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Lettere al direttore
Il direttore risponde
«Unioni sì, matrimoni gay no»: i nodi cruciali
Marco Tarquinio
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Caro direttore,
ieri Renzi ha ribadito il suo impegno per una legge sulle «unioni civili», dando atto della serietà del confronto in corso tra posizioni diverse dentro lo stesso Pd. Così sta bene. Solo segnalo che appena ieri l’altro, il 28 dicembre 2015, sul “Corriere della sera”, Micaela Campana, responsabile welfare e terzo settore del Pd, così si esprimeva: «Il Pd, appena dopo l’approvazione delle unioni civili, non può che incamminarsi sulla strada dei matrimoni gay». Del resto, anche la relatrice senatrice Cirinnà, con dubbio esprit de finesse, tempo fa, notò che le riserve sul suo ddl venivano da una esigua, residuale minoranza di «conservatori cattolici» del Pd, che contano poco o nulla. Una tesi audace, quella di Campana, che suggerisce un cumulo di interrogativi.
 
Primo: su che basi essa prospetta una tale sicura sequenza? Tale assunto giova a maturare una soluzione equilibrata e condivisa?
 
Secondo: se così fosse la mediazione siglata nel testo sulle «unioni civili» in discussione al Senato, laddove, all’art.1, si è convenuto l’aggancio costituzionale all’art.2 concernente le «formazioni sociali» anziché all’art. 29 relativo alla «famiglia», sarebbe una finzione se non una presa in giro. 

Terzo: la questione chiama in causa la visione e la cultura di riferimento del Pd. Esso, nel solco dell’Ulivo, aveva l’ambizione appunto di fare sintesi tra culture politiche diverse e segnatamente tra cattolicesimo democratico e sinistra riformista, ispirandosi a una ben intesa laicità, che propiziasse cioè una mediazione alta tra laici e cattolici. Talora si ha l’impressione che il Pd di oggi sconti una deriva verso un leggero, volubile pragmatismo, che semplicemente e radicalmente rinunci a una sintesi politico-culturale.

Quarto: si ha anche l’impressione di un paradosso, di una sorta di “scambio asimmetrico” per cui il Pd, nel mentre depotenzia i diritti sociali e del lavoro, offre in cambio alla sua minoranza interna una declinazione dei diritti civili di stampo individualistico-radicale cui essa si mostra sensibile. Rimuovendo la circostanza che una versione strettamente individualistica dei diritti di libertà dovrebbe fare problema a sinistra, in quanto vi sottende una idea di società tutt’altro che socialmente coesa e solidale.

Quinto e ultimo: la questione-partito. Un partito per davvero laico, cioè inclusivo di diverse visioni della vita e del mondo, dovrebbe affidare le responsabilità in materia di «diritti» a persone appunto inclusive e equilibrate, che portino rispetto alla varietà dei punti di vista, specie quando sono in gioco le concezioni etiche. 

Su questa base mi sento di porre ai cattolici democratici e sociali una domanda: non avvertono essi il rischio di un doppio, speculare scostamento del Pd rispetto all’Ulivo, così come essi lo avevano pensato e promosso da cofondatori? Un depotenziamento della sua sensibilità sociale, della sua tensione all’uguaglianza, della sollecitudine per i soggetti deboli e, per converso, una deriva verso posizioni individualistiche e laiciste in tema di diritti civili? Non a torto, i cattolici democratici hanno avvertito la novità rappresentata dal magistero di papa Francesco sul piano eticopolitico (compresa la responsabilizzazione del laicato cattolico), ma domando: esso non spingerebbe semmai i cattolici politicamente impegnati proprio nella opposta direzione, ossia verso più audacia nelle politiche sociali e meno omologazione nel misconoscere la peculiarità della istituzione famiglia e la cura per una lettura in positivo della differenza sessuale, che il Papa ha rimarcato più volte? O possiamo stralciare a nostro piacimento talune parole chiarissime dal magistero di un Papa che tanto apprezziamo?
Franco Monaco, deputato del Pd

