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Verso Usa 2016
Primarie Usa, è il giorno della verità
Elena Molinari
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Il “firewall” del Sud ha tenuto. Con la netta vittoria in South Carolina, Hillary Clinton ha dimostrato che la sua strategia di fermare la campagna del senatore del Nordest Bernie Sanders negli Stati meridionali funziona. «Domani, questa campagna diventa nazionale », ha annunciato una raggiante Clinton da Columbia, capitale dello Stato sulla costa atlantica. Il 73,5% dei voti dell’ex segretario di Stato contro il 26% di Sanders spianano la strada di Hillary verso il Super Tuesday di oggi, tappa cruciale per un’investitura ufficiale ormai a portata di mano grazie al sostegno degli afroamericani. Questo decisivo gruppo demografico in South Carolina l’ha infatti preferita all’86%, addirittura più del 78% ottenuto da Barack Obama nel 2008. Al contrario del partito repubblicano, dunque, la compagine democratica serra i ranghi e si prepara all’elezione generale di novembre. Mentre i leader del Grand old party (Gop) sono allo sbando, incapaci di esprimere un’alternativa credibile a Donald Trump, la maggior parte degli alti esponenti del partito dell’asinello (membri del Congresso, governatori, ex presidenti) che alla convention hanno libertà di voto, si sono già schierati a fianco dell’ex first lady, così come molti intellettuali e imprenditori di stampo liberal.
 
Proprio il caos che regna nel Grand old party ha convinto l’establishment democratico che Clinton abbia le carte per aggiudicarsi la Casa Bianca. «Sono un fan di Hillary e sarà lei la vincitrice in autunno», ha sostenuto l’investitore miliardario Warren Buffett, che si è detto «stupito da cosa sia successo nel partito repubblicano », ma ha avvertito: «Mai sottostimare l’uomo che sovrastima se stesso». Il tempo della derisione e delle sottovalutazioni di Trump però è finito, sostituito dal panico. I vertici della sicurezza nazionale americana, ad esempio, non prendono più alla leggera l’eventualità che il provocatorio, imprevedibile tycoon riesca a sgomitare fino allo Studio ovale e mettono in guardia che, se Donald Trump dovesse diventare presidente e decidesse di mettere in pratica le proposte lanciate in campagna elettorale, il personale militare Usa sarebbe legittimamente autorizzato a rifiutare i suoi ordini. A dare voce al pensiero, che serpeggia nell’apparato militare e di intelligence, è stato l’ex direttore della Cia, Michael Hayden. «Sarei estremamente preoccupato se il presidente Trump governasse in modo conseguente con il linguaggio usato dal candidato Trump durante la campagna», ha detto Hayden, che in passato ha anche guidato la National Security Agency (Nsa).
 
Il candidato repubblicano si è detto favorevole al waterboarding e alle altre forme di interrogatorio violento di terroristi, sostenendo che «la tortura funziona » e impegnandosi a reintrodurre le pratiche messe al bando dall’Amministrazione Obama e a introdurne di più estreme. Trump ha proposto anche di uccidere i familiari dei terroristi per scoraggiare nuovi attacchi. «Se dovesse dare un ordine del genere, le forze armate americane si rifiuterebbero di agire – ha detto Hayden – in violazione della convenzione di Ginevra e di tutte le leggi internazionali sulla guerra». A rincarare la dose anche le parole del portavoce della Casa Bianca Josh Earnest, che ha ribadito come per Barack Obama «Trump non diventerà mai presidente». Quello che dice il tycoon – ha aggiunto il portavoce – «è chiaro che ha un impatto sulla reputazione del nostro Paese» e suscita «preoccupazione e allarme».
 
È in aumento l’ansia dei vertici repubblicani, che rimangono però paralizzati di fronte al fenomeno Trump. Il Gop appare diviso fra opportunisti che saltano sul carro del presunto vincitore (come il governatore del New Jersey ed ex candidato presidenziale Chris Christie e alcuni parlamentari come il senatore Jeff Sessions), difensori dei principi conservatori della compagine di Ronald Reagan, che temono che il ciclone Trump finirà col distruggere il partito, e rassegnati, che invitano a unirsi alle spalle di chiunque prevalga alle primarie in nome della necessità di sconfiggere Hillary Clinton.

Ma l’unità fra i repubblicani al momento è un miraggio. «Non posso sostenere Donald Trump», ha dichiarato il senatore del Nebraska Ben Sasse, sapendo di violare il regolamento di partito che impone di votare per il prescelto dallo schieramento all’elezione generale. Trump non sta certo a guardare. Di fronte alla possibilità che alti esponenti repubblicani boicottino la sua investitura alla convention, si sta preparando a battaglie legali.
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