venerdì 22 maggio 2015
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L’equazione strategica che dovrebbe portare al successo contro il Califfato è ancora zeppa d’incognite, forse insolubili. Basteranno duemila nuovi missili anticarro – quelli inviati dagli Usa alle forze di Baghdad – a puntellare il disastroso esercito iracheno e a sancire la sconfitta della tecno-guerriglia degli accoliti di al-Baghadi?  L’Is è la forma più compiuta di nemico ibrido che ci sia mai toccato combattere. Venirne a capo non sarà facile. Le idee vecchie non stanno funzionando e le nuove latitano. Gli strateghi speravano di azzerare la dinamica offensiva dello Stato islamico inseguendo la chimera di una campagna aerea decisiva. Ma l’Is si è rapidamente adattato, fino a riprendere l’iniziativa. La primavera del 2015 l’ha visto lanciare offensive plurime su entrambi i versanti del famigerato “Syraq”: da Homs a Palmira, passando per il triangolo sunnita, tra Falluja, Baiji, Ramadi, e il pan-Anbar.  Capacità strategica e soprendente acume tattico ne hanno ritmato l’avanzata, costellata da attacchi concentrici ideati in maniera classica ma eseguiti con metodi irregolari. Com’è stato possibile sotto il peso dei bombardamenti? Rick Brennan, analista alla Rand Corporation, ha trascorso un quinquennio in Iraq, durante la seconda guerra del Golfo. Era un consulente senior delle truppe statunitensi. Spiega che «l’Is non porge più il fianco agli aerei della coalizione. Ha imparato a nascondersi e a muoversi in piccoli gruppi, per poi concentrarsi improvvisamente ».  Non solo disperde e camuffa i materiali pesanti, ma li schiera in prossimità dei civili o degli avversari a terra. Sfreccia su veicoli civili militarizzati e fa ampio uso di barriere fumogene; dà fuoco agli pneumatici e ai barili di petrolio, ostacolando l’identificazione visiva. La campagna aerea ha un triplice punto debole: regole d’ingaggio troppo restrittive e crollo verticale dei bersagli paganti; jihadisti abili nel replicare alla guerra dall’alto “all’Occidentale”; scarse capacità terrestri nello sfruttare i vantaggi tattici immediati dei raid aerei. La coalizione è solo nominale, perché nei fatti sono gli americani a fare il grosso del lavoro. Da agosto ad oggi, i loro velivoli hanno assestato al Califfato 1.618 colpi in Iraq (66% del totale) e 1.439 in Siria (94%), spendendo quotidianamente 8,6 milioni di dollari. Tutte cifre ridicole se paragonate alle campagne ben più ritmate del passato. Certo, gli americani hanno rallentato l’incedere dell’Is e messo fuori gioco diversi quadri dell’organizzazione.  Ma senza effetti duraturi. Per struttura, l’Is assomiglia più ai taleban afghani e all’Hezbollah libanese che non all’al-Qaeda d’antan. È poco vincolato alle gerarchie individuali: scomparso chi occupi un posto, subentra un nuovo personaggio, mentre la funzione si perpetua. Senza considerare che i raid hanno un effetto del tutto marginale sulle performance dei guerriglieri, se non si effettui un’operazione terrestre simultanea per sfruttare il vulnus temporaneo. E qui molti nodi vengono al pettine. A terra, gli unici alleati affidabili sono i curdi, ma la loro agenda geopolitica confligge con quella di sciiti e sunniti all’interno, e dei turchi al confine. Ankara auspica la destituzione di Assad e la disfatta curda. I sauditi ambirebbero ad annientare l’Is, ma non al prezzo di veder crescere l’influenza iraniana in Siria e in Iraq. Le milizie filoiraniane sono parte del problema: militarmente capaci (Tikrit docet), vessano senza scrupoli i sunniti. Teheran sta giocando una partita a scacchi: punta alla sopravvivenza del regime alauita in Siria, che passa per la disfatta di tutte le opposizioni ad Assad, e al dominio sciita in Iraq, tanto ostile a Riad quanto impotente a fronteggiare l’Is, finora abilissimo nel destreggiarsi fra le tante contraddizioni dei suoi avversari. La guerra per proxy non funziona.
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