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Crisi umanitaria
Siria, stop ai colloqui a Ginevra
Luca Geronico
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A nord, in Kurdistan, fossati politici che si scavano nell’ombra da decenni, trincee per disegnare a forza sul terreno nuove e sospirate frontiere per cui si invoca, con la convinzione di avere finalmente un’opportunità storica, l’«indipendenza».
Al centro dell’Iraq, intanto, si alzano muri e scavano trincee, per respingere un possibile assedio di foreign fighter e tribù locali con il turbante nero, capaci ormai da mesi di infiltrarsi e colpire fin dentro i sobborghi della gigantesca Baghdad.
È l’Iraq, sull’orlo della spartizione, mentre a Ginevra – dopo una settimana di estenuanti preliminari – l’inviato speciale dell’Onu Staffan de Mistura ha sospeso i colloqui fino al 25 febbraio. Lo stesso de Mistura sarà oggi a Londra per la conferenza dei Paesi donatori: l’obiettivo è di raccogliere 9 miliardi di dollari per rispondere a una catastrofe umanitaria che convolge 13 milioni di persone. Ieri a Ginevra era giunto pure Riad Hijab, l’ex premier siriano fuggito all’estero nel 2012 e ora presidente dell’Alto comitato per i negoziati sostenuto da Riad. La Russia aveva indicato altri oppositori «moderati» meno ostili a Damasco ma l’Onu non li ha riconosciuti. La delegazione, guidata da Hijab, ha il pieno sostegno saudita e degli «Amici della Siria» con a capo gli Usa e di cui fa parte anche l’Italia. Fuori dal tavolo sono sempre rimasti i curdosiriani. Ma, si apprende a sera, è stata l’avanzata delle forze governative e i raid russi nella provincia di Aleppo ad arenare le trattative: i ribelli, prima di trattare, chiedono la fine dei bombardamenti russi e dell’assedio alle città da loro controllate.
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Ci si riproverà non prima del 25 febbraio, dopo tre settimane di riflessione. E dopo mesi di guerra civile regionale senza un barlume di soluzione politica, il Kurdistan iracheno gioca la carta tenuta in serbo nei decenni di resistenza contro Baghdad e Ankara. I tempi sono «maturi», ha ribadito per la seconda volta in pochi giorni Masud Barzani, «perché il popolo curdo prenda una decisione sul suo destino attraverso un referendum». Una consultazione, mette le mani avanti il presidente della regione autonoma del Kurdistan, che «non significa proclamare l’indipendenza», ma testare «volontà» e «opinione del popolo curdo» in modo da poterla attuare «nei tempi e nelle condizioni appropriati». Una dichiarazione di intenti, mentre l’Italia invia altri soldati e si prepara a riposizionare gli “addestratori” presenti a Erbil a difendere i cantieri della Trevi per mettere in sicurezza la diga di Mosul. Il contratto evidenzia un più forte impegno italiano e che pare una scommessa su Erbil come futura testa di ponte – economica ma anche politica – per la coalizione internazionale a guida Usa in un nuovo puzzle di ministati mediorientali retti per procura. Il ministro iracheno delle risorse idriche, Mohsen al-Shammari, ha confermato che la diga di Mosul ha assoluta necessità di una soluzione permanente per consolidarne le fondamenta, anche se per ora non vi è il rischio di un collasso. L’intervento della Trevi servirà a rafforzare la struttura nei punti di sostegno. Il progetto prevede la riparazione della parte inferiore della diga e l’addestramento di personale incaricato della manutenzione, mentre si sta valutando la costruzione di un’altra diga oppure il potenziamento del bacino di Badush, a 15 chilometri a nord di Mosul.

È a difesa dei cantieri attorno alla diga che, come anticipato in dicembre dal premier Renzi, verranno inviati 450 militari italiani. Altri 130 soldati con elicotteri e un «assetto molto importante», ha confermato il ministro della Difesa Roberta Pinotti, saranno presto dislocati ad Erbil con compiti di recupero dei feriti in combattimento. Il decreto, già pronto, sarà esaminato al più presto dal governo. Saliranno così a mille i militari italiani impegnati in Iraq. Grandi manovre e annunci anche a Baghdad. Le forze di sicurezza irachene, dopo una serie di attacchi terroristici, stanno costruendo trincee larghe tre metri e un muro di cemento attorno alla capitale Baghdad, per prevenire attacchi da parte di miliziani del Daesh. La barriera, secondo il progetto, circonderà la capitale e sarà dotato di telecamere di sorveglianza. Una capitale fortino, mentre a Nord, sempre per difendersi dai diavoli neri del Califfato, la settimana scorsa si è iniziato a scavare un fossato lungo 600 chilometri su tutta la linea di confine fra il Kurdistan iracheno e il resto del Pae- se. Immediate le accuse di secessionismo levatesi da Baghdad. 

Decisivo, per gli equilibri futuri, il tracciato della “nuova frontiera” nella regione di Kirkuk, formalmente al di fuori dei confini della regione autonoma, ma storicamente rivendicata da sempre dai curdi iracheni e sede dei principali giacimenti iracheni dopo quelli di Bassora. Dopo lo strappo sulla gestione del petrolio, con Erbil che vende autonomamente il greggio mentre il governo federale non riconosce più al governo autonomo la quota del 18 per cento del bilancio nazionale, la “separazione di fatto” prosegue: sono ormai cinque mesi che Baghdad non paga più gli stipendi ai dipendenti pubblici in Kurdistan. Un altro fossato che ormai divide Erbil da Baghdad. 
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