sabato 8 ottobre 2016
Reportage dal Libano. Qui sono almeno 180mila i profughi minorenni costretti a lavorare. Il sospetto che siano sfruttati da una rete criminale.
A Beirut in strada con gli sciuscià siriani
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Arrivano in gruppuscoli dalle viscere della periferia gli sciuscià siriani di Beirut. Ascoltano in cerchio intorno al veterano quando Hamra street è ancora deserta, poi si separano come concordato, cominciano la ronda con il banchetto di legno, le spazzole, gli stracci e i lucidi. Presto la via del commercio sarà un tormento di rumori, donne alle vetrine e uomini che fumano inchiodati ai tavoli dei caffè all’aperto. Nel 2014 il ministero del Lavoro contava 180.000 minori siriani impegnati in attività lavorative, una moltitudine che contribuisce alla sopravvivenza del milione e mezzo di rifugiati, un terzo dell’intera popolazione libanese, divisa dalle cicatrici della guerra civile e minacciata dalle tensioni dell’anomia regionale.L’esercito di bambini lavora chino nei campi agricoli della valle della Beqaa, tira carretti di frutta, è chiuso nelle fabbriche e nelle officine, è a servizio nelle case o nei ristoranti dove sbuccia aglio per un dollaro al giorno. I più soli cadono nella rete della prostituzione. Varcata la frontiera i risparmi familiari sono presto andati in fumo, e i minori sono diventati parte di una deriva sottoproletaria in terra straniera. A Beirut, l’indigenza e un mercato del lavoro informale che ha da tempo superato la saturazione si semplificano per molti fanciulli nello sconsolato teatro della strada. Ibrahim, undicenne originario di Homs, pesca dal secchio il ghiaccio liquefatto dove galleggiano poche bottiglie d’acqua, si bagna il capo, poggia gli occhi tristi sul serpente arroventato delle macchine in coda fra Sodeco e Place Sassine. Da tre anni nella capitale, vive con lo zio e i cugini. Il padre e la madre sono morti in un bombardamento nel 2013. «La legge libanese sul lavoro dei rifugiati è molto restrittiva, circoscrive l’impiego ad agricoltura e costruzioni. Così spesso i bambini sostituiscono i genitori, loro non corrono il rischio dell’espulsione, con una multa di 30 dollari sono fuori dalla stazione di polizia», spiega Sara Sannouh, responsabile per l’International Rescue Committee del programma dedicato ai bambini di strada, operativo dal 2014. Sara coordina l’attività di 20 venti giovani che pattugliano 24 ore su 24 Beirut e il Monte Libano, mantengono un contatto costante con 700 bambini, organizzano per loro seminari su come sopravvivere ai pericoli della giungla urbana, agli uomini. «Sono soggetti a violenze verbali e fisiche, che talvolta trascendono in abusi sessuali. Lavoriamo da cinque anni fra le strade di Beirut e sospettiamo l’esistenza di reti criminali che gestiscono il lavoro minorile, ma è difficile scoprirle e pericoloso denunciarle », racconta Sara. Il programma offre supporto economico e psicologico alle famiglie, cerca di ridurre il numero di ore trascorse per strada inserendo i bambini in contesti lavorativi sicuri e remunerati, apre due volte a settimana un laboratorio dove possono ritrovare il gioco. «La prima cosa che fanno se ci incontriamo per caso è chiedermi del denaro o cercare di vendermi qualcosa. Ma basta fare riferimento al laboratorio perché cambino espressione perché tornino bambini». Basta fermarsi un attimo per cogliere queste piccole epifanie: una macchina ferma all’incrocio di Sultan Ibrahim rifiuta al fanciullo le solite gomme da masticare, i fazzoletti, e porge fuori dal finestrino una scatola con farina, riso e dolci, che il fanciullo scarta seduto in un angolo guardandosi attorno perplesso, minuscolo nell’imbrunire della metropoli. “Ibn al-sharea”, “figlio della strada” è l’espressione che descrive in arabo chi ha appreso il vivere fuori dalla sfera protettiva della famiglia. Sono le mani nere di lucido, la baldanza del passo, o l’espressione accigliata e il contrattare di Fatima, 6 anni, regina notturna di Mar Mikhail con i suoi mazzi di gardenie o di rose, le collane di conchiglie da vendere fra l’indifferenza o le carezze, un tunnel infinito fra gli ubriachi e la musica della strada dove Beirut cerca l’Occidente, e l’oblio.
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