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Asia Bibi
Islamabad, in piazza contro Asia Bibi
Lucia Capuzzi
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«Impiccate Asia Bibi». Il grido risuona da due giorni appena fuori dalla “zona rossa”, il centro di Islamabad dove sono concentrate le sedi delle istituzioni pachistane. Almeno 30mila manifestanti, secondo fonti locali, arrivati dalla città-gemella Rawalpindi, resistono, imperterriti, allo sbarramento militare. E cercano di “sfondarlo”, per portare la protesta proprio di fronte al Parlamento. Il corteo, organizzato dai gruppi fondamentalisti islamici Sunni Tehreek (St) e Tehreek-i-Labbaik Ya Rasool (Saw), chiede la “riabilitazione” di Mumtaz Qadri, messo a morte il 29 febbraio scorso. L’esecuzione di quest’ultimo è stato un duro colpo per gli estremisti, che lo considerano un «martire».

Qadri è stato impiccato nel carcere di Rawalpindi per aver assassinato, il 4 gennaio 2011, Salman Taseer, governatore del Punjab. Questi, islamico, aveva “osato” criticare la legge antiblasfemia, una parte del codice penale pachistano che prevede pene severissime, tra cui la morte, per chi offende Maometto.


Da quando è stata emanata, trent’anni fa, la norma, in realtà, è stato impiegata come “arma di ricatto” nei confronti delle minoranze, accusate arbitrariamente in seguito a vendette personali o ripicche. Taseer, inoltre, si era recato nel carcere di Sheikhupura per far visita ad Asia Bibi, cattolica condannata con la falsa accusa di blasfemia. Un gesto quest’ultimo che i fondamentalisti avevano interpretato come una sfida. Da qui la “punizione” del governatore, ucciso con un proiettile esploso dalla sua stessa guardia del corpo. Qadri, appunto. Il filo rosso che unisce il killer e Asia Bibi è evidente.

Non a caso, insieme alla “riabilitazione” ufficiale del killer, i manifestanti chiedono l’impiccagione della cattolica. «A morte, a morte!», urlano, da domenica. Tanto che le autorità hanno rafforzato le misure di sicurezza nella prigione di Multan, dove ora è rinchiusa la donna, in attesa che la Corte Suprema esamini il ricorso presentato contro la sua condanna alla pena capitale.
Asia è ormai il simbolo dell’ingiustizia della legge anti-blasfemia. Proprio il suo caso, ha portato vari politici a chiedere la modifica della normativa. Un’eventualità che ha “galvanizzato” i fondamentalisti, decisi a impedire ogni attenuazione della misura, come dimostra la marcia di ieri. La dimostrazione è stata caratterizzata da numerosi momenti di tensione. I manifestanti, ripetutamente, hanno cercato di oltrepassare il cordone di polizia intorno alle istituzioni. Quest’ ultima ha reagito, impiegando idranti e sfollagente, poi è intervenuto l’esercito. Secondo le Forze armate, ora la situazione sarebbe tornata sotto controllo. I dimostranti, però, rifiutano di tornare a casa. Il sit-in – hanno annunciato – andrà avanti fin quando il governo non accetterà le richieste. In particolare, non garantirà l’impegno a lasciare intatti i quattro articoli del codice penale – 295, 295 a-b-c, 298, 298 a, b, c – che puniscono i “blasfemi” con la morte.

Non è la prima volta che i radicali marciano in difesa della normativa. Proprio la loro opposizione, finora, ha bloccato ogni possibile modifica. Mai prima d’ora, però, la volontà dell’esecutivo era apparsa tanto determinata a bloccare gli estremisti. Il braccio di ferro va avanti da anni ma si è intensificato dall’esecuzione di Qadri, un mese fa. In questo clima di tensione, rientra anche l’attentato di Lahore, rivolto in particolare contro la comunità cristiana, nel giorno di Pasqua. Finora, l’esecutivo ha dimostrato la volontà di non cedere ai ricatti. E di incrementare la lotta al terrore. Resta da vedere come reagiranno i fondamentalisti.
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