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«A Mosul minacciati da nemici senza volto»
Luca Geronico
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 Senza titolo

 
​​Il marchio della vergogna sulle case dei cristaini a Mosul: N, come Nazareno
cioè appunto cristiano. Un marchio della vergogna non per chi lo subisce
ma per gli jihadisti che lo impongono

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È appena rientrato da Erbil, dove ha visitato le comunità locali. Trema un po’ la voce di Jshlemon Warduni, abituato dagli anni dell’embargo e dalla guerra contro Saddam Hussein a lanciare vigorosi appelli. «Ora è difficile: temiamo ritorsioni per chi adesso è ancora là», spiega con un filo di voce.

È stato lui, vescovo caldeo ausiliare di Baghdad, a denunciare per primo mercoledì la «N» di Nasara (cristiani) disegnata dai miliziani dello stato islamico dell’Iraq (Isis) sulle abitazioni dei cristiani.

Allora monsignor Jshlemon Warduni, conferma queste «N» scritte sui muri?
È così. Hanno cominciato due o tre giorni fa. Lo scrivono, come mi hanno detto, su tutte le case cristiane. Anche quelle ancora abitate. A chi chiedeva delle spiegazioni è stato risposto che si tratta semplicemente di una pratica amministrativa, per mettere quelle proprietà sotto la protezione della nazione musulmana.

In realtà, da quando il 9 giugno è iniziata l’avanzata islamista, è un chiaro invito ad andarsene per i pochi cristiani rimasti a Mosul ?
Ad alcuni è stato detto: o ve ne andate, o diventate come noi, o pagate la «jizya», la tassa di sottomissione. Ad alcuni cristiani è stato detto così. Io non ho parlato con nessuno dell’Isis, non ho visto nessuno di loro ma ci parlano i cristiani e gli altri abitanti di Mosul rimasti là. Capite quanto è pericoloso dire queste cose...

Le case poi vengono espropriate, sono date ai fiancheggiatori dei fondamentalisti o vanno direttamente al patrimonio dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante?
Non so. Sinora hanno scritto queste lettere sui muri delle abitazioni dei cristiani. Poi hanno detto che con lo spray scriveranno: questa è proprietà della nazione musulmana.

Conferma anche che sul vescovado ora sventola la bandiera dell’Isis?
Sì, c’è. Me lo hanno riferito: o da una finestra o sulla porta della casa del vescovo.

E i pochissimi cristiani rimasti dopo la battaglia del 9 giugno, cosa fanno di fronte a questa nuova violenza psicologica?
Non sanno cosa fare, nemmeno noi sappiamo che fare. Non è facile, credetemi. Non sappiamo con chi parlare, non sappiamo chi ci darà la risposta. Ci sono tanti gruppi e non c’è il governo. I guerriglieri hanno conquistato la città con la forza. Non è facile, non si può parlare normalmente con loro.

Ci sono altri segni di islamizzazione a Mosul e dintorni. I fondamentalisti hanno imposto la sharia nella città e nella cintura dei villaggi cristiani?
Questi gesti che si rifanno agli insegnamenti della sharia, sono certamente un grande segno che le cose vanno in questa direzione. Ma non lo posso affermare con certezza: come dicevo sono tanti gruppi diversi e alcuni sono molto fanatici, altri lo sono un po’ meno. Ci sono alcuni che parlano con tanta dolcezza: «Voi siete nostri amici, dovete sapere che noi vi amiamo», ci dicono. Però i fatti sono ben altra cosa: ad esempio hanno tolto l’acqua ai villaggi cristiani che sono sotto la protezione curda.

Questo vale anche per Qaraqosh, vicino a Mosul, bombardata a fine giugno?
Da quella parte dell’Iraq non ho notizie precise. Penso che questa sia una situazione generale per tutti i cristiani.

Le famiglie cristiane, scappate in Kurdistan, sono ancora in alloggi di fortuna a Erbil?
Quelli fuggite nei giorni del bombardamento a Qaraqosh per il 70-80% sono tornati. Gli altri non so che fine abbiamo fatto, ma penso siano ora ad Ankawa, Telkaif e dintorni.

Siete riusciti ad organizzare una prima assistenza?
La Chiesa ha fatto tutto ciò che poteva: abbiamo aperto le scuole, le chiese, i posti di carità per ospitare gli sfollati. La Caritas non ha potuto dare posti letto ma ha distribuito viveri, materassi, sapone...Domani tornerò ad Ankawa e Erbil per discutere con le organizzazioni umanitarie cosa poter fare di più: la mancanza della luce e dell’acqua sono un danno gravissimo. Mettiamo tutte le nostre forze per scavare dei pozzi e avere così l’acqua dolce. Un lavoro in collaborazione con i sacerdoti locali, i diversi operatori locali e sostenuti dal patriarca Louis Sako che sta facendo tutto il possibile per avere aiuti e poi distribuirli alla gente.

Intanto a Baghdad non c’è ancora un governo. Il Kurdistan sembra essere l’unica forza di protezione per i cristiani?
Lo è per tutte le persone che sono vicine ai curdi: hanno una forte organizzazione. Intanto noi aspettiamo un nuovo governo, aspettiamo le cose che aspettano tutti i cittadini iracheni...

E con i fondamentalisti cercate il dialogo?
Per il momento è molto difficile. Si può parlare qua e là, avere o dare qualche notizia, ma sedersi a un tavolo è un sogno. Siamo tutti in ansia e cerchiamo di attaccarci alla speranza. Ogni giorno fronteggiamo qualcosa di impensabile il giorno prima, ma questo è il momento presente. Non sappiamo se sarà mai possibile sedersi a un tavolo e se avremo una risposta e se saranno soddisfatti di questo perché questi estremisti hanno le loro convinzioni. Ma il Signore ci aiuta: noi urliamo sempre: «Dio nostro, Dio nostro non ci abbandonare».
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