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Lettere al direttore
Il direttore risponde
Matrimoni gay? No, diritti dei singoli
Marco Tarquinio
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Gentile direttore,
a costo di correre il rischio di una excusatio non petita, e dopo alcuni giorni di silenzio, non posso non tornare sulla vicenda delle mie dichiarazioni in occasione della giornata della famiglia, riportate da alcuni giornali – e in particolare, con mio grande rincrescimento, da Avvenire – in modo distorto, e certo poco consono a un’impostazione che, rifuggendo dalle esasperate polemiche di certa stampa, si prefigga di aiutare le persone a pacate riflessioni su temi di grande rilevanza sociale.
Nel mio intervento, ho cercato di delineare, sia pure brevemente, e a cavallo tra società ed economia, il quadro dell’istituto familiare e delle mutazioni che in questi decenni si sono verificate sul fronte delle famiglie. Ho espresso preoccupazioni per la possibile perdita di rilevanza della famiglia tradizionale, minacciata da una crisi di identità, di valori e anche economica. Ho fatto riferimento al '"rischio" (non già alla realtà) di un superamento della famiglia tradizionale, citando l’andamento statisticamente decrescente delle unioni fondate sul matrimonio di un uomo con una donna e il sempre crescente realizzarsi di fattispecie nuove, come le unioni eterosessuali stabili di individui che non intendono contrarre matrimonio e le convivenze stabili di omosessuali.
Ho sostenuto che, davanti a questi andamenti, non è sufficiente limitarsi a ribadire il valore della famiglia tradizionale, valore che condivido fortemente, anche perché, come pure ho ricordato nella conferenza, in essa si rispecchia interamente la mia esperienza di vita (la mia famiglia d’origine, ai cui insegnamenti debbo moltissimo, e la famiglia che ho formato con mio marito sono infatti entrambe rigorosamente tradizionali). Sul piano personale, sono sempre stata fermamente convinta che la famiglia rappresenti la base più solida per la crescita e lo sviluppo integrale della persona, ancora più in tempo di crisi, e che quindi essa meriti appieno il riconoscimento e la tutela che la Costituzione le ha riservati.
Ho però anche detto che nelle analisi è bene separare preferenze e convincimenti personali, da valutazioni più oggettive. E lì, con un invito a una riflessione aperta, mi sono fermata, anche dicendolo apertamente in conferenza, perché non ritengo sia compito di un ministro tecnico proporre soluzioni, magari frettolose, a problemi tanto delicati. Non ho quindi auspicato che le unioni di fatto, sia etero sia omosessuali, siano equiparate alla famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, ma semplicemente invitato ad aprire gli occhi sulle diverse realtà che stanno emergendo e a non dimenticare, e meno che mai a discriminare, i diritti dei singoli individui che vi si riconoscono e che chiedono con forza un riconoscimento. Senza queste risposte, si acuirebbe un altro fattore di instabilità sociale, oltre a quelli di carattere economico resi più acuti dalla crisi in atto.
Come spesso succede, nel purtroppo normale "formato" delle notizie da quindici secondi o da poche righe di stampa, tutto ciò si è trasformato nella notizia di una irrisione o di un attacco da parte mia alla fondamentale istituzione familiare tradizionale. Richiamare l’attenzione su una realtà, ancorché scomoda, non significa affatto esprimere giudizi, ma porre problemi, e invitare a riflettere. Prendere atto di una situazione sociale e personale di disagio diffuso e auspicare la ricerca di soluzioni che rimuovano tale disagio è cosa ben diversa dall’esprimere giudizi negativi sulla famiglia. In tale spirito costruttivo, la ricerca di soluzioni condivise su questioni particolarmente delicate – prospettiva questa che va al di là del mandato dell’attuale Governo – non deve essere motivo di conflitto bensì occasione di reciproco ascolto. Cordialmente,
Elsa Fornero, ministro
del Lavoro e delle Politiche Sociali con delega alle Pari Opportunità
 
Ringrazio la signora ministro Fornero per questo dialogo con Avvenire e prendo volentieri atto di quanto afferma e precisa nella sua gentile lettera, che contiene sottolineature e chiarificazioni indubbiamente importanti.
 Non so chi potrebbe giudicarle "scuse non richieste", io le accolgo per ciò che in realtà sono: parole meditate e utili dopo una serie di dichiarazioni culminate in quelle – a parere nostro e, come si è visto e colto, non solo nostro – in parte sorprendenti e preoccupanti rese a Montecitorio in occasione della celebrazione della Giornata internazionale della famiglia. Dichiarazioni queste ultime – lo ricordo non per puntiglio, ma per onor di verità – che Avvenire il 15 maggio ha ascoltato e registrato direttamente e che il giorno seguente, secondo il costume che è proprio ai suoi cronisti, ha fedelmente riportato (e non distorto).
L’importante è però la sostanza della lettera del ministro: in essa non si parla a sproposito di «matrimonio» (di serie A o di serie B), ma del tutto a proposito ci si riferisce alla Costituzione repubblicana (che riconosce, e non disegna a suo capriccio, la famiglia «come società naturale fondata sul matrimonio») e riguardo alle diverse forme di convivenza si ragiona saggiamente e civilmente di «diritti dei singoli individui». Beh, questo è applicare in modo serio il principio enunciato dal ministro stesso: «Nelle analisi è bene separare preferenze e convincimenti personali da valutazioni più oggettive». Voglio dire che sedici milioni di famiglie fondate sul matrimonio tra un uomo e una donna sono un dato oggettivo e non rappresentano una «eccezione», bensì un’immensa e buona realtà dell’Italia che purtroppo non è ancora oggi rispettata e sostenuta come merita e come la Costituzione indica e, anzi, nella realtà finisce per essere addirittura disincentivata. E questo, non mi stanco nel mio piccolo di ripeterlo, nonostante sia non solo e per eccellenza il 'luogo' e la 'palestra' dell’impegno reciproco, dell’accoglienza e della relazione, ma anche l’antidoto più efficace alla precarietà esistenziale, sociale e – lo stiamo riscoprendo in questa tormentata e lunga fase di crisi – anche lavorativa. È evidente che il momento è difficile, e che è altrettanto difficile che in tempi di vacche magre si riesca a fare quel che in tempi meno grami non si è saputo realizzare (penso al 'fattore famiglia'), eppure parole giuste (che 'fanno clima') e piccoli e grandi gesti di governo sono possibili. Ed è bene che ci siano stati e che si annuncino, nella chiarezza. Ricambio, gentile ministro, il suo cordiale saluto.
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