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Lettere al direttore
Il direttore risponde
La Libia, l'Italia e la pace possibile
Marco Tarquinio
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​Caro direttore,
noi rappresentanti di movimenti, associazioni e gruppi del mondo della pace e della nonviolenza siamo preoccupati delle pressioni esercitate sul nostro governo perché assuma un ruolo guida nell’intervento militare in Libia a fianco di altre potenze occidentali. Il presidente del Consiglio ha detto che «non è in programma una missione militare italiana in Libia». Ne prendiamo atto. Ma i problemi restano: 1) il contrasto all’espansione del terrorismo del sedicente Stato islamico; 2) una minaccia alla sicurezza del nostro Paese; 3) la stabilizzazione della nazione nordafricana. La guerra non è il mezzo adeguato per sconfiggere il terrorismo né tantomeno per portare stabilità alla Libia. Basterebbe guardare alla storia di questi ultimi anni per capire che gli interventi militari non hanno risolto i problemi, li hanno invece aggravati.
A partire dalla dissennata guerra lanciata dalla Nato nel 2011 contro il regime di Gheddafi che avrebbe dovuto inaugurare un’era nuova di pace e democrazia. Invece la Libia è precipitata nel caos e nella guerra intestina. Non solo. Quella guerra ha posto le basi per altri conflitti. È ormai risaputo e documentato che il saccheggio di vasti arsenali di armi del colonnello durante l’operazione della Nato ha alimentato la guerra civile in Siria, rafforzato gruppi terroristici e criminali dalla Nigeria al Sinai e destabilizzato il Mali. Di fatto nessuno dei conflitti iniziati dal 1991 a oggi – Iraq, Somalia, Balcani, Afghanistan, Siria – ha risolto i problemi sul campo, che anzi sono tragicamente aggravati. Il fallimento di tali operazioni è sotto gli occhi di tutti: milioni di profughi abbandonati al loro destino che fuggono a causa delle nefaste conseguenze delle recenti guerre. Oggi poi, un eventuale secondo intervento armato in Libia avrebbe gravi ripercussioni anche sulla vicina Tunisia che teme il debordare della crisi libica oltre i suoi confini, mettendo a repentaglio il suo fragile equilibrio politico e il faticoso cammino verso la democrazia avviato in questi ultimi anni.
Inutile e ovvio dire che saranno i civili a pagare il prezzo più alto di imprese militari, anche nel caso di attacchi effettuati dai droni. Per quanto si voglia far credere che la precisione di tale velivoli a pilotaggio remoto non causerà vittime tra la popolazione, i fatti dimostrano l’esatto contrario. Indagini condotte su una lunga serie di attacchi hanno messo in evidenza che per un terrorista colpito i droni uccidono altre trenta persone circa, tra cui donne e bambini.
Se un intervento armato di polizia internazionale in Libia ci dovrà essere, sarà da considerarsi come extrema ratio, fatta nell’ambito delle Nazioni Unite e in seguito alla esplicita richiesta del governo unitario libico. Senza la quale – ammoniscono le autorità del governo di Tripoli – «qualsiasi tipo di operazione militare si trasformerebbe da legittima battaglia contro il terrorismo a palese violazione della nostra sovranità nazionale». Va aggiunto che la lotta al terrorismo dello Stato islamico non potrà mai essere vinta con un dispiegamento di forze militari. Anche la macchina bellica più potente è inefficace di fronte al fanatismo e alla capacità di mimetizzarsi dei terroristi in grado di colpire ovunque nel mondo cittadini inermi con attentati sanguinari. La nostra Penisola è in una posizione particolarmente vulnerabile perché è la più esposta per la sua vicinanza geografica alle coste libiche.
Per i motivi esplicitati qui sopra, ci rivolgiamo al governo italiano perché assuma un ruolo guida per indicare alla comunità internazionale la ricerca paziente e perseverante di una soluzione politica alla grave crisi libica. A tale scopo proponiamo con urgenza che l’Italia si impegni: 1) a ricostruire l’assetto statuale della Libia, sostenendo con la diplomazia e la politica l’iniziativa per un accordo tra le controparti e la formazione di un governo unitario tra i governi di Tobruk e di Tripoli; 2) a coinvolgere gli Stati membri della Lega araba e dell’Unione Africana anche al fine di bloccare i finanziamenti ai movimenti terroristici islamici che provengono da Arabia Saudita e Qatar, dal commercio di petrolio e di droga; 3) a valorizzare la partecipazione della società civile della Libia nel processo di ricostruzione della loro nazione; 4) a garantire da parte dell’Europa l’apertura delle frontiere per accogliere e assistere i profughi, mettendo in campo un’operazione di salvataggio in mare.
