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Lettere al direttore
Il direttore risponde
«Non c’è patria, dove non c’è libertà»
Ma non ci faranno diventare stranieri
Marco Tarquinio
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Caro direttore,
la ringraziamo per aver dato voce anche a nostra madre e a tante persone che le hanno voluto dimostrare la loro solidarietà. Siamo sempre più sgomenti da ciò che sta succedendo da qualche giorno sui giornali e in particolare alla nostra famiglia. Siamo allibiti dal modo in cui alcune testate, pur di fare uno "scoop" e sperando di aumentare almeno per un po’ i propri lettori, sono ricorsi a bugie, frasi tagliate ad arte e titoli altisonanti. Senza parlare poi dei commenti e della mancanza di carattere dimostrata da molti che ci attorniavano, che magari conoscevano molto bene nostra madre e che hanno preferito tacere, facendo prevalere una sorta di omertà. Dobbiamo ringraziare pubblicamente però tutti quelli che, conoscendo nostra madre, l’hanno difesa, e coloro che, pur non avendola mai conosciuta, sono stati capaci di vedere al di là di certi "titoloni" e le hanno espresso apertamente sostegno. Siamo arrivati al punto in cui, nel Paese in cui viviamo, non è più possibile affermare una delle verità plausibili riguardo a un argomento discusso anche dalla comunità scientifica internazionale – le diverse valutazioni sulle radici dell’omosessualità – senza incorrere in accuse da chi ne sostiene un’altra, questa però pienamente rispettosa del politically correct a senso unico... Sottolineiamo "Paese in cui viviamo" e non "Paese cui apparteniamo" perché dove non vi è libertà non v’è patria. La libertà di parola e di espressione è uno dei cardini dello Stato di diritto, sancita dalla stessa Costituzione (art. 21), ed essa può (e va) limitata solo se offensiva nei confronti di un altro individuo, mancando tale condizione, il fatto si è tradotto in una vera lesione: lesione al diritto di parola e alla dignità di nostra madre. Ringraziamo quanti hanno fatto vera informazione, raccontando come si sono svolti realmente i fatti. Ma, ci creda, siamo stanchi di vedere l’informazione distorta e siamo indignati anche dal fatto che qualche politico o qualche altra nota personalità cavalchi l’onda della diffamazione pur di "accalappiare" una fetta di società o ancor peggio nuove adesioni e iscrizioni di giovani che ancora non hanno la piena coscienza delle proprie scelte. Noi siamo fieri dei nostri genitori che ci hanno sempre insegnato a guardare ogni aspetto della vita, che ci hanno sempre insegnato la tolleranza e il rispetto di ogni persona non per la sua posizione, ma perché essere del tutto uguale a noi.
Esprimiamo pubblicamente la nostra indignazione verso tutti coloro che avrebbero potuto fare chiarezza, ma non hanno fatto nulla, e, soprattutto, verso la cattiva informazione, mezzo troppo spesso utilizzato a soli scopi politico-ideologici. Ci auguriamo di poter tornare a essere fieri anche del Paese in cui viviamo. La salutano cordialmente i figli di Adele Caramico.
Mariachiara, Jeshua e Gabrielamaria Stenta

Rispondendo a vostra madre, cari amici, il 5 novembre scorso scrissi: «Temo che nessuno le chiederà scusa per l’agguato che ha sopportato e per il sovrappiù di contumelie e di metaforiche "botte" che le sono state riservate». Naturalmente mi riferivo a coloro che hanno "potere" di dire, di scrivere e di fare nella scuola e nel dibattito pubblico e che in questa vicenda non hanno trovato le parole o le hanno trovate sbagliate. Quello che temevo si è realizzato, purtroppo, visto che nessuno dei precipitosi e sentenziosi signori che hanno straparlato e insolentito come «omofoba» la professoressa Caramico, insegnante di religione all’Itis di Moncalieri, si è degnato di fare ammenda. Ma è accaduto anche quello che speravo. Tanti tra coloro che di "potere" ne hanno poco o punto si sono fatti, invece, sentire. Anche dalle colonne di questo giornale, che nel concerto della stampa italiana un suo posto non marginale ce l’ha, eccome. Credo che tutto ciò dovrebbe farvi ripensare uno, solo uno, dei passaggi della vostra bella e giustamente indignata lettera: quando, in sostanza, scrivete di sentirvi "senza patria", legando l’appartenenza a essa al riconoscimento della vera libertà della persona e alla laica venerazione della sua dignità. Vorrei riuscire a dirvi, cari amici, che non si appartiene a un’entità, si appartiene a un popolo. Cioè a una comunità civile, che – proprio come voi dite o fate capire – ha valori e li rispetta, rispettando i suoi propri membri. Quella è la "patria", non un sistema amministrativo e burocratico o, addirittura, un sistema mediatico capace, purtroppo, di storcere e distorcere la vita e le parole della malcapitata o del malcapitato di turno. In questo senso, nonostante tutto, state avendo prova di averla una "patria", anche qui, in Italia, e con quello che pensate e sapete affermare dimostrate di esserne degnissimi e combattivi cittadini, non solo "abitanti". Non dimettetevi, neanche idealmente. Immischiatevi, come ci suggerisce di fare il nostro Papa, per umanizzare sempre più il mondo a partire da questo nostro Paese. Nel quale qualcuno vorrebbe farci sentire lontani ed estranei. E un po’ è vero, perché da cristiani sappiamo di appartenere soprattutto a un cammino, non a un solo luogo. Ma quelli che ci vorrebbero "stranieri in patria" stiano pur certi che non lo siamo e non lo diventeremo. Ricambio con gioia il vostro saluto.
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