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Pena di morte
Pakistan e Arabia, ingiustizia è fatta
Loretta Bricchi Lee
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La pena capitale sta lentamente perdendo consensi negli Stati Uniti, ma non si può dire lo stesso per altri Paesi, come Arabia Saudita e Pakistan, che, silenziosamente, stanno incrementando il ricorso alla pratica disumana. Cina e Iran sono gli esempi più lampanti di una violazione continua dei diritti umani. L’esatto numero di esecuzioni in Cina è ignoto, visto che Pechino lo considera un secreto di Stato, ma si parla di una media annua di 2.400 condannati, il triste record mondiale. 

Per contro, le esecuzioni della Repubblica islamica – che mette a morte anche donne e minorenni – rappresentano il livello più elevato pro-capite. Anche Teheran man- tiene il secreto sull’operato del boia, ma secondo Amnesty International si conterebbero almeno 694 esecuzioni nei primi sei mesi del 2015. L’America, essendo l’unica nazione dell’emisfero occidentale a procedere con le esecuzioni, è da sempre sotto i riflettori nell’ambito della discussione sulla necessità di eliminare la pena di morte.

Ma le polemiche e l’indignazione che sempre più accompagnano gli “omicidi legalizzati” nel Paese sembrano aver dato risultati, tanto che il direttore del Centro d’informazione sulla pena di morte, Robert Dunham, ha sottolineato che «l’uso della pena di morte sta diventando progressivamente raro e isolato negli Stati Uniti». Altrove, invece, le esecuzioni sono in netto aumento, e passano sotto silenzio. È il caso, si diceva, dell’Arabia Saudi dita e del Pakistan, Paesi dove quest’anno è stato messo a morte un numero record di condannati.
 
Nell’ultraconservatore regno saudita – dove ieri è stato decapitato un filippino condannato per omicidio – sono saliti a 153 gli uccisi, quasi il doppio delle 87 condanne capitali eseguite nel 2014: il livello più alto dal 1995, quando le esecuzioni furono 192. L’incremento delle decapitazioni sarebbe dovuto a un’alta percentuale di condanne per droga. Ma punibili con la scimitarra sono anche l’adulterio, la stregoneria e l’apostasia. L’escalation in atto sarebbe legata però , secondo molti, a una lotta tra i poteri dello Stato. Giro di vite anche per il Pakistan che ha reintrodotto la pena di morte lo scorso dicembre in risposta al massacro di 130 studenti portato a termine dai taleban in una scuola a Peshawar.

Negli ultimi 12 mesi, quindi, i controversi tribunali militari che comminano le condanne estreme hanno lavorato senza sosta, portando a 300 le esecuzioni: le ultime quattro ieri, con l’esecuzione di «quattro terroristi». Numeri enormi. Anche se paragonati a quelli degli Stati Uniti, “osservati speciali” sul tema. In America, nel 2015, sono state portate davanti al boia 28 persone, contro il livello massimo di 98 registrato nel 1999.

L’ultimo rapporto annuale del Centro d’informazione sulla pena di morte ha mostrato un netto declino di tutti gli indicatori: sette esecuzioni in meno delle 35 del 2014 e portate a termine da solo sei dei 31 Stati in cui la pena capitale è legale. Prevedibilmente, il più attivo nel ricorso al boia è stato il Texas, con 13 esecuzioni, ma anche qui la pratica solleva crescenti dubbi. In tutto il Paese, quest’anno, sono state emesse 49 sentenze di morte – contro le 315 del 1996 – e solo 3 in Texas. È vero che negli ultimi quattro anni ci sono stati problemi nella fornitura dei composti per l’iniezione letale – metodo più utilizzato dalla maggior parte delle amministrazioni che ancora impiegano il boia – a causa della pressione posta dalla Ue alle case farmaceutiche produttrici, concretizzando una sorta di moratoria sulla pena di morte, anche imposta dai giudici incerti sulla validità di protocolli alternativi.

È altrettanto vero, però, che sta crescendo il numero (156 dal 1973) di chi viene esonerato dalla pena capitale grazie alle prove del Dna, e che la Corte Suprema americana sembra sempre più propendere per una moratoria.
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