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L'altra guerra
Quei bimbi siriani uccisi dall'embargo 
Giorgio Paolucci
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​«Ieri nel nostro quartiere un bambino è morto per il freddo. In casa sua da giorni non avevano di che scaldarsi, e lui non ce l’ha fatta. Non è il primo, sa? E non sarà l’ultimo, in questo gelido inverno di Aleppo». È rotta dalla commozione la voce di padre Ibrahim Alsabagh, francescano della Custodia di Terra Santa, che guida la parrocchia di San Francesco nella città martire del conflitto siriano, dove da mesi si consuma lo scontro più accanito tra l’esercito regolare e la miriade di gruppi armati che controllano molti quartieri. «Qui si muore per la guerra e per i frutti avvelenati che la guerra porta con sé – sospira il frate –. Ma c’è un nemico altrettanto insidioso, di cui si parla troppo poco, e di cui porta grande responsabilità l’Europa: è l’embargo decretato quattro anni fa nei confronti della Siria e più volte riconfermato, che sta silenziosamente strangolando il nostro Paese».
 
Pesantissime le conseguenze delle sanzioni sulla vita quotidiana: scarseggiano i generi alimentari di prima necessità – un fenomeno che alimenta le speculazioni e il mercato nero da parte di chi li possiede –, ogni giorno diventa più difficile procurarsi le materie prime per le fabbriche, la benzina per i trasporti, il gasolio per il riscaldamento nelle case (con l’aumento dei casi di anziani e bambini colpiti da malattie respiratorie, che in molti casi hanno portato alla morte), le medicine, i pezzi di ricambio per i macchinari.

Negli ospedali l’attività viene rallentata dalla scarsità del materiale sanitario o dall’impossibilità di riparare le attrezzature medicali, senza contare le carenze nella qualità dell’assistenza conseguenti al massiccio esodo del personale sanitario (secondo alcune fonti avrebbe lasciato il Paese il 50 per cento dei medici). Un dramma nel dramma è rappresentato dalla scarsità di acqua, causata soprattutto dal taglio delle risorse idriche da parte delle milizie jihadiste che controllano l’acquedotto. Anche le poche merci che riescono ad arrivare in zona entrano con difficoltà nella città, circondata dalle postazioni delle formazioni jihadiste che presidiano molti punti di accesso. E spesso i convogli umanitari per poter passare devono sottostare al pagamento di mazzette ai vari gruppi di “combattenti”.

Le sanzioni rendono praticamente impossibile inviare denaro in maniera diretta tramite bonifici bancari, costringendo a triangolazioni finanziarie con il Libano o a fare i conti con pesanti commissioni bancarie. I canali regolari si sono fatti sempre più stretti, frenando di fatto anche gli slanci di solidarietà che in questi anni sono arrivati da molti Paesi, con l’Italia in prima fila. Il risultato finale – paradossale ma non troppo, se si pensa a quanto è già stato sperimentato in altri contesti – è un popolo che nei fatti viene colpito da provvedimenti messi in atto da chi a parole proclama di volerlo aiutare. Oggi, di fatto, milioni di siriani si trovano loro malgrado a combattere ogni giorno «un’altra guerra», quella contro malnutrizione e denutrizione per carenza di cibo, contro malattie, povertà e disoccupazione che sono le conseguenze indotte dallo strangolamento a cui il Paese è stato sottoposto a causa dell’embargo.

«Seguendo l’esempio di Gesù, siamo a fianco del popolo, di tutto il popolo, senza alcuna distinzione di fede religiosa – racconta padre Ibrahim Alsabagh –. Non ci hanno fatto cambiare idea neppure i missili caduti nei giorni scorsi sul nostro quartiere cristiano di Azizieh e lanciati da una zona controllata dai jihadisti. Ma l’aiuto che riusciamo a dare è una goccia nel mare di bisogno in cui siamo immersi. Togliere l’embargo è una necessità evidente per chi vive qui, altrimenti Aleppo come altre città morirà. E chi pensava di danneggiare il governo con le sanzioni – dimenticando gli esiti infausti di analoghe iniziative condotte negli anni scorsi contro altri Stati – porta sulle spalle la pesante responsabilità di condannare a morte una popolazione già sfiancata. Muovetevi anche voi italiani, vi scongiuriamo: se l’Unione Europea persevera nell’errore, abbiate il coraggio di uscire dal coro, di rompere il fronte dell’embargo. Prima che sia troppo tardi, e che non vi resti che piangere sulle nostre rovine».
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