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Obama: un carcere «giusto» per i minori
Elena Molinari
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Un altro decreto firmato, e Barack Obama può fare un’altra crocetta sulla lista degli obiettivi da raggiungere prima della fine del suo mandato. Il presidente americano ieri ha vietato, almeno nelle prigioni federali, di mettere in isolamento detenuti minorenni. La misura fa parte di una riforma dell’utilizzo della segregazione punitiva nei penitenziari, introdotta dal governo al termine di una revisione affidata dal presidente al dipartimento di Giustizia.
 
L’analisi delle pratiche carcerarie, durata sei mesi, era partita per impedire casi come quello di Kalief Browder, un ragazzo di 16 anni del Bronx accusato nel 2010 di aver rubato uno zaino. Rinchiuso nel carcere di Rikers Island e tenuto in isolamento per quasi due anni, era stato rilasciato nel 2013 senza un processo. Si è tolto la vita meno di due anni dopo.
 
In un editoriale sul Washington Post, Obama ha spiegato i motivi dell’ordine esecutivo, che vuole arginare una punizione «utilizzata più del necessario» e «con conseguenze psicologiche devastanti». Il decreto introduce anche il divieto di mettere in isolamento un detenuto che ha commesso «reati minori» e la riduzione del tempo massimo che un condannato può trascorrere confinato da solo in una cella, da 365 giorni a 60. Obama ha chiuso il suo articolo citando papa Francesco: «La società può solo beneficiare dalla riabilitazione dei detenuti». La Casa Bianca ha anche stabilito che i prigionieri con problemi mentali siano trasferiti ad «altre forme di incarcerazione », evitando l’isolamento, e ha promesso 24 milioni di dollari per finanziare questo obiettivo.
 
La riforma riguarderà fino a 10.000 detenuti nelle carceri federali, circa un decimo di quelli tenuti attualmente in isolamento negli Stati Uniti, ma il capo di Stato si è detto certo che la novità servirà da apripista.
 
La decisione di Obama segue in effetti azioni già intraprese in California, Colorado e New Mexico, dove i governatori hanno rivisto l’uso dell’isolamento. E giunge all’indomani della decisione della Corte suprema Usa di applicare retroattivamente una sentenza del 2012 che vieta, perché incostituzionale, il carcere a vita per i minori. Il massimo tribunale statunitense ha infatti accolto lunedì il ricorso di un detenuto che aveva 17 anni quando uccise un vice sceriffo in Lousiana e ha già passato più di mezzo secolo in prigione. La decisione apre una speranza a numerosi prigionieri condannati all’ergastolo prima del 2012 per un crimine commesso quando non avevano ancora la maggiore età.

Una riforma complessiva della giustizia penale che comporti pene più lievi per i reati minori e per i cittadini più vulnerabili – minori, disabili, malati mentali – e riduca la popolazione carceraria è una meta verso la quale Obama sta lavorando da mesi con il Congresso e che ha più probabilità di successo di altre sue iniziative, come il controllo della vendita delle armi e un’agevolazione della legalizzazione degli immigrati senza permessi di soggiorno.
 
Ieri invece la Corte suprema ha respinto un ricorso del Dakota del nord che mirava a proibire alle donne di abortire dal momento in cui sono udibili i battiti cardiaci del feto, ossia dopo la sesta settimana, riportando l’interruzione di gravidanza al centro del dibattito elettorale.

Inoltre un gran giurì di Houston ha stabilito che la rete di consultori per la pianificazione familiare Planned Parenthood non ha praticato la vendita di parti di feti abortiti. Il giurì ha invece incriminato due membri del “Centro per il progresso medico”, il gruppo pro-vita che aveva registrato segretamente dirigenti del Planned Parenthood mentre discutevano della vendita di feti per la ricerca.
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