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Elezioni in Iran
Nessuna svolta. E Rohani dovrà essere più prudente
Riccardo Redaelli
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I commenti nei mass media occidentali sulle elezioni iraniane sono passati in pochissimi giorni dal sottolineare la mancanza di riformisti nelle liste elettorali a gioire per la loro clamorosa vittoria. Un’analisi sicuramente spiazzante: come possono aver ottenuto una travolgente vittoria dei non-candidati? È allora opportuno fare chiarezza sulle reali dinamiche politiche iraniane. Da almeno vent’anni – con l’elezione del presidente riformista Khatami nel 1997 – il fronte riformista è maggioritario nel Paese, forte di un consenso popolare che il blocco conservatore non può in alcun modo pareggiare. Sono due gli elementi che giocano generalmente contro i riformisti: la falcidia preventiva delle loro candidature da parte dei Consiglio dei Guardiani (un organo costituzionale ultra-conservatore) e l’astensionismo degli elettori, collegato alla disillusione circa l’importanza delle elezioni e alla reale capacità di incidere sul Nizam (il sistema di potere della Repubblica islamica).

Dalla sconfitta del progetto riformista di Khatami, l’astensionismo è sempre stato il loro nemico maggiore. Nel 2003 l’ultra-radicale Mahmud Ahmadinejad (che è stato poi il più disastroso presidente iraniano) divenne, ad esempio, sindaco di Teheran esclusivamente grazie a una partecipazione al voto inferiore al 12%. In pratica non votò nessuno. Non a caso, il presidente moderato Hassan Rohani e gli altri rappresentanti della galassia moderato-pragmatico-riformista hanno cercato in ogni modo di pungolare i propri elettori per convincerli a votare. La notizia è che ci sono riusciti; e ci sono riusciti molto bene. Una volta affollati i seggi era assodato che i voti avrebbero premiato i riformisti presenti nelle liste per il Parlamento e per l’Assemblea degli esperti. Cosa che il Nizam sapeva benissimo. Infatti, il sistema di esclusioni è stato congeniato in modo che il fronte moderato e riformista rimanga comunque minoritario in entrambi gli organismi; anche se certo, quanto ha colpito è la prova miserevole dei candidati conservatori e ultra-conservatori. Questi ultimi, forse, hanno pagato l’effetto disillusione seguito al fallimento delle presidenze Ahmadinejad e al compromesso internazionale sul programma nucleare (da essi fortemente avversato).

Sarebbe tuttavia semplicistico aspettarsi svolte politiche radicali. E questo per due motivi ben evidenti. Innanzitutto, perché il sistema e la Guida suprema, ayatollah Khamenei non intendono permetterle. Ma anche perché sotto l’etichetta occidentale di riformisti, vi è in realtà un variegato insieme di moderati, conservatori pragmatici che si sono via via avvicinati al riformismo, centristi legati al presidente Rohani. I riformisti più decisi e radicali sono stati – quelli sì – eliminati dalla competizione. Qualche iraniano ha detto di essersi recato a votare più per odio verso i conservatori che per convinzione verso le liste elettorali progressiste. Un voto per far perdere gli avversari, dunque.

E tuttavia risulta chiaro ancora una volta come i conservatori siano la maggioranza solo grazie ai trucchi annidati in un sistema che impedisce l’evoluzione liberale della Repubblica islamica. Senza di essi, verrebbero rapidamente marginalizzati. Una consapevolezza che spinge alcuni a cercare di venire a patti con le istanze della società; mentre altri tendono a arroccarsi e a vigilare per spegnere sul nascere ogni illusione. Rohani avrà da oggi indubbiamente vita più facile in Parlamento: ma sa bene di dover raddoppiare la prudenza del proprio governo.
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