanti di schiavi del Sahara egiziano, finiscono nel Sinai, divenuto nodo strategico per il passaggio di materiale bellico verso Gaza e per la stabilità dell’area.

Questa, confermano fonti locali e analisti, è la strategia del terrorismo jihadista: finanziare il traffico d’armi con il business dei sequestri di disperati dal Corno d’Africa tenendo buoni i turbolenti e divisi clan del Nord Sinai, sawarka e tarabin. Il Khamsin racconta che alcuni gruppi, che vivono di traffici con i Territori palestinesi (i passaggi di merce di ogni tipo sotto i tunnel di Rafah valgono mezzo miliardo di dollari annui), tre anni fa hanno voltato le spalle ad Hamas abbracciando correnti islamiste estreme e creando cellule combattenti. Alcuni passatori beduini, che nel 2008 si accontentavano di duemila dollari per un viaggio verso Israele, davanti all’aumento dei flussi di eritrei per la chiusura della Libia, dal 2009 sono diventati spietati rapitori che chiedono 60 mila dollari a persona. Parte dei lauti ricavi viene usata per la compravendita di armi di provenienza libica ed eritrea (quindi anche iraniana) da portare a Gaza per attaccare Israele e tenere a bada la polizia egiziana.

Veniamo al terminale della catena. Il deserto, nonostante una risoluzione del Parlamento europeo del 15 marzo scorso voluta dal parlamentare Mario Mauro, e le ripetute denunce di New York Times, Guardian, Cnn e Al Jazeera, resta un inferno fuori controllo.

Lo conferma Alganesh Fessaha, medico milanese di origine eritrea responsabile dell’ong Gandhi, che da anni libera i rapiti e i prigionieri sub-sahariani dalle galere egiziane, dove finisce chi viene liberato ma non riesce a varcare il confine sigillato con lo stato ebraico. Attualmente vi sono 500 prigionieri, tra cui donne e bambini. «Nel Sinai ci sono mille persone – racconta – detenute in condizioni inumane, con poco cibo e senza cure. Le donne vengono stuprate e alcune partoriscono in prigione. Per estorcere i riscatti, i rapitori telefonano ai parenti mentre le vittime vengono sprangate, frustate e bruciate con plastica fusa, benzina e acido».
Orrori senza fine. Chi non può pagare viene usato come schiavo nei campi o nei cantieri, mentre alcune bande arrivano ad espiantare gli organi per rivenderli sul mercato nero del Cairo. Lo ha confermato a fine novembre in una drammatica diretta radiofonica alla Bbc Philemon Semere, 22 anni, eritreo rifugiato a Shegarab e rapito dai Rashaida. Il giovane ha lanciato un disperato appello per trovare 25 mila dollari, altrimenti i rapitori l’avrebbero ucciso per asportargli i reni e rivenderli. La famiglia non poteva pagare, è stato venduto a un altro gruppo ed è sparito.

Altre efferatezze, come l’assassinio a sangue freddo a novembre di 11 ostaggi – tra cui un bambino di tre anni – sono raccontate via satellite a Radio Erena da Meron Estefanos, giornalista eritrea. «Il flusso dall’Asmara è inarrestabile – conferma Meron, autrice di un rapporto che è stato presentato alla Commissione europea – ma stanno cambiando le rotte e si è riaperta quella libica verso Lampedusa.
Molti, per via dei sequestri e del muro eretto dallo Stato ebraico, pagano i rashaida per andare al Cairo e da lì in Libia». La palla passa al governo egiziano del presidente Morsi e dei Fratelli musulmani che verso i jihadisti ha avuto un atteggiamento ambiguo. Può continuare a ignorare l’orrore o decidere di riportare il Sinai sotto la legge di Dio e degli uomini. Neppure il Khamsin sa che succederà.

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