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L'intervista
Suore uccise in Yemen e dimenticate dai media
Gianni Riotta: «Perché ci siamo anestetizzati?»
Lucia Bellaspiga
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L'INDIFFERENZA UCCIDE Neanche una breve in cronaca di Marco Tarquinio

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«Faccio anche autocritica e mi chiedo: come abbiamo fatto ad anestetizzarci così? Come restiamo indifferenti di fronte a un fatto tanto grave, l’uccisione in Yemen di quattro suore e dei loro collaboratori, al punto da non coglierne la portata mondiale? Dove sta andando l’informazione? Dobbiamo chiedercelo con urgenza».
 
Gianni Riotta, editorialista della Stampa, al suo attivo la direzione di grandi testate televisive e della carta stampata, giudica «sacrosanto » il richiamo di papa Francesco, che all’Angelus di domenica ha parlato delle missionarie assassinate alzando gli occhi dal foglio e parlando a braccio: «Questi sono i martiri di oggi e questi non sono copertina dei giornali, non sono notizie». Vittime due volte, «di chi li ha uccisi e di questa globalizzazione dell’indifferenza».

Riotta, un appello quasi del tutto inascoltato. Il sistema dell’informazione è rimasto inerte non solo ai fatti accaduti in Yemen, ma anche al monito di Francesco.
Voglio raccontare cosa è successo a me. Questa mattina (ieri, ndr) ero a Roma alla chiesa di San Carlo al Corso, grande basilica barocca, ovviamente quasi deserta visto il giorno feriale. Sarà stata l’atmosfera, con l’anziano sacerdote che si rivolgeva ai pochissimi presenti per la Messa, fatto sta che le sue parole mi hanno dato una scossa: ha iniziato la celebrazione proprio ricordando le quattro suore e il silenzio dei media. Per me è stato uno choc, come diavolo siamo diventati così indifferenti?, mi sono chiesto. E lo choc si rinnova ora con questa intervista, perché mi ha costretto a ripercorrere il modo in cui i vari giornali hanno trattato la notizia. L’informazione in Internet è stata piuttosto completa, mi riferisco ai siti Cnn o Nbc, ma i giornali e le televisioni hanno dimenticato quasi tutti di parlarne. Come il Papa ha stigmatizzato, di fronte all’eccidio non c’è stato impatto, e cosa significa impatto? L’omicidio del ragazzo romano assassinato dai due giovani sfatti dalla cocaina “ha impattato”, chiunque ne è cosciente. Stessa cosa per i nostri italiani rapiti in Libia. Io stesso, vista la notizia, ammetto di non essermi chiesto perché non diventasse tema di dibattito, se non per pochissime testate... Bene ha fatto il Papa a svegliarci.

Forse la nostra informazione è sempre più miope e provinciale, attenta ai fatti solo se riguardano noi italiani o ci toccano da vicino?
Anche all’estero, siti a parte, giornali e tivù hanno minimizzato l’eccidio in Yemen, dunque il monito del Papa riguarda tutti. Certo però noi italiani avremmo il dovere di essere più attenti...

Oggi il mondo è un “villaggio globale”, ciò che accade in un luogo ha i suoi effetti agli antipodi. Allora un giornalismo incapace di spaziare non saprà nemmeno contestualizzare gli eventi di casa nostra e comprenderli a fondo.
Il segretario di Stato Parolin ha parlato di «violenza senza senso» ed è vero. Io però aggiungo che dovremmo reagire proprio perché tanta violenza contro quattro pacifiche suore in realtà ha un obiettivo preciso, che ci riguarda tutti. Non dimentichiamo che lo Yemen è il teatro della guerra civile tra sciiti e sunniti, la stessa guerra che pone Iran contro Arabia Saudita e trascina i Paesi del Golfo in un conflitto che si combatte in tante trincee. Trucidare le suore di Madre Teresa, allora, ha significato terrorizzare chi in questa guerra non è schierato, far sì che tra le due barricate non resti alcuna forza in mezzo. È stata un’azione di violenza eccezionale che non ha guardato in faccia nessuno, nemmeno i dodici collaboratori di religione musulmana...

E a uno scenario del genere i media italiani sono rimasti insensibili... Poca dimestichezza?
Ci accorgiamo delle cose solo quando colpiscono vicino a noi, ma questo è tragico: il Papa segnala uno scandalo etico, «perché tacete di queste vittime? » chiede, io aggiungo una preoccupazione geopolitica, stiamo minimizzando vicende lontane che già domani arriveranno a casa nostra.

Un giornalismo che non pone domande e non dà risposte, insomma. Ma allora a chi serve?
Ricordo uno studente che anni fa durante un’assemblea disse che noi giornalisti sappiamo occuparci degli eventi, ma non occuparci dei processi... Le ragioni della crisi della stampa sono complesse, ma certo spesso sappiamo raccontare molto bene che le due Torri sono crollate, non cosa c’è dietro il terrorismo islamico. Allo stesso modo la gran parte dei media nemmeno capisce il processo gravissimo che sta portando all’emarginazione dei cristiani nel mondo e la sottovaluta.

C’è forse anche un’indifferenza ulteriore, determinata dal fatto che si tratta di religiose? Non sarebbe stato diverso se fossero stati uccisi quattro giornalisti, ad esempio?
Ricordo quando fu rapito nelle Filippine padre Giancarlo Bossi. Allora dirigevo il Tg1e mandai un inviato, ma fummo gli unici tra i Tg e quando il missionario fu liberato venne a ringraziarci con affetto. Preferisco però non fare classifiche tra categorie di vittime e mi limito a dire che oggi è l’8 marzo, sarebbe stato bello che gli intellettuali e tutte le autorità avessero dedicato alle quattro coraggiose suore questa festa delle donne.
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