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Dopo la strage in Yemen
«Suore uccise siano simbolo dell'8 marzo»
LUCIA CAPUZZI
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Da sinistra a destra: Anselm, Reginette, Judit, Marguerite. Credit: Vicariato apostolico dell'Arabia meridionale

Anselm, Marguerite, Judit, Reginette. I loro non erano volti noti al grande pubblico. Li conoscevano le persone – in gran parte disabili e anziani di famiglie troppo povere per poterli sfamare – per cui avevano scelto di spendere la vita. Gli altri no. I media mondiali hanno ignorato quei volti perfino quando sono stati sfregiati dai proiettili dell’odio fanatico, insieme a quelle di altre 12 persone. Facce invisibili di donne invisibili. Sono tante, troppe ancora nel mondo.

Per questo, l’Unione mondiale delle organizzazioni femminili cattoliche (Umofc/ Wucwo) ha voluto dedicare questo 8 marzo ad Anselm, Marguerite, Judit, Reginette, le suore massacrate ad Aden, in Yemen, venerdì scorso. Là erano andate – rispettivamente da India, Ruanda, Kenya e ancora Ruanda –, rapite dal carisma di Madre Teresa di Calcutta. Per assistere, come Missionarie della Carità, l’umanità ferita e scartata. Là hanno voluto restare, nonostante le ripetute minacce e la guerra civile, per non abbandonare i “loro” malati, quasi tutti di religione musulmana. E là sono morte per mano di un commando fondamentalista, forse appartenente al Daesh, che, accecato dal fanatismo ideologico, non ha risparmiato nemmeno i 12 collaboratori e dipendenti di fede islamica.

«Queste suore potremmo considerarle una sorta di punta dell’iceberg di ante persone», ha detto a Radio Vaticana Maria Giovanna Ruggeri, presidente dell’Unofc. E ha aggiunto: «Voglio ricordare le donne che in nome della propria fede vengono perseguitate, subiscono violenze di tutti i generi». 
Un simbolo di coraggio femminile e un esempio per tutti, come ha sottolineato monsignor Nunzio Galantino, segretario della Conferenza episcopale italiana. Anselm, Marguerite, Judit, Reginette – come tante altre donne – hanno «scelto di rimanere accanto ai loro assistiti! Quante ne ho incontrato io nella mia vita. A loro va il mio grande affetto e la mia riconoscenza. Non solo oggi», ha scritto su Facebook monsignor Galantino. Il segretario della Cei ha espresso anche la propria «tristezza» per il silenzio dei media sulla strage. L’indifferenza della stampa nei confronti dell’eccidio è stata sottolineata pure dall’arcivescovo di Firenze, il cardinale Giuseppe Betori: «A parte l’Osservatore romano e Avvenire, nessuno ha dedicato loro due righe. Per loro non c’è memoria nella nostra società italiana». Il silenzio di tanta parte della stampa è stato stigmatizzato dal cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, che ieri sera in Duomo ha ribadito come «il martirio è il caso serio dell’essere cristiani». Forse si trattava di donne “scomode” – si legge sul sito www.azionecattolicamilano. it – capaci di testimoniare «ogni giorno la civiltà dell’amore, all’interno della guerra tra sunniti e sciiti». In omaggio alla forza delle quattro religiose, il patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, celebrerà una Messa di suffragio nella chiesa di San Salvatore, nella città vecchia.  

Cinque giorni dopo l’eccidio, nella casa delle Missionarie della Carità di Aden si respira l’assenza delle suore con il sari. Le religiose non ci sono più. La superiora, suor Sally, l’unica sopravvissuta per un soffio al massacro, «è fuori dal Paese e al sicuro, in un luogo protetto», hanno riferito ad AsiaNews fonti del Vicariato apostolico dell’Arabia meridionale. La struttura è sotto il controllo dei poliziotti, in attesa di tro- vare qualcuno che si occupi dei disabili e degli anziani rimasti.

Non c’è nemmeno il salesiano Tom Uzhunnalil, che collaborava con le missionarie. Il sacerdote indiano è scomparso il giorno dell’eccidio. Le autorità non impiegano esplicitamente la parola “sequestrato” perché non c’è stata ancora una richiesta di riscatto ma ormai è evidente che si tratta di un rapimento. Il sacerdote salesiano si era trasferito nella residenza a settembre, quando la sua parrocchia – la Sacra Famiglia di Aden – era stata incendiata. Non si era trattato di un incidente, bensì dell’apice di una serie di minacce nei confronti della comunità cattolica. Dallo scoppio della guerra civile, un anno e mezzo fa, la tensione nei confronti delle minoranze religiose era cresciuta esponenzialmente. La provincia di Bangalore, a cui apparteneva il religioso, aveva proposto ai salesiani di andar via. Tre avevano accettato. Due, tra cui padre Tom, sono rimasti. Appena qualche settimana fa, in un’e mail ai confratelli in India si era detto felice di quella scelta. «In Yemen – aveva scritto – ho trovato la mia autentica missione».

(Ha collaborato Danilo Poggio)
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