giovedì 12 luglio 2012
«Accesso ai contraccettivi a 120 milioni di donne povere». All’evento, promosso dalla Fondazione del patron di Microsoft e della moglie, hanno preso parte oltre 150 tra Paesi e organizzazioni. La Gran Bretagna si è impegnata a investire 500 milioni di sterline.
SECONDO NOI Filantropia contro l’uomo
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​Londra ha ospitato ieri il vertice sulla pianificazione familiare promosso dalla Fondazione Bill e Melinda Gates in collaborazione con il Dipartimento per lo sviluppo internazionale del governo britannico. Il summit aveva lo scopo di raccogliere oltre quattro miliardi di dollari, circa tre miliardi di euro, entro il 2020 per assicurare l’accesso alla contraccezione a 120 milioni di donne povere in tutto il mondo. Nel documento di convocazione, dove si specifica che il summit non intende promuovere metodi forzati di controllo delle nascite, Melinda Gates scrive che «qualsiasi ritorno ai programmi coercitivi di pianificazione familiare in cui siano ignorati qualità delle cure e consenso informato, sarebbe choccante e retrogrado. Bisogna garantire che gli orologi non vengano rimessi indietro per quanto riguarda i diritti umani delle donne». Ma se ieri al summit erano presenti i delegati di una ventina di Paesi tra cui Stati Uniti, India, Etiopia, Tanzania e Nigeria, pesa anche l’ingombrante presenza di organizzazioni pro-aborto che hanno tentato di elevare l’interruzione volontaria di gravidanza al rango di diritto umano, come International Planned Parenthood Federation (Ippf), Marie Stopes International (Msi) e Ipas, oltre che di governi e organizzazioni disposti a finanziare la campagna – come ha sottolineato un portavoce di Msi – per «rimuovere tutte le barriere alla contraccezione» e «promuovere i diritti sessuali e riproduttivi». Durante il summit si è insistito molto sul «bisogno insoddisfatto» di contraccezione, attribuito dagli organizzatori alle donne che per qualsiasi motivo – compresi il timore di effetti collaterali e le convinzioni etico-religiose – non fanno uso di anticoncezionali. §Sebbene si specifichi di non voler promuovere metodi forzati di controllo delle nascite, sul summit grava l’ombra di programmi dagli effetti nefasti. Come il caso riferito in aprile da buona parte della stampa britannica – tra cui l’Observer e il Guardian – dei raccapriccianti programmi di sterilizzazione di donne e uomini nelle zone rurali indiane, a volte con esiti mortali. Quei programmi sono stati – e sono tuttora – finanziati dal «Department for international development» con più di 166 milioni di sterline. Il premier inglese David Cameron ha detto ieri che il governo britannico è impegnato a raddoppiare i suoi investimenti nella pianificazione familiare nel mondo con 500 milioni di sterline da qui al 2020. «Le donne dovrebbero decidere liberamente – ha detto ieri al summit – quando e quanti bambini intendono mettere al mondo. Lasciare che siano le donne a scegliere è un bene per loro, per le loro famiglie e per la società in cui vivono». Un’opinione che ha ribadito anche Margaret Chan, direttore dell’Organizzazione mondiale della sanità (organismo Onu), quando ha detto che «l’accesso alla contraccezione moderna è un diritto fondamentale di ogni donna così come il diritto di fare le proprie scelte». Ieri pomeriggio più di 150 rappresentanti di Paesi donatori e in via di sviluppo, di agenzie internazionali, associazioni, fondazioni e aziende si sono impegnati a investire un totale di 2,6 miliardi di dollari, una cifra che va oltre il target che si era prefissato il summit ma che è ancora lontana da quella finale di 4.3 miliardi.
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