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Accordo a Bruxelles
Brexit, l'Ue trova l'accordo con Londra
Giovanni Maria Del Re
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Alla fine l’accordo con la Gran Bretagna per scongiurare la Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue è arrivato, al termine di una faticosissima giornata. Perché se Londra voleva il dramma e la suspense al Consiglio Europeo si può ben dire che l’abbia avuto. Dopo una nottata di bilaterali conclusisi alle cinque del mattino di ieri, seguite da lunghe riunioni di avvocati per analizzare i testi giuridicamente vincolanti che i leader devono firmare, tutta la giornata è stata all’insegna delle consultazioni e di una ridda di voci tra il pessimismo e l’ottimismo. «Accordo fatto, unanime sostegno per un nuovo assetto per la Gran Bretagna», ha scritto finalmente, su Twitter, il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk alle 22 e 30.

«Ritengo che questo accordo sia sufficiente affinché io raccomandi che il Regno Unito resti nell’Ue, avendo il meglio di entrambi i mondi» ha dichiarato il premier britannico David Cameron, che oggi terrà un consiglio dei ministri a Londra. Dalla mattina si è assistito a un continuo rinvio di quello che inizialmente avrebbe dovuto essere un 'English Breakfast', una colazione britannica, per riunire tutti i leader, prevista da programma alle 11 del mattino. Presto è diventata un 'English lunch' (pranzo) prima alle 13, poi alle 14 e 30. Poi nuovo rinvio, si parlava di un 'English Tea', fino ad arrivare, finalmente, alle 21 e 30 passate per avere finalmente i leader riuniti una 'English Dinner' (cena). Prima di allora c’è stato una nuova serie di bilaterali o trilaterali, tra Tusk e il premier britannico David Cameron, poi il presidente francese François Hollande, il belga Charles Michel, e poi quello ceco Bohuslav Sobotka, presidente del gruppo di Visegrad (insieme a Slovacchia, Polonia e Ungheria), e vari altri. Cameron si diceva pronto a restare a Bruxelles «anche fino a domenica».

In tutto questo non sono mancati lunghi momenti di noia per quanti non erano coinvolti nei bilaterali. Raccontano di leader davanti a un televisore a guardarsi un vecchio film con il comico francese Louis de Funès, mentre il cancelliere tedesco Angela Merkel è stato intercettato davanti alla Maison Antoine, un chiosco di patatine fritte famoso in tutta Bruxelles a due passi dalla sede del palazzo Justus Lipsius in cui si svolgeva il vertice. E Hollande ha trovato il tempo per una lunga diretta con il canale radio all news FranceInter. Certo, ieri si è avuta l’impressione che questo continuo prolungamento facesse parte anche del «teatro», come ha ribadito sardonica la presidente lituana Dalia Grybauskaite. «Tutto dipenderà dal livello di sceneggiata che i paesi vorranno recitare», spiegava in mattinata. Soprattutto, le notizie sempre più allarmanti sul crescere dei 'muri' in Europa ha rafforzato in molte delegazioni il desiderio di liberarsi al più presto della tediosa questione britannica per tornare a occuparsi delle crisi 'vere'. Hollande nell’intervista a FranceInter aveva voluto rimettere i puntini sulle i.

«Gli interessi del Regno Unito devono essere tenuti da conto ma non a detrimento dell’Europa». I nodi sul fronte economico già nel pomeriggio erano sostanzialmente risolti, come la questione della tutela dei paesi non euro: questi non potranno bloccare decisioni dell’eurozona ma potranno chiedere (basterà anche un solo stato) almeno di discutere in sede di Consiglio Ue loro eventuali obiezioni. Accolta anche la richiesta del Belgio di una clausola che fa automaticamente decadere del pacchetto nel caso di un no al referendum britannico di giugno. A tener banco ieri è stata soprattutto la questione della deroga temporanea ai sussidi sociali per i migranti Ue, e dell’adattamento al tenore di vita locale degli assegni familiari per bambini rimasti nei paesi di origine. I paesi diVisegrad, soprattutto la Polonia hanno negoziato duro, in particolare sul fronte della durata della deroga per consentire il congelamento di sussidi sociali ai migranti Ue.

La quadra si è trovata sui 7 anni (contro i 13 chiesti da Cameron e i 5 che volevano i paesi dell’Est), non applicabile però ai figli già nati rimasti in patria, ma dal 2020 tutti gli stati membri potranno seguire l’esempio britannico sul fronte dei figli rimasti in patria. Un piccolo giallo ha creato la voce che il premier greco Alexis Tsipras avesse minacciato un veto sull’accordo, se non avesse ricevuto una garanzia che nessuna barriera anti-migranti sarebbe stata costruita a nord della Grecia. In realtà poi in serata un portavoce di Atene ha smentito, nessun veto, solo la richiesta di ascoltare anche le difficoltà greche.
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