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Lettere al direttore
Il direttore risponde
«Io, non cattolico e Francesco: è il mio Papa?»
Marco Tarquinio
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Caro direttore,
può essere Francesco anche il mio Papa? Può essere cioè anche il Papa di chi non è cattolico? Ho letto il suo ultimo libro-intervista con Andrea Tornielli, seguo le sue missioni pastorali, ascolto e rileggo i suoi messaggi e questa domanda mi suona nella testa e nel cuore. Che mi sta succedendo? Sono stato a lungo un comunista italiano e ho sempre avvertito, soprattutto con Enrico Berlinguer, una inclinazione rispettosa e curiosa versa la fede, i credenti e gli uomini di fede. Ho amato Giovanni XXIII, la figura di Paolo VI mi ha sempre colpito. Non parlo degli altri Papi per non esagerare e per tenermi a quelli che mi hanno più interrogato la coscienza. Con Francesco avverto, invece, un passaggio in cui la domanda interiore scava più in profondità. Il Dio che Francesco racconta, la vicenda umana e divina di Gesù sono un messaggio di comprensione del mondo che non avevo mai letto in modo così esplicito, accogliente, generoso, in grado di diventare il pensiero forte (oltre che per chi ha fede) per questo nostro mondo pieno di cose brutte e di ingiustizie.
Ho capito finalmente che cosa vuol dire “misericordia”, cioè quell’atteggiamento divino, ma anche degli umani, che spinge alla comprensione, alla solidarietà, alla non esclusione. Il Dio di Francesco non è un Dio precettivo, anche se dà regole, non è un Dio “cattivo”, non è un Dio giustiziere. La sua Chiesa è fuori dai suoi palazzi e il Papa la invita a farsi ospedale da campo, non laboratorio d’analisi ultrascientifico, ma vero pronto soccorso di anime ferite, di tutte le anime ferite.
Se penso al mondo d’oggi sento di poter dire che un messaggio d’amore così forte e così includente non si ascoltava da molti anni. Come è facile capire io non sono un uomo di dottrina, come i miei amici “atei devoti” che hanno tenuto banco fino a poco tempo fa. Sono una persona che, con mille errori e mutamenti anche di orizzonte, si è sempre posta il tema della sofferenza e se l’è posto politicamente. Continuerò a farlo. Avverto però la differenza che c’è fra una parte del mio passato (Togliatti invitava a rivolgersi al mondo cattolico perché una «sofferta coscienza cristiana» era base per il dialogo, Berlinguer era andato più avanti) e l’oggi. L’oggi di Francesco è la gioia della misericordia, questo primato della persona, così interconnesso con tutta la cultura cattolica, che sceglie nel perdono, nel pentimento e anche – scrive lui – nel desiderare la volontà di pentirsi quando non si è ancora pronti a farlo, uno straordinario messaggio per gli umani.
Ecco il perché della domanda iniziale che ho rivolto a questo giornale, ai suoi lettori e, con umiltà, anche al Papa.
Peppino Caldarola già direttore de “l’Unità”

Stai pur certo, caro Caldarola, che i cattolici vogliono bene al Papa, ma non ne sono gelosi. Almeno non nel senso di una qualche pretesa di “esclusività”. Siamo felici se altri, con noi, ne condividono i pensieri e ne seguono l’esempio. Credo, poi, che la bella e spiazzante domanda che hai articolato sia una di quelle a cui nessuno può dare risposta al posto tuo. O al posto di papa Francesco. Ma se davvero vuoi anche il mio parere, ebbene credo che tu abbia già deciso, come il Papa del resto. Mi basta leggere ciò che hai scritto, caro direttore. E basta ascoltare ciò che lui dice. Basta per rendersi conto che Francesco parla davvero a tutti e soprattutto a chi nel suo cammino si sente impegnato – anche se non la richiama apertamente, anche se la “respira” quasi inconsapevolmente – dalla parola scolpita da Matteo in quel passo del Vangelo (25, 31–46) che spiega perché alla sera della vita “saremo giudicati sull’amore”. C’è dentro l’essenziale: le benedizioni e le maledizioni che sperimentiamo sotto il cielo di Dio su questa terra, che è la nostra fatica e la nostra casa comune, e il luogo dove scriviamo un infinito futuro. È ben più della richiesta di coltivare una gran dottrina. È la chiamata a guardare in faccia e a rispettare ogni altro uomo e ogni altra donna soprattutto nella debolezza (perché è così che continuiamo a incontrare il Figlio che ci è dato). È la via, anche civile, a una vita buona e a un mondo giusto.
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