Sulla base della nostra Carta costituzionale che sancisce che «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa della libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», chiediamo al governo di adoperarsi con determinazione e concretamente al fine di promuovere e restituire pace e giustizia al popolo della Libia. Lavoro al quale partecipano da tempo schiere di cittadini che, a vario titolo e in diverse organizzazione, operano per la promozione della pace e della giustizia tramite l’educazione nelle scuole, con corsi di formazione alla nonviolenza attiva, con la disseminazione di informazione, con la ricerca, il monitoraggio e la denuncia di vendita illegale di armi e con una variegata gamma di iniziative e progetti.
Infine desideriamo rivolgere un appello ai a papa Francesco che negli anni del suo pontificato non si è stancato di dichiarare la propria ferma opposizione alla guerra. Che anche in questo caso levi la sua voce profetica per denunciare l’assurdità e l’immoralità di un intervento armato in Libia, sollecitando la comunità internazionale a cercare soluzioni pacifiche e giuste.
Efrem Tresoldi, direttore di Nigrizia;
Mao Valpiana, direttore di Azione nonviolenta;
Alex Zanotelli, direttore di Mosaico di Pace;
Mario Menin, direttore di Missione Oggi;
Filippo Rota Martir, direttore di Cem Mondialità;
Marco Fratoddi, direttore di La nuova ecologia;
Riccardo Bonacina, direttore di Vita;
Pietro Raitano, direttore di Altreconomia;
Claudio Paravati, direttore di Confronti;
Michele Boato, direttore di Gaia;
Pier Maria Mazzola e Marco Trovato, direttori di Africa;
Silvia Pochettino, direttrice di Volontari per lo sviluppo;
Redazione di Mondo e Missione;
 Antonio Vermigli, direttore di In dialogo;
Luca Kocci, direttore di Adista;
Luigi Anataloni, direttore di Missioni Consolata e segretario della Federazione Stampa Missionaria Italiana

Rilancio volentieri e con gratitudine questo ragionato e impegnativo appello che mi è stato recapitato in forma di lettera aperta sottoscritta da sedici importanti colleghi e, in più di un caso, amici. Lo rilancio convintamente, proprio come ho fatto nello scorso mese di febbraio (il 18 attraverso il nostro sito internet e il 19 sul giornale, nelle pagine delle "Idee") con l’appello dei cinque vescovi di Pax Christi offerto alla riflessione di tutti i nostri lettori sotto il titolo «Preghiera e impegno contro la follia bellica». Le cronache, le analisi e i commenti che continuiamo a pubblicare su "Avvenire" indicano – con la forza dei fatti e delle idee – le stesse scelte di fondo e le stesse essenziali e complesse priorità. Le uniche che possono consentire di costruire, proprio ora e proprio qui, un’alternativa alla guerra "noi" contro "loro", alle sue logiche devastanti, alle sue conseguenze sempre tragiche. La via di un "noi" più grande e inclusivo che in questo testo viene proposta con efficace sintesi mi convince perché è frutto di valutazioni mature e di una ostinata e fondata speranza che non rinuncia a nutrirsi di realismo. Nulla viene sottovalutato della rischiosità di nuove «avventure senza ritorno» delle potenze d’Occidente e d’Oriente. Nulla viene taciuto della sfida rappresentata dal jihadismo del Daesh.
Dico con franchezza che non sento (anche) mio soltanto un passaggio: l’appello finale a papa Francesco. Sia chiaro: intendo bene la buonissima intenzione che lo muove, ma mi sembra che finisca per inutilmente "tirargli la veste bianca" sulla specifica questione libica. Uno dei «pezzi» della «guerra mondiale» che si combatte nell’incapacità di troppi di vederla e di esecrarla nella sua terribile realtà e che il Papa invece vede, ci aiuta a riconoscere e a smascherare, ci chiama – ognuno per la sua parte – a far finire. So che il Papa percepirà la fiducia e l’affetto che questa esplicita richiesta contiene. Ma soprattutto so che Francesco sa a sua volta, e lo sa perfettamente, quando ascoltare e quando parlare, rivolgendosi alle coscienze dei governanti e dei semplici cittadini del mondo. E so pure che la sua predicazione e azione di pace è speciale e al tempo stesso sicura come quella ininterrottamente e profeticamente controcorrente incarnata dai suoi predecessori: da Benedetto XV a Benedetto XVI. Essa, che non è contenibile in alcuna consueta categoria "politica", si sviluppa però secondo tempi e modi che non sempre cogliamo subito come quelli più motivati e saggi, ma lo sono. Tutti gli uomini e le donne di buona volontà, credenti e non credenti, hanno imparato a contarci con assoluta certezza.
Marco Tarquinio
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