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Siria, i sauditi «perdono» Beirut
GIORGIO FERRARI
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​Sayyed Hassan Nasrallah, leader degli Hezbollah

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Jeanine Hamouche scorre con le lunghe dita affusolate quel rompicapo di colori, di cifre lampeggianti, di asterischi che affollano il suo monitor e ammiccano ai margini di una cascata di caratteri che hanno tutti una cosa in comune: «È la fanfara che annuncia la disfatta – dice –: i sauditi ci stanno abbandonando». L’ufficio studi della Bank of Lebanon non è fatto da dilettanti. I numeri parlano chiaro, gli ordinativi, i depositi bancari, le rimesse, l’attività edilizia, ogni parametro non fa che confermare ciò che i libanesi annusano da settimane. «Per prima cosa Riad ha sospeso la fornitura dei 4 miliardi di dollari annuali destinati all’Armée Libanaise. Ora cominciano a ritirare i depositi e ad abbandonare i progetti in corso. So di un invito esplicito ai cittadini sauditi ad abbandonare al più presto il Libano. E la stessa cosa stanno per fare le monarchie del Golfo. Sa cosa vuol dire questo?» Lo intuiamo. Soprattutto quando poche ore dopo Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Oman e Bahrein, ovvero gli Stati del Consiglio di cooperazione del Golfo, proclamano gli hezbollah «organizzazione terroristica», motivando la decisione con «le continue azioni ostili condotte dai membri di queste milizie per reclutare i giovani dei Paesi del Ccg per lanciare operazioni terroristiche in Siria, Yemen e Iraq, operazioni che contraddicono i valori, principi etici e la legge internazionali». Cosa sta accadendo? Per comprenderlo dobbiamo spostare lo sguardo un po’ più a est, in quell’Iran uscito or ora da controverse elezioni politiche ma soprattutto sdoganato dopo lunghi anni di embargo politico ed economico grazie all’accordo sul nucleare. «Una resurrezione – spiega l’analista Jean Jabbour – che ha cambiato le carte in tavola: a cominciare dalla Siria, dove l’apporto finanziario e militare di Teheran è sempre più decisivo e di conseguenza anche in Libano, dove Hezbollah che da anni combatte sul territorio siriano a fianco delle milizie regolari Bashar al-Assad si sente ogni giorno più forte. Come più intenso diventa il confronto fra le due grandi potenze regionali, l’Arabia Saudita e l’Iran, ovvero il mondo sunnita e quello sciita». Il Libano insomma torna ad essere terreno di scontri e di scorrerie, come l’Italia al tempo delle signorie, dove gli eserciti stranieri amavano affrontarsi e spartirsi il bottino. «Stiamo per assistere alla spartizione della Siria – dice il leader druso Walid Jumblatt in un’intervista –, come la Polonia nel 1939. Stati Uniti e Russia si sono già messi d’accordo. Si parla di soluzione federale. Ma sarà un federalismo mediorientale, settario. La guerra non finirà mai davvero ». Ed è esattamente ciò che i libanesi temono: che cioè l’influenza siriana torni a farsi sentire sul Paese come ai tempi della guerra civile, trasformando nuovamente il Libano in una provincia siriana. «Riad non ha il diritto di sanzionare la popolazione libanese perché un particolare partito ha assunto una certa posizione – dice con studiata retorica Hassan Nasrallah, guida religiosa e politica del Partito di Dio in una discorso all’emittente al-Manar, la tv dei fedelissimi dello sceicco –. Se c’è un criminale, sono io quel criminale, Hezbollah è il criminale», . «Capisce adesso perché i sauditi se ne vanno? – dice ancora Jeanine – Perché la battaglia sul terreno l’hanno perduta e non hanno più alcuna convenienza a investire in Libano. Già vedono il mio Paese come una zona d’influenza iraniana grazie al pesante intervento russo a fianco della coalizione sciita». C’è sicuramente del vero, com’è vero che nel chiudere i cordoni della borsa Riad (che viceversa è molto generosa con il Marocco – 22 miliardi di aiuti militari – e il Sudan – 5 miliardi) sta facendo pagare al governo libanese il fatto di non aver mosso un dito per condannare gli attacchi alle sedi diplomatiche saudite in Iran avvenuti all’indomani dell’esecuzione da parte del regno wahabita del religioso sciita e oppositore saudita Nimr al-Nimr. Ma c’è soprattutto la consapevolezza che il Partito di Dio si è trasformato da attore regionale a piccola ma agguerrita entità transnazionale, capace di combattere in Siria come di addestrare il movimento anti-saudita Houthi nello Yemen. Un vero Stato nello Stato, laddove il Libano formalmente è da 21 mesi senza guida, essendo fallito giusto ieri il trentaseiesimo tentativo del Parlamento di eleggere il capo dello Stato. «Ma non ci sarà una nuova guerra civile – dicono tutti, cristiani, sunniti, drusi, sciiti di Amal e sciiti Hezbollah –: quindici anni di inutili massacri hanno insegnato qualcosa. A sopravvivere a tutte le controversie e a navigare a vista, a dispetto dei cattivi pronostici. L’unica vera forza del Libano.
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