giovedì 21 agosto 2014
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La barbara e orripilante esecuzione di un giornalista che era in Siria solo per documentare le sofferenze della popolazione civile dimostra, se ancora serviva conferma, che il Califfato non è altro che un’organizzazione terroristica che usa la violenza come principale strumento non solo di lotta, ma anche di propaganda. Ed è questo, oltre al dolore per la morte di James Foley, che indigna e preoccupa di fronte al video dell’orrore. Perché forse il carnefice è un “volontario” proveniente della Gran Bretagna, venuto in Iraq per unirsi ai fondamentalisti, di cui certo non ignorava i metodi. L’Isis infatti non fa mistero delle brutalità di cui si macchia; anzi, le diffonde anche su riviste digitali in lingua inglese. “Dabiq” e “Islamic State Report” sono giornali che con elegante impaginazione raccomandano la lapidazione delle donne adultere ed esaltano i “martiri” caduti in azioni di guerra. La grande sfida, che nessuno può ignorare o sottovalutare anche nel mondo islamico, è fare sì che tutto ciò susciti ripugnanza e non fanatico richiamo.
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