giovedì 28 agosto 2014
L'INCHIESTA  Dal 2000 passati di mano 60 milioni di ettari in tutto il mondo. Acquistano Usa e Gran Bretagna ma anche i Paesi arabi e la Cina per produrre all'estero o per speculazione.
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​La terra non è un lascito dei nostri padri, ma un prestito dei nostri figli. Dimenticate questo antico proverbio Masai: la terra oggi è soprattutto merce di scambio. Dal 2000 si sono contati a livello globale oltre 1.600 accordi di acquisizione di grandi porzioni di campagne, per un totale di oltre 60 milioni di ettari: un’estensione maggiore della Germania. Se consideriamo in media questi dati, ogni secondo nel Sud del Pianeta viene acquistata un’area pari a un intero campo di calcio. Nei Paesi più esposti alle compravendite, tra il 2000 e il 2010 gli investitori stranieri hanno fatto propria ogni quattro giorni una zona più grande di Roma. Anche gli stessi Masai, appartenenti ad una delle civiltà tribali più antiche dell’Africa centrale, devono affrontare questa realtà: il 5% del territorio del Sud Sudan – una delle loro nazioni di origine – è oggi in mano ad investitori stranieri. Sono terre che non torneranno in possesso delle comunità locali, che prima ne passavano la gestione ai propri discendenti. Una situazione drammatica, eppure migliore del Camerun, dove 10 dei 22 milioni di ettari di foreste sono già stati assegnati a società straniere per concessioni di sfruttamento. Peggio va nel Sud est asiatico: dal 2008, più del 70% dei terreni arabili della Cambogia è stato dato in concessione a privati. Con riflessi disastrosi per oltre mezzo milione di coltivatori autoctoni. E quando i contadini non abbandonano di buon grado il proprio fondo, si passa alle minacce e agli omicidi. Com’è successo il 27 luglio scorso, quando Try Chamroeun è stato ucciso da un soldato cambogiano. Try era un giovane contadino che stava piantando semi di soia sul campo che aveva in gestione dal 2011. La proprietà del terreno era passata di mano, nessuno si era preso la briga di informare chi lo coltivava.
Non si tratta di piccole storie isolate di sfruttamento dei latifondi a opera di grandi investitori e piccoli padroncini. Questa massiccia compravendita di terreni è esplosa negli ultimi 15 anni a livello globale, è oggetto di studi scientifici, causa di conseguenze socio-economiche ed ha un nome preciso: land grabbing. Che cos’ha di diverso da una normale acquisizione? Secondo la definizione dell’International Land Coalition, il land grabbing costituisce «accaparramento di terra su larga scala avvenuto in violazione dei diritti umani, senza consenso libero, preventivo e informato, senza attente valutazioni sociali, economiche e ambientali, senza accordi trasparenti». Insomma, una sorta di neo-colonialismo dove fondi d’investimento, istituzioni internazionali e singole nazioni cercano di prendere la terra e le sue risorse. Tra queste ultime, secondo i dati di Land Matrix, in prima fila nella top ten delle acquisizioni globali ci sono gli Stati Uniti (oltre 7 milioni di ettari), la Malesia (3 milioni), gli Emirati Arabi Uniti (2,8 milioni) e il Regno Unito (2,2 milioni). A spese di chi? La nazione che ha più perso terra è la Papua Nuova Guinea (quasi 4 milioni di ettari), quindi l’Indonesia (3,5 milioni), il Sud Sudan (3,4), la Repubblica Democratica del Congo (2,7 milioni). Anche gli italiani investono nel land grabbing, soprattutto in Africa e in Paesi come l’Etiopia, la Liberia, il Mozambico e il Senegal: in quest’ultimo, più di 80mila ettari di terra sono passati in mani italiane dal 2005.
