martedì 12 gennaio 2016
i programmi scolastici nei territori occupati dai jihadisti in Siria e Iraq. Alunni in mimetica e problemi matematici su «quanti volontari arrivano nel Califfato».
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Sfidare una dittatura è sempre un gesto eroico che rasenta l’estremo sacrificio. Tanto più se a farlo sono degli insegnanti che si ribellano contro le leggi del Daesh che minacciano di distruggere l’educazione dei bambini e con essa la cultura della pluraliamo. È successo nei giorni scorsi a Mosul, la roccaforte irachena dell’autoproclamato Califfato, dove più di trenta insegnanti sono stati arrestati per essersi rifiutati di seguire i nuovi programmi d’istruzione imposti dai jihadisti nelle scuole della provincia. L’arresto dei professori “ribelli” interviene meno di un mese dalla scioccante esecuzione in pubblico di Ashwaq al-Nouaymi, un’educatrice del liceo al Zuhur di Mosul che aveva invitato i genitori a non mandare i propri figli nelle scuole gestite dal Daesh,  rifiutandosi anche di impartire ai suoi studenti gli insegnamenti contenuti nei nuovi curricula scolastici imposti dai jihadisti. Gli insegnanti avevano organizzato una manifestazione di protesta anche in nome di Ashwaq. Ora, riferisce l’agenzia Fides, saranno sottoposti al giudizio del tribunale islamico che dovrà disporre la loro sostituzione con inse- gnanti più docili e allineati nei confronti del Califfato. Dopo la conquista di Mosul, nel giugno 2014, il Daesh si è applicato con decisione a modificare i programmi scolastici per trasformare gli istituti d’istruzione in altrettante basi per l’indottrinamento jihadista. Dalle aule della regione sono state bandite le lezioni di musica e arte, rimpiazzate da corsi di sharia islamica e di “educazione jihadista”. Nelle aule, come si vede nelle foto diffuse dai siti jihadisti, si scorgono molti bambini in tuta mimetica o con il tradizionale copricapo dei jihadisti. Il nuovo “modello culturale” ha persino investito l’Università di Mosul, costretta già nelll’ottobre 2014, a chiudere le facoltà di Giurisprudenza, Scienze politiche, Belle Arti, Archeologia, Filosofia e la scuola alberghiera, oltre all’abolizione di tutte le materie 'contrarie alla sharia', come il teatro. La scuola, come in tutti i regimi totalitari, è la prima vittima delle politiche di indottrinamento ai principi della violenza. I professori del Daesh (50mila, secondo le cifre fornite dal Diwan al-Taalim, il “ministero dell’Istruzione” del Daesh) ricevono un corso di “riabilitazione”, mentre i ragazzi vengono portati nei campi di addestramento. Ma la violenza viene inculcata in ogni materia. Persino nel manuale di matematica. «Ogni giorno arrivano 230 volontari nei territori del Califfato. Quanti ne arrivano in 32 giorni?». «Un soldato del Califfato fa la guardia per 7 ore al giorno. Quante ne fa in 285 giorni?». «Othman ha comprato un’arma a 256 dirham poi l’ha rivenduta l’anno successivo a 196 dirham. A quanto ammonta la sua perdita?». Basta ripercorrere gli altri manuali per rendersi conto del pericoloso indottrinamento cui sono sottoposti circa 400.000 alunni. Sulla copertina del manuale di Lingua araba in uso al secondo anno del liceo scientifico, un fotomontaggio ritrae la bandiera nera del Daesh che sventola in Piazza San Pietro, in Vaticano, accompagnato da una poesia che evoca «i tempi in cui la voce del muezzin risuonava nei templi dei Franchi». Un miliziano che spara con il lanciarazzi è la copertina scelta per il libro di Composizione, mentre sul manuale di Dottrina islamica figura la Statua della libertà di New York tagliata in due. «L’istruzione è il fondamento sul quale costruire la società islamica e dividere i musulmani dai miscredenti», si legge sul «Principi nell’amministrazione dello Stato islamico», un documento di 24 pagine del Daesh, pubblicato integralmente a dicembre dal Guardian. «I precedenti governi baathisti e sciiti – si legge nel manuale – hanno provato a deviare le generazioni musulmane dal loro sentiero, con programmi educativi, scippando ai sunniti la loro identità ». I precedenti sistemi educativi sono inoltre accusati di «scartare le differenze con le sette miscredenti, considerando la coesistenza con esse come il vero legame sociale della nazione», e di «diffondere la cultura della dissoluzione morale, promuovendola mediante scambi culturali con l’Occidente». La ribellione dei professori è un primo, ma importante segnale che la «fabbrica del terrore» dei jihadisti non è certo la buona alternativa.
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