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I limiti dell'informazione
Città assediate, un milione in trappola
CAMILLE EID
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La Siria assomiglia ormai a un “buco nero” dell’informazione. Da quattro città che si trovano oggi al centro della cronaca – Aleppo, Homs, Deir ez Zor e Madaya – escono praticamente pochissime notizie di prima mano. E quelle che escono sono poco verificabili. Quando non risultano false o manipolate, come quelle foto sui bambini affamati di Madaya che si sono poi rivelate vecchie di anni.

Eppure, nonostante la partenza di migliaia di famiglie, in questi centri continuano a resistere oltre un milione di abitanti. Il condizionale diventa così d’obbligo per chi si trova a raccontare i fatti siriani, specie quando la fonte quasi esclusiva delle notizie è un altisonante Osservatorio siriano dei diritti umani (Osdh), con sede a Londra, che una rete di informatori non molto chiara. La testimonianza diretta di chi riesce a comunicare al mondo una notizia diventa di inestimabile valore.
Un esempio: padre Ibrahim Alsabagh, una delle voci che tengono viva la campagna di Avvenire «Salviamo Aleppo». Sembra di essere lontani anni luce dal fenomeno della “guerra in diretta tv” inaugurato 25 anni fa da Peter Arnett per la Cnn in una Baghdad sotto bombardamento. E allora Internet non c’era, o almeno, non era quello che è ora. Che cosa si è inceppato oggi nell’era dei social network? 
ccanto agli ostacoli di ordine tecnico e logistico, come la distruzione delle linee di comunicazione e le difficoltà di spostamento, esistono certamente ostacoli imposti dall’alto, ossia il ferreo controllo esercitato da tutte le parti coinvolte nel conflitto sul Web. ccanto agli ostacoli di ordine tecnico e logistico, come la distruzione delle linee di comunicazione e le difficoltà di spostamento, esistono certamente ostacoli imposti dall’alto, ossia il ferreo controllo esercitato da tutte le parti coinvolte nel conflitto sul Web.

L’agenzia ufficiale Sana, inoltre, rimane il canale preferenziale – per non dire la fonte obbligatoria – delle informazioni diffuse dai media filo-governativi, mentre nelle zone sotto il controllo dei ribelli, il minimo “errore di valutazione” può costare tanto. L’ultimo episodio risale a una settimana fa, con il sequestro, durato alcune ore, di due attivisti che da Kafranbel, vicino a Idlib, animano la radio Fresh FMche diffonde in arabo e inglese. 

Ci sono poi, ovviamente, i gravi pericoli che corrono i giornalisti locali e stranieri. Secondo l’organizzazione Reporter senza frontiere, nel 2015 sono rimasti uccisi in Siria 10 giornalisti (altri 11 in Iraq) su un totale di 110 giornalisti uccisi in tutto il mondo, mentre 26 sono stati presi in ostaggio su un totale di 54 giornalisti nel mondo. Tra le vittime anche delle donne, come Ruqia Hassan, uccisa dal Daesh per «spionaggio».
La giornalista raccontava, sotto lo pseudonimo di Nissan Ibrahim, la vita quotidiana degli abitanti di Raqqa, la roccaforte dei jihadisti. Fare controinformazione sulla Siria diventa pericoloso anche al di fuori dei confini nazionali, come dimostra il caso del 38enne giornalista Naji Jerf, assassinato a dicembre nella città turca di Gaziantep. Jerf era collaboratore del sito “Raqqa viene massacrata in silenzio” che dal 2014 racconta in clandestinità come i jihadisti operano nella loro “capitale”. Poi è difficile raggiungere una delle 15 zone assediate che conta oggi la Siria. Al valico di Jdeidet Yabus, i tassisti siriani si rimbalzano a vicenda la richiesta dei giornalisti libanesi di condurli alla vicinissima località di Madaya. La vita vale molto più di un cospicuo guadagno.
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