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Utero in affitto
India, liberata «schiava» dell'utero in affitto
Stefano Vecchia
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La vicenda di Phulmani (il nome è di fantasia) e l’orrore inflittole aprono una breccia nell’omertà e negli interessi che hanno finora nascosto un’altra delle piaghe dell’India. Dall’età di 13 anni la giovane, oggi 31enne, è stata ridotta in schiavitù e poi costretta ad accogliere in grembo figli – sei in tutto – di coppie paganti che le sarebbero stati tolti dopo un periodo di allattamento al seno, abitualmente di sei mesi. La sua vicenda, portata alla luce dall’organizzazione Shakti Vahini, Ong che nella capitale Delhi ha finora salvato dallo sfruttamento un centinaio di ragazze provenienti come Phulmani dalle are rurali dello Jharkhand, ha dischiuso una realtà finora solo sospettata. Originaria del villaggio di Patru, in un’area che è considerata un serbatoio inesauribile per i predatori organizzati che alimentano e soddisfano le più diverse esigenze nelle grandi città, dallo scorso anno Phulmani è tornata a casa.

Ma le sue ferite emotive sono profonde e probabilmente non rimarginabili. «Mi hanno trattata come una macchina per fare soldi. Non hanno mai avuto interesse per quello che volevo, tutto quello che interessava loro era che facessi nascere i bambini», ha detto nell’intervista rilasciata al quotidiano indiano Hindustan Times, incapace di guardare negli occhi il reporter. Phulmani – che non ha mai avuto la possibilità di conoscere la destinazione dei bambini o di rivederli – era stata attirata a Delhi con la promessa di un impiego da un procacciatore attivo nel suo villaggio.

Tuttavia, dopo avere lavorato per un anno come domestica, la sua vita era cambiata come mai avrebbe sospettato potesse succedere. Una condizione che ha reso il suo caso, se possibile, ancora più simbolico e atroce rispetto alle 10mila coetanee – come lei in buona parte tribali o aborigene – che ogni anno (secondo le stime dei gruppi per i diritti umani) vengono “esportate” dallo Jharkhand per servire nelle case di cittadini benestanti della capitale oppure nei suoi bordelli. Un racket organizzato meticolosamente, che cresce nell’indifferenza e nella corruzione endemiche da cui però, negli ultimi anni, sono trapelate con crescente frequenza notizie sulla riduzione in schiavitù di ragazze per farne madri surrogate al servizio di ricchi indiani o di coppie occidentali. Il Child Welfare Committee (Comitato per il benessere dei bambini), agenzia governativa, ha finalmente deciso di indagare sulle voci che andavano affiorando e ha portato alla luce storie sconvolgenti. Il caso che forse rappresenta il culmine dell’intollerabilità è quello di una giovane del villaggio di Lotwadugdugi, attirata a Delhi dai trafficanti all’età di otto anni e che solo a 29 anni è tornare dalla famiglia, dopo avere dato alla luce dieci bambini commissionati da coppie non in grado di procreare e ottenuti con la tecnica dell’“utero in affitto”. Le indagini successive, in cui è stata coinvolta la polizia dopo che sono stati denunciati alcuni dei casi di sfruttamento, hanno sollevato il velo di vergogna e paura e molti abitanti hanno ammesso di essere a conoscenza sia dell’attività dei trafficanti, sia delle pratiche di surrogazione. Che non sempre hanno come sede la lontana capitale, ma sovente anche le precarie abitazioni dei villaggi, dove le donne danno alla luce bambini che gli vengono sottratti in cambio di cifre modeste e, a volte, solo di minacce.

A chiarire le dimensioni del traffico di esseri umani dallo Jharkhand sono anche i dati diffusi dal Bachpan Bachao Andolan (Bba), il movimento fondato dal Nobel per la Pace Kailash Satyarthi. Degli 80mila minorenni che il Bba ha finora salvato, fino al 20% sono originari degli Stati di Jharkhand e Bihar, la cui arretratezza espone le più giovani al reclutamento.
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