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Lettere al direttore
Lettera al direttore
Quel giorno in classe: un bel dialogo
ma poi la bufera dell'«omofobia»
Marco Tarquinio
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Caro direttore,
sono l’insegnante di religione dell’Itis Pininfarina di Moncalieri della quale – suo malgrado – si è molto parlato nei giorni scorsi per presunte frasi omofobe che avrebbe pronunciato in classe. Sinora ho preferito tacere per evitare ulteriori strumentalizzazioni. Oggi vorrei approfittare dell’amicizia che mi lega ad "Avvenire" per spiegarle per filo e per segno come sono andate realmente le cose. Venerdì 31 ottobre 2014 durante l’ora di lezione nella classe III A/Bio, ho chiesto agli alunni di fare alcune riflessioni scritte su come le problematiche bioetiche possano influenzare la nostra società. Immediatamente dopo, un alunno mi ha posto una domanda sull’omosessualità, tema sul quale, pur non essendo strettamente inerente alla lezione, ho ritenuto opportuno rispondere, vista anche l’insistenza con cui mi veniva chiesto un giudizio in materia. Alla domanda su cosa ne pensassi dell’omosessualità ho ripetuto più volte che ho amici gay e che con loro ho un tranquillo e profondo rapporto di amicizia che dura da anni. Ho sottolineato più volte che la persona umana, indipendentemente da come essa sia, va rispettata sempre. Si è quindi innescata con quell’alunno una discussione sull’argomento. Rispondendo a una domanda specifica, ho spiegato che le persone omosessuali che vivono con sofferenza la loro condizione e desiderano cambiare - solo queste, e non altre categorie di persone omosessuali soddisfatte del loro orientamento - talora si rivolgono a terapisti che, con un accompagnamento insieme psicologico e spirituale, possono venire incontro al loro desiderio. Conosco la letteratura in materia e so bene che si tratta di teorie controverse e non da tutti accettate né nella comunità scientifica né nel mondo cattolico. Mi sono limitata a segnalare la loro esistenza. E per completezza ho raccontato loro che in merito al problema molto dibattuto dell’origine dell’omosessualità esistono due teorie, una che la vede come un dato naturale, l’altra che la riconduce a problemi e traumi subiti di solito durante l’infanzia. Vi è anche chi sostiene che non vi sia una spiegazione univoca, ma le due teorie spieghino l’esistenza di due diverse categorie di omosessuali, di cui la prima vive l’omosessualità così com’è in modo naturale, mentre la seconda la vive con disagio. Conoscendo bene le controversie in materia, mi sono premurata di sottolineare - più di una volta - che in ogni caso l’omosessualità non è una malattia o una patologia. Su quest’ultima teoria (che non è mia) ho raccontato la vicenda realmente accaduta di un giovane medico che aveva superato, attraverso un adeguato percorso psicologico, il disagio che provava per le persone del sesso opposto. Questi argomenti, comunque, più che essere oggetto di dibattito con tutta la classe, sono stati trattati in un dialogo fra me e un solo allievo, e sinceramente non mi è sembrato che il resto degli studenti li seguisse con molta attenzione. Il dibattito tra me e l’alunno che aveva innescato la discussione con la domanda, però, si è svolto in maniera assai serena e pacata. Oltretutto, quello stesso alunno mi ha rivelato di essere omosessuale e mi ha chiesto cosa vedessi di sbagliato in lui. A una simile domanda io ho risposto che per me lui è come tutti quanti gli altri, io non l’ho mai trattato in modo differente e non sapevo nulla della sua omosessualità fino a quel momento. Ho anche fatto una battuta, quando lui è sembrato sorpreso del fatto che io non lo sapessi, dicendogli scherzosamente: «Mica chi è omosessuale lo porta scritto con un timbro sulla fronte!». Gli ho anche chiesto se per caso lui si fosse sentito trattato da me in maniera diversa, e lui ha risposto di no. Io ho, poi, continuato affermando sempre lo stesso principio per cui tutti vanno rispettati indipendentemente da come sono. A quel punto, però, l’alunno ha fatto una domanda secondo me provocatoria, chiedendomi: «Lei allora rispetterebbe pure Hitler?». Ho anche portato come esempio personaggi della letteratura, e della cultura in generale che si sono dichiarati omosessuali o anche insieme etero e omosessuali, che a prescindere dalla loro natura hanno dato molto dal punto di vista culturale, e scritto anche opere molto belle che si studiano pure a scuola. Un altro allievo, poi, ha fatto la seguente affermazione: «Ma il Papa ha benedetto le nozze gay», alla quale ho risposto di non mettere in bocca al Papa cose che lui non ha mai detto!
Per quanto riguarda le adozioni da parte di coppie gay ho manifestato la mia perplessità (perplessità condivisa dal Magistero della Chiesa), pur ritenendo che magari piuttosto che tenere dei bambini in istituti senza l’affetto di alcun genitore forse starebbero meglio con due donne perché vedo nella stessa natura femminile una propensione forte alla maternità. Non ho, peraltro, espresso nessun giudizio negativo sulle coppie di uomini omosessuali che desiderano adottare e allevare bambini. Premetto che, essendo una docente che insegna Religione Cattolica, io aderisco pienamente al Magistero della Chiesa Cattolica, che ci invita ad accogliere le persone omosessuali con «rispetto, compassione e delicatezza» e con papa Francesco ci chiede di non giudicare le persone in quanto tali. E più volte io ho ripetuto questo concetto, affermando che gli omosessuali non vanno giudicati, ma vanno accolti così come sono. Ho anche detto che anche nella Chiesa ci sono persone omosessuali e che vengono trattate come tutte le altre, senza alcun discriminazione. Lo stesso Magistero distingue però in modo molto accurato fra le persone, che non vanno giudicate, e i comportamenti, che per evitare forme di relativismo etico possono e devono essere oggetto di un giudizio morale, e le leggi, che non dovrebbero equiparare il matrimonio tra un uomo e una donna ad altre forme di unione, come hanno ribadito ancora recentemente il Sinodo e i vescovi italiani. Questo è ciò di cui ho parlato, rispondendo a domande dei miei studenti. La saluto cordialmente.
Adele Caramico

Grazie, cara professoressa Caramico, della sua serena e precisa ricostruzione estremamente utile per chiarire i termini di una vicenda attorno alla quale si è imbastito da parte di alcuni un sommario e persino indecente processo mediatico a lei e all’insegnamento della Religione cattolica. Certo, anche per noi non è stato facile ricostruire – per carenza di fonti e sovrabbondanza di interpretazioni interessate – che cosa fosse accaduto nella sua classe. Ma, anche se da giornalista non approvo, posso capire perché lei si sia tenacemente e sdegnosamente sottratta ai taccuini e ai microfoni dei cronisti dopo aver visto con amarezza e stupore che cosa era stato pubblicato in una serie di articoli precipitosi e inesorabilmente "colpevolizzanti" – all’insegna dell’omofobia – nei suoi confronti.
La verità, cara professoressa, è che esistono molti modi per fare violenza. Credo che lei, donna e insegnante, abbia dovuto subire uno dei peggiori e dei più maliziosi: quello attraverso il quale si monta un caso per mettere alla gogna ingiustamente una persona, capovolgendo la sua vita, facendo una caricatura cattiva delle sue parole, cercando persino di negarle la libertà di presentare fatti e di esprimere opinioni. Temo che nessuno le chiederà scusa per l’agguato che ha sopportato e per il sovrappiù di contumelie e di metaforiche "botte" che le sono state riservate, spero le sia un po’ di conforto la stima mia e dei miei colleghi e il nostro cordiale saluto.
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