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Bruxelles, ritorno alla normalità. E alla diffidenza
Giorgio Ferrari
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Martin esce da scuola con un fiore giallo fra le mani. Suo padre lo accoglie con un abbraccio sui gradini del-l’Institut Saint Dominique. Martin, che ha nove anni, è fiero di questa giornata trascorsa fra i suoi compagni. « La maestra – racconta al padre – ci ha dato questo fiore da portare a casa». Poi mi guarda serio: «Lo sai che il giallo è uno dei colori della nostra bandiera?». Martin è ghanese. Suo padre è emigrato in Belgio che aveva la sua stessa età. «Sono contento – dice – che abbiano deciso di tenere aperte le scuole. La cosa migliore che possiamo fare di fronte alla violenza e alla barbarie è continuare a vivere come prima, senza paura».
 
Bruxelles il giorno dopo. Prove tecniche di ritorno alla normalità. Una normalità complicata e sofferta, solo uno studente su tre è andato a scuola nella capitale e molti uffici restano ancora chiusi, i passanti un po’ guardinghi, le botteghe ancora vuote. Della Bruxelles pacifica e frenetica permangono tuttavia i tanti aromi che esalano dalle serrande che hanno riaperto i battenti: il profumo delle gauffres, le onnipresenti cialde guarnite con la panna, le crêpes con lo zucchero bruno, il richiamo imperioso delle frites, dei kebab, della cucina maghrebina. Place de la Bourse rigurgita di fiori, di lumini, di scritte amorevoli dedicate a un Paese che i belgi stessi da sempre stentano a capire e a riconoscere come proprio, diviso com’è fra due etnie – la vallona e la fiamminga – che poco o nulla si parlano ed ancor più distante da quel quinto di popolazione costituito dall’immigrazione africana e mediorientale. Una ragazza turca sventola una bandiera. C’è scritto “Unis contre la haine”, uniti contro l’odio.
 
Ma l’odio purtroppo esiste, come esiste il jihadista della porta accanto. Basta spostarsi un po’ più a nord. Approdiamo alla stazione ferroviaria di Schaerbeek, che ogni volta ci fa ammutolire per la sua sghemba bellezza, quel neorinascimentale in chiave fiamminga che preannunzia uno dei quartieri più suggestivi di Bruxelles, dove in una breve e generosa vampa creativa destinata a far scuola in tutto il mondo fiorì l’Art Nouveau e dove la borghesia leopoldina consumò un secolo fa la sua Belle Époque in dimore e architetture di fragrante bellezza. Si sarebbe mai detto che in queste vie dove abitarono René Magritte e Jacques Brel la polizia abbia trovato all’indomani del tragico attentato del materiale esplosivo e una bandiera del Daesh? Si sarebbe mai detto che nel cuore multiculturale e multirazziale di Bruxelles, città aperta per eccellenza, capitale di un cosmopolitismo di esaltante modernità il male ponesse improvvisamente la sua firma lasciando sul terreno 32 morti e 270 feriti?

Ma Schaerbeek, come Molenbeek, è anche un’enclave dove il risentimento fra i tanti immigrati e il radicalismo hanno fatto lega e dove il fondamentalismo religioso quasi sempre fa da padrone. «Non capisco, mi lasci stare» è la risposta più frequente che le donne incorniciate di hijab mi hanno dato. Non parlano e non vogliono che il giornalista venuto dall’altro mondo, quello che in parte li ha discriminati e li ha indotti a chiudersi in un ghetto culturale prima che religioso, vada a curiosare nei loro affari. Quattro giovani seduti a una caffetteria lanciano sguardi obliqui. Non è il giorno giusto per le minacce e lo sanno, ma domani forse il clima già sarà cambiato. Sono in molti a dire che questo è il “Belgistan”, dove da almeno un decennio cresce e si espande l’islam più estremo e violento sotto l’occhio indifferente e qualche volta connivente dei vari governi. Si ama dire che la grande immigrazione degli anni Cinquanta sia stata favorita da re Baldovino in cambio di un prezzo di favore sul petrolio saudita. «È proprio in questo modo – dice Maarten Goethals, penna di punta del quotidiano De Standaard – che il Belgio ha fatto entrare il credo wahabita dalla porta principale. A Riad il nostro re ha offerto moschee, case-alloggio, e ai suoi sudditi integralisti un welfare di prima classe. È da questa manna del cielo che è spuntato il radicalismo jihadista? È il fallimento della politica, la mancanza assoluta di lungimiranza ad aver consentito la strage di Zaventem e di Malbeek? Non si sa, ma si vedono i risultati ». Già, non si sa. Ma è pur sempre da queste “riserve indiane”, da queste Molenbeek che i fratelli Coulibaly hanno fatto base stabile prima di andare a seminare la morte a Parigi, da qui sono partiti almeno 400 foreign fighters (sugli 800 censiti in tutto il Belgio) per combattere in Siria, sempre da qui, da questi ghetti opachi che nessuna polizia può davvero penetrare escono come da una funzionale catena di montaggio i Khalid e gli Ibrahim al-Bakraqui e tutte le anime perse dei jihadisti che si andranno a far esplodere in occasione della prossima strage, anche se molto probabilmente questa è solo manovalanza specializzata: la testa del serpente, dove gli attentati vengono accuratamente pianificati è probabilmente a Raqqa, sedicente capitale del Califfato.

Gironzolo per il centro storico, il dedalo di viuzze che si affacciano sulla Grand Place, attraverso la lunga isola pedonale che porta alla Gare du Nord. Coppie si abbracciano, si inginocchiano, anziani depositano lumini, giovani scrivono sul selciato di Place de la Bourse con gessetti colorati. «Bruxelles ma belle», Fuck Daesh, « Je suis belge » . Un po’, dobbiamo dirlo, sembra un riflesso condizionato: dopo la strage di Charlie Hebdo questo rituale di autoriconoscimento è diventato un esorcismo obbligato. La realtà sembra decisamente più cruda. City 2, la Fnac, i grandi magazzini Inno, il cuore della Bruxelles commerciale, sono spettralmente deserti. Paura? «Un po’ sì», ammette il direttore. Spunta un raggio di sole fra le nubi color piombo. Sembra un pomeriggio normale, non fosse per quelle ronde di militari e gendarmi che ricordano la 'normalità' di Gerusalemme o di Tel Aviv e che mai si pensava che si sarebbero visti a Bruxelles. Ma non possiamo fare a meno di cogliere fra la gente che affretta il passo per tornare a casa dopo l’orario di lavoro quel bisogno insistito anche se impalpabile, silenzioso di continuare a vivere, nonostante tutto. Dopo il terrore, la vita, sempre.
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