Le questioni che Franco Monaco solleva con schiettezza e vigore sono assai serie. Mi pare giusto oltre che scontato che le domande che, da protagonista della stagione dell’Ulivo e da deputato del Pd, ha posto nel cuore stesso di questa lettera risuonino in modo speciale all’interno della casa politica che lui abita. E, da osservatore interessato quale sono, spero davvero che lì trovino eco e, soprattutto, risposta chiarificatrice dopo le note stonate fatte risuonare dall’onorevole Campana, rendendo gli evocati 'diritti' puro sgabello per ingiuste e incostituzionali (Consulta dixit) 'nozze'. La piccola serie di domande con cui conclude la lettera, tutte concentrate su quella che chiamerò la “responsabile audacia della coerenza” (tema che, come qualche lettore ricorderà, sento molto a causa del triste spettacolo spesso offerto dalla politica, non solo italiana) mi sembra che invece riguardino tutti, ma proprio tutti. Certamente coloro che Monaco definisce i «cattolici politicamente impegnati», e – aggiungo io – che si schierano nel Pd e in ogni altro movimento e formazione politica: a sinistra, a destra o ben lontano da questi sperimentati schemi di gioco partitico. Ma il magistero di papa Francesco e l’umanesimo “integrale” che, davanti alle questioni sollevate dai disumani avventurismi del nostro tempo, lui richiama e rilancia interpellano e coinvolgono anche tanti che cattolici e cristiani non sono. Credo, perciò, che i chiamati a capacità di visione, di responsabilità e di solidarietà non siano soltanto coloro che praticano la propria fede non riducendola a “bandierina” d’occasione, ma tutti quanti partecipano con dedizione e onestà alla vita delle città dell’uomo e della donna.

Per questo mi ha molto colpito che, ieri, il capogruppo alla Camera di Sinistra italiana, Arturo Scotto, abbia definito «clericale» la posizione di quanti considerano una via solidale e patrimoniale, ma mai matrimoniale, per le unioni tra persone dello stesso sesso e intendono resistere alle manovre per legittimare l’«utero in affitto» e il commercio di gameti umani e denunciano che la stepchild adoption (l’adozione del figlio del partner) è un grimaldello per scardinare definitivamente gli attuali argini a quelle pratiche già purtroppo incrinati per via giudiziaria.
 
«Clericale», già. Un complimento involontario per i chierici e i credenti, cioè anche per noi di “Avvenire”: solo i «clericali», secondo questa accusa-encomio, saprebbero riconoscere il male travestito da bene. Quel bene che, ci ricorda cristianamente e laicamente il Papa, è la famiglia, la maternità e la paternità, ogni figlio.

Ma, in realtà, «clericale» è il deliberato insulto scagliato da chi usa occhi vecchi e polemiche vecchissime, e non sa più vedere ora e poi l’ingiustizia, e non capisce i processi avviati dalle leggi che i “progressisti” – sempre più spesso insieme o in stereofonia con i “conservatori” – stanno votando in mezzo Occidente, dando nuovo corpo ai fantasmi del profitto cinico, della schiavizzazione e della mercificazione della donna, dell’eugenetica e dell’irrilevanza dei piccoli e degli “imperfetti”, della rimozione deliberata della “storia” personale da cui ognuno di noi proviene. Tutto questo soprattutto, ma non solo, sulla pelle di tanta gente del Sud del mondo. Quando si sveglieranno certi ciechi soloni? Quando sarà tardi per frenare il “mercato”? O forse quando la sofferenza e l’ira dei poveri e dei manipolati si faranno irrefrenabili? Aggiungo queste domande a quelle di Monaco. E lo ringrazio ancora una volta di quelle che ha voluto condividere con noi.

Marco Tarquinio
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