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Per Mosca l'idea di Kerry è «irricevibile»
Siria, ecco perché la «no-fly zone» non verrà mai attuata
Francesco Palmas
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La proposta è «irricevibile». Hanno aspettato meno di 24 ore i russi per bocciare l’ennesima offerta statunitense. Il Dipartimento di Stato di John Kerry, a Washington, vagheggiava aree franche dai bombardamenti, mini “no-fly zone” nel centro-nord della Siria. Qui, assomiglia tutto a una matassa dai mille bandoli, per lo più inestricabili. Per la coalizione russo- iraniana-siriana, rinunciare ai raid aerei equivarrebbe a un suicidio tattico. I lealisti stanno perdendo centinaia di uomini. Senza supporto dall’aria non terrebbero neanche le posizioni, spesso isolate. I jihadisti, ormai prevalenti fra i ribelli, hanno sempre approfittato delle pause tattiche per riguadagnare terreno.

Non solo ad Aleppo, che è l’obiettivo principale di Assad, ma anche a Deir ez-Zor, nuovamente sotto i riflettori. Nel pantano di Aleppo si combatte una battaglia urbana, a scapito dei civili. Le forze regolari possono contare su un corridoio molto angusto di rifornimento, facilmente attaccabile. Daesh è già riuscito più volte a spezzarlo, fra nord e sud, fiancheggiato dai miliziani di Jund al-Aqsa e di Ahrar al-Sham. Ecco perché l’ipotesi di una tregua aerea è definita dagli esperti «fantasiosa».

Non regge alla prova dei fatti. Nemmeno l’Iran l’accetterebbe mai. Sta perdendo nell’area le sue pedine migliori, non solo pasdaran, ma anche forze speciali della brigata Nohed. Che le cose non vadano bene lo testimoniano i ripetuti viaggi a Damasco e Teheran del generale d’armata Sergeij Shoigu, ministro della Difesa russo che schiera oltre 4.000 soldati. Il coordinamento fra belligeranti è farraginoso. I vassalli sono spesso indisciplinati.

E, se vogliamo, anche i raid aerei del Cremlino peccano per precisione. Stopparli avvantaggerebbe tuttavia i disegni jihadisti. In Siria, gli uomini del Califfato sono ancora capaci di ordire controffensive convenzionali, cosa che in Iraq non azzardano da mesi. Nel fronte vacillante fra Homs e Deir ez-Zor, la pressione è talmente forte che Assad ha dovuto evacuare i “suoi” civili a inizio luglio, usando gli elicotteri e la piccola base aerea della guarnigione assediata.

Molti analisti azzardano uno scenario vietnamita alla Dien Bien Phu. E si può solo immaginare la sorte dei difensori se la città cadesse. Come chiedere ai lealisti di tenere a terra l’aviazione, lasciando carta bianca ai tagliagole? Si ripeterebbe un film già visto nell’area di Palmira. O la scena tragica del giugno scorso, quando Daesh ha messo in rotta i regolari di Assad e si è permesso perfino un’incursione nel sud di Aleppo, per tagliarne le comunicazioni.

Verrebbe da chiedersi chi stia fornendo ancora le armi al Califfato, soprattutto quei troppi missili anticarro che brandisce in appoggio. Sulla carta nessuno lo supporta più. Nemmeno la Turchia, che in questa partita complicata gioca la sua guerra personale a nord, protetta dalla sua aviazione. Chi ha gli aerei continuerà a usarli, perché gli interessi sono inconciliabili. La pace sembra ancora irraggiungibile.

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