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Onu: «L'Eritrea
fa rapire i suoi profughi»
Paolo Lambruschi
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​Il regime dell’Asmara sarebbe dietro il traffico di migliaia di esseri umani che dall’Eritrea passa attraverso il Sudan e finisce nel Sinai. Cominciano a emergere i nomi eccellenti della cupola che ha ordito i sequestri di profughi sub sahariani, in larga parte eritrei, dal 2009 e ha trasformato il deserto della Bibbia in un inferno.

E grazie anche al premio dato dal Dipartimento di Stato Usa a una suora comboniana che aiuta gli scampati all’inferno a Tel Aviv, da un mese questa tragedia non è più invisibile nelle cancellerie occidentali. Ancora 1500 persone sarebbero attualmente sequestrate e detenute dai predoni beduini in condizioni inumane nel Sinai, con stupri, abusi e torture. Con un’agghiacciante novità, almeno 600 prigionieri sono minorenni, sequestrati persino in Eritrea.

E i riscatti sono saliti a 60mila euro. I rapimenti avvengono sulla rotta che corre dal piccolo paese affacciato sul Mar Rosso fino alla terra di nessuno al confine con lo stato ebraico. Ma oggi, alla lista che alcune organizzazioni umanitarie hanno consegnato alla polizia egiziana e israeliana a inizio 2012 con i nomi dei capi predoni e dei loro complici beduini, etiopi ed eritrei che non hanno esitato a uccidere chi non aveva i mezzi per pagare il riscatto per espiantare e rivenderne gli organi, si aggiunge il primo nome eccellente.

È quello di un alto ufficiale eritreo, il generale Teklai Kifle detto "Manjus", comandante della zona occidentale militare del piccolo paese africano, uno dei leader più influenti della nomenklatura, accusato dall’ultimo rapporto della commissione degli osservatori delle Nazioni Unite sull’Eritrea di essere coinvolto con altri suoi sottoposti nel traffico di armi ed esseri umani verso Egitto e Sudan con la complicità dei nomadi del Sahara, i rashaida.

Al quotidiano inglese Guardian lo scorso 17 luglio uno degli estensori del rapporto ha confermato che l’immondo traffico avviene con la tacita approvazione di altri componenti della leadership eritrea, che ovviamente nega ogni addebito. Le motivazioni sarebbero non solo l’arricchimento personale, ma anche quello del partito marxista al potere da quasi 20 anni. I riscatti hanno raggiunto quota 60mila dollari, nell’autunno 2010 variavano dai 3 ai 6mila dollari.

È la prima prova del coinvolgimento del regime in disfacimento dell’Asmara, la Pyongyang africana, che costringe migliaia di giovani a una disperata fuga (un quarto dei 6 milioni di eritrei vive all’estero) dal servizio militare a vita e che non esita a vendere la pelle dei suoi stessi cittadini pur di sopravvivere. Una conferma è arrivata due settimane fa da don Mosè Zerai, il punto di riferimento dei profughi eritrei in fuga in Italia.
"Un gruppo di 24 giovanissimi, tra cui 11 ragazze minorenni che ho sentito – ricorda il prete – è stato rapito a Akurdet in Eritrea e venduto ai predoni del Sinai. Non sono gli unici». Impossibile che simili episodi avvengano senza l’assenso del governo.

Quanto al giro d’affari, don Zerai stima che oltre 100mila persone, nell’area di Sudan, Egitto e Libia, Eritrea, Etiopia e Somalia, siano state vittime del traffico; in particolare si calcola che siano scomparsi circa 4mila minori oltre a 3mila persone nel solo territorio del Sinai. Un quadro agghiacciante che getta una luce ancor più sinistra sul mercato di carne umana e organi che sta sconvolgendo il deserto egiziano. E su chi lo ha ordito.

La catena infernale, che abbiamo seguito in ogni suo passaggio negli ultimi 20 mesi, comincia ai confini tra Eritrea e Sudan, a Shegarab, un grande campo dell’Unhcr dove spariscono decine di persone al mese, rapite dai nomadi rashaida – che da secoli trafficano nel Sahara – con la complicità della corrotta polizia sudanese, o propongono ai più giovani e disperati un viaggio della speranza verso Israele. Poi nel Sinai vendono la "merce" umana alle gang del deserto, che da oltre due anni hanno organizzato la seconda parte di un lucroso traffico di esseri umani sulla pelle di chi fugge da miseria e disperazione.

I riscatti pagati via <+corsivo>money transfer<+tondo> sotto la minaccia di morte e torture hanno rovinato economicamente numerose famiglie in Eritrea e nei campi profughi dell’Unhcr in Etiopia e in Sudan, oltre a molti rifugiati in Europa e negli Usa. Gli ultimi sviluppi li conferma la giornalista in esilio in Svezia, Meron Estefanos, che per l’emittente web <+corsivo>Radio Erena<+tondo> ha intervistato centinaia di connazionali rapiti.

«Purtroppo i sequestri non si sono mai interrotti – conferma la Estefanos, attivista per i diritti umani e cofondatrice dell’Icer, organizzazione di professionisti della diaspora eritrea che sta producendo report che documentano i rapimenti a lungo ignorati dall’opinione pubblica – anche se nessuno si avventura più sulla via di Israele. Soprattutto i minorenni, che sono circa 600, sono stati rapiti in Eritrea oppure portati via con l’inganno dai campi in Sudan o in Etiopia e vengono torturati come gli altri».

Ma qualcosa di positivo è accaduto nel mese di giugno: la risoluzione del Parlamento europeo dello scorso 15 marzo in cui si chiedeva sostanzialmente ai governi di Egitto e Israele di intervenire per frenare il traffico ha smosso le acque a Washington. Lo conferma il premio assegnato lo scorso 19 giugno a suor Azezet Kidane da Hillary Clinton per il suo impegno nella lotta al traffico di esseri umani. La comboniana eritrea opera a Tel Aviv nella clinica dell’ong Phr e, grazie al suo operato, gli ostaggi liberati dai predoni in Egitto e giunti in Israele hanno trovato la forza di raccontare il loro calvario e denunciare il traffico nel Sinai squarciando il velo.
L’emittente qatariota Al Jazeera, molto seguita in tutti i paesi islamici, ha intervistato a metà luglio Sheik Mohamed, il religioso salafita che a Rafah, nel Sinai settentrionale, da mesi contrasta il traffico dei predoni beduini e accoglie i profughi eritrei sequestrati che riescono a fuggire. Avvenire lo ha intervistato lo scorso febbraio quando accolse Solomon, l’eritreo impazzito per gli orrori visti durante la detenzione in una delle case della morte, il primo riuscito a scappare. Era febbraio, poi ci fu la risoluzione del Parlamento europeo e ora questi nuovi barlumi di speranza.
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