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Il Nobel per la pace
Satyarthi: «L'aiuto a un bimbo è la libertà»
Anna Pozzi
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«Ogni volta che libero un bambino, un bambino che ha perso ogni speranza di tornare da sua madre, e vedo sul suo volto il primo sorriso della libertà; ogni volta che una madre che ha perso ogni speranza di rivedere suo figlio, lo abbraccia di nuovo nel suo grembo, e vedo la prima lacrima di gioia scendere giù sulla sua guancia… allora in tutto ciò io trovo una grande ispirazione»

Sono ormai più di tre decenni che l’indiano Kailash Satyarthi lotta per liberare dalle catene della tratta e del lavoro forzato migliaia di bambini schiavi. Ed è per questo suo lavoro che è stato insignito nel 2014 del Premio Nobel per la pace, insieme alla pachistana Malala Yousafzay, giovane attivista per il diritto all’istruzione delle bambine. Satyarthi, che sarà a Milano lunedì (per un convegno alle 15 a Palazzo Marino e una serata nella basilica di Sant’Ambrogio con il cardinale Angelo Scola alle 21) in occasione della  Giornata internazionale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone, voluta da papa Francesco, ricorda come, già a 27 anni, aveva liberato una ragazza che stava per essere venduta a un bordello. 

«Questo episodio – racconta – mi ha dato l’idea di creare una nuova strategia per salvare e liberare i bambini dalla schiavitù. Non si tratta di uno, dieci o venti; io e miei colleghi siamo stati in grado di liberare oltre 83mila bambini-schiavi e di consegnarli alle loro famiglie. Sapevo però che c’era bisogno di politiche globali. Quindi, abbiamo organizzato marce in tutto il mondo contro il lavoro minorile e questo ha portato alla definizione di una nuova convenzione internazionale sul fenomeno».

Oggi Satyarthi è uno dei più attivi sostenitori della campagna dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) «50 for Freedom», che promuove l’implementazione del Protocollo contro il lavoro forzato, con l’obiettivo di raggiungere la ratifica da parte dei primi 50 Stati entro il 2018. Questo suo impegno «globale » non è nuovo. Già in un suo precedente viaggio in Italia, nell’ormai lontano 2004, quando in veste di presidente della Marcia Globale era stato invitato a un convegno organizzato da Mani Tese, Cgil, Cisl e Uil a Firenze, aveva denunciato con forza una delle più grandi contraddizioni dei nostri tempi: «Basterebbero tre giorni di spesa militare mondiale, pari a 11 miliardi di dollari, per far sparire la piaga del lavoro minorile, attraverso l’istruzione garantita ai 246 milioni di bambini lavoratori nel mondo».

«Il grande lavoro che è stato fatto negli ultimi 15 anni – sostiene Satyarthi – ha contribuito a ridurre di un terzo il numero di bambini lavoratori a livello globale. Ma resta ancora molto da fare».

Secondo le Nazioni Unite, infatti, i minori continuano a rappresentare circa un terzo delle vittime di tratta. Inoltre, in base ai dati forniti dall’Ilo, almeno 5 milioni di bambini sono sfruttati in condizioni di vera e propria schiavitù. E più di 168 milioni di minori sono costretti a lavorare: di questi, 120 milioni hanno tra i 5 e i 14 anni. Circa 85 milioni sono impiegati in contesti molto rischiosi, in miniera o nelle fabbriche, spesso in condizioni di estremo pericolo e sfruttamento; un terzo circa sono bambine e ragazze, sfruttate soprattutto nelle abitazioni, ma anche per la prostituzione. 

Una ricerca effettuata dalla Bachpa Bachao Andolan (“Missione salvare l’infanzia”), l’organizzazione fondata da Satyarthi, mostra che, solamente in India, scomparirebbero ogni ora 11 bambini perché vittime di traffico di esseri umani. «Schiavitù e civiltà non possono coesistere – ribadisce di nuovo Satyarthi alla vigilia della Giornata internazionale contro la tratta –. È intollerabile, è inaccettabile, non è negoziabile».

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