A volte i land grabber sono singoli individui. Ted Turner, fondatore della Cnn, nel 2007 è diventato il più grande proprietario terriero dell’Argentina e possiede 51mila ettari di Patagonia: uno dei maggiori giacimenti d’acqua del Pianeta. Ma anche gli attori Sharon Stone e Christopher Lambert, gli imprenditori Luciano e Carlo Benetton e il finanziere George Soros possiedono vasti appezzamenti terrieri (e molti, ovviamente, non si comportano da "sfruttatori"). Dal 2007 la quantità di land grabbers è sensibilmente aumentata: l’incremento dei prezzi che ha duplicato il costo del riso e dei cereali in pochi mesi, scatenando le "rivolte del pane" in nazioni come l’Egitto, ha spinto a cercare nuove terre coltivabili. Così come incidono le stime demografiche planetarie, arrivate a 9 miliardi di esseri umani per il 2050: per sfamare la popolazione mondiale, bisognerà  aumentare del 78% la produzione di carne, del 57% quella di cereali e del 36% quella di radici e tuberi. Ed entro il 2050 quattro miliardi di persone vivranno in zone dove la scarsità d’acqua sarà cronica. Ad aggravare il quadro complessivo, sono arrivate le politiche di incentivo all’uso dei biocarburanti, come quelle europee, che hanno spinto all’acquisizione massiccia di terreni. Porzioni coltivabili che costano in molti casi pochissimo, a volte solo un dollaro all’ettaro.
 
Negli ultimi anni il land grabbing ha visto l’ingresso di nuovi attori, oltre a quelli più noti come la Cina e gli Usa che da anni si espandono in Africa: i Paesi arabi. L’Arabia Saudita, il Kuwait, gli Emirati Arabi Uniti, la Libia e l’Egitto hanno investito molto in Pakistan, Tanzania, Kenya, Uganda e, in particolare, in Sudan. Investimenti per rispondere al fabbisogno alimentare mediorientale, come spiega ad Avvenire Roberto Sensi, Policy Officer per Diritto al cibo di ActionAid Italia, «ma spesso speculativi, a volte non andati a buon fine» e che rientrano in una sorta di "rete globale del land grabbing". «Oltre alle nazioni– spiega Sensi – alle istituzioni e alle multinazionali, c’è oggi il settore finanziario privato. Da hedge fund a private equity che stanno investendo in agricoltura: vedono la terra come asset, come diversificazione del portfolio». In sintesi, nelle parole dell’investitore Jim Rogers, «la terra coltivabile sarà uno dei migliori investimenti dei nostri tempi».Un accaparramento continuo, che è arrivato anche in Europa. Secondo uno studio recente, colossi dell’agro-business, hedge fund, aziende cinesi e russe hanno acquistato grandi appezzamenti in Ungheria, Romania, Serbia, Ucraina, in nazioni colpite dalla crisi come la Spagna e quindi in Germania, Francia e Austria. E al momento in Europa il 3% dei proprietari di terreni agricoli detiene il 50% di tutte le superfici agrarie. Uno spreco di risorse immenso, come mostra in uno studio
pubblicato sul periodico Environmental Research Letters, Maria Cristina Rulli, docente al Politecnico di Milano: «Se le risorse agroalimentari ottenute dai terreni oggetto di land grabbing – ha spiegato Rulli ad Avvenire fossero usate solo per metà al fine di sfamare gli autoctoni, quasi 200 milioni di persone in più rispetto ad oggi avrebbero cibo sufficiente». Un numero che aumenta fino a 370 milioni se si considera l’adozione di tecniche agroalimentari moderne o infrastrutture agricole necessarie. Secondo Rulli, «il land grabbing produce impatti sulla deforestazione, sulla degradazione del suolo, sugli eco-sistemi e ha risvolti sociali».
Effetti negativi per gli autoctoni: secondo i dati di Oxfam, più del 60 per cento di investitori stranieri nei Paesi in via di sviluppo intende esportare tutto ciò che viene prodotto. Inoltre, molti dei terreni acquisiti rimangono incolti, sfruttati a monoculture o per biocombustibili: due terzi degli accordi sulla terra negli ultimi 10 anni hanno avuto la finalità di produrre materie prime per biocarburanti come soia, canna da zucchero, olio di palma e jatropha. E tutto questo avviene spesso distruggendo la relazione storica tra uomo e territorio, habitat umano e sociale, patrimonio di popolazioni che perdono la terra e con essa le proprie radici. Un’espropriazione dolorosa, come ben racconta Alfred Brownell, avvocato liberiano: «Quando porti via il cibo da un villaggio distruggendo terre e coltivazioni, stai affamando tutta la comunità. La nostra gente ha il diritto di sopravvivere: non bisognerebbe negar loro la propria terra».
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