martedì 4 marzo 2014
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La metafora dell’orso russo che improvvisamente si risveglia e tiene sotto scacco l’Europa, minacciandola attraverso il ricatto energetico, stavolta è vera soltanto a metà. L’Ucraina è certamente uno snodo centrale per ragioni geopolitiche, perché è terra in cui si confrontano da sempre, sia pur a distanza, gli interessi dell’Occidente americano e quelli dell’ex impero sovietico. Lo è di meno, in questa fase, per ragioni strettamente economiche. Perché i consumi di gas e di energia sono in discesa, perché ci avviamo verso una stagione più calda, in cui verosimilmente basteranno le scorte a nostra disposizione per scongiurare eventuali black out nelle forniture, perché infine c’è chi in questi anni si è mosso, anche nel Vecchio continente, per aggirare la variabile ucraina e mettersi al sicuro. Non ci sarà dunque un bis della drammatica crisi del 2006.Quanto manca una politica comune«La Germania ha completato il gasdotto North Stream con Mosca proprio per bypassare l’Ucraina – spiega Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia –. Si tratta di un progetto già attivo, dalla capacità di 50 miliardi di metri cubi di gas all’anno. L’Italia ha scommesso sul South Stream, che dovrebbe attraversare il Mar Nero, ma di concreto non c’è ancora nulla». È sempre il gigante russo Gazprom a muovere le fila del risiko, consentendo a Kiev (finora) di pagare il metano in transito a un prezzo più basso.«Eppure siamo stati noi a sdoganare le compagnie russe negli anni Cinquanta – continua Tabarelli – e ora dovremmo spingere, insieme a tutta l’Europa, affinché sia la Russia che l’Ucraina entrino nella costruzione europea. Se è vero che le ex repubbliche sovietiche sono piene di energia e gas, vale anche il discorso contrario: la dipendenza è reciproca».Bruxelles invece procede in ordine sparso e a una politica comune negli approvvigionamenti si è sostituita una trattativa a due tra singoli Stati, dove è normale che il partner più forte, la Germania, alla fine spunti i prezzi (e i progetti) migliori.Occorre però ricordare che la crisi ucraina arriva in un momento di relativa tensione sul fronte energetico: nel nostro Paese i consumi di gas sono scesi ai minimi nel 2013 e, per il 2014, si stima la domanda più bassa da 15 anni a questa parte. «Il vero paradosso è che un’eventuale guerra servirà più che altro a riequilibrare i flussi mondiali» osserva Tabarelli, mentre secondo il docente di Economia dell’energia della Luiss, Carlo Andrea Bollino, «se ci fossero riduzioni nelle forniture in arrivo dalla Russia via Ucraina, sarebbe sufficiente un maggiore utilizzo delle scorte e una diminuzione dei consumi delle imprese energivore, per mantenere in attività il sistema economico senza problemi».Una previsione avvalorata settimana scorsa dalle parole dell’amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni, secondo cui «fino all’estate non dovrebbe esserci una crisi di gas nemmeno nello scenario peggiore possibile, cioè anche se non arrivasse nemmeno un metro cubo di gas». Gli altri effetti macroeconomiciNon c’è solo l’energia tra i dossier aperti: quanto sia centrale l’Ucraina, considerato il "granaio d’Europa", sul mercato delle materie prime, ad esempio, lo si è visto ieri sui listini internazionali, col valore del grano balzato ai massimi. Coldiretti si è detta «preoccupata dalle fluttuazioni dei prezzi delle materie prime agricole, sulle quali si innestano facilmente le speculazioni». Un rapporto della Sace, la società controllata da Cassa depositi e prestiti che offre servizi di export credit, assicurazione del credito e protezione degli investimenti all’estero, chiariva la portata della partita in corso, ricordando come nel frattempo la destituzione di Janukovich abbia spinto la Russia a congelare il piano di aiuti da 15 miliardi di dollari concordato a dicembre. «È possibile, inoltre, che si assista ad una reintroduzione dei dazi sulle importazioni di merci ucraine in Russia, ad esempio sul settore dell’acciaio o sul settore agricolo e alimentare; la Russia – spiegava il <+CORSIVOA>report<+TONDOA> – è il primo mercato di sbocco ucraino ed eventuali decisioni in tal senso aggraverebbero ulteriormente la condizione economica del Paese».
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