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Lettere al direttore
Il direttore risponde
Troppe parole incattivite: la lezione di un maestro
Marco Tarquinio
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Caro direttore,
entro in un ufficio pubblico e il discorso, tra pochi, è già avviato... Dallo sportello il direttore dell’ufficio commenta: «Vedete? I terremotati italiani in tenda e gli immigrati in albergo!». Approvazione di qua dallo sportello! E ancora: «In Emilia ci sono ancora le baracche...». Mi intrometto: «Per fortuna ancora non si è sparsa la voce che il terremoto l’hanno provocato gli immigrati!». E rincaro: «Penso che chi rappresenta la pubblica amministrazione o comunque esercita un servizio al pubblico – pagato, comunque si voglia, da tutti noi – un minimo di “educazione civica” dovrebbe averla acquisita». Questo sfogo, direttore, è solo per l’ultima perla, perché ne ho sentite abbastanza: dal lamento di chi è dovuto tornare in ufficio perché ci sono state due morti che bisognava registrare all’anagrafe, ai dirigenti che si dolevano per la complicazione di dover amministrare “voucher” per lavori occasionali in favore dei disoccupati... Veramente c’è molto da cambiare nella pubblica amministrazione! E lo suggerirei come priorità assoluta anche ai sindacati. Ma, forse, questa “litania” antimmigrati è la vera malattia dei cuori, che gronda da tante televisioni, dai talk-show a senso unico, che si parli propriamente di migrazioni in corso, di banche, di lavoro che manca, di burkini... si parla e si straparla, e spesso non si trova più traccia della fattività utile di un sarto, di un insegnante, di un falegname, di un calzolaio, di un buon farmacista o di quello spirito imprenditoriale e di comunità che pure hanno fatto la storia – e l’anima – dell’Italia, di molti italiani, all’insegna di tanto cristianesimo vissuto. Con un “tozzo di pane” al giorno, condiviso sempre. Anche con stiramenti della cinghia.
Giancarlo Renzi, maestro in pensione
vissuto in un comune di montagna Sestino (Ar)
 
Avrei voluto pubblicare questa sua lettera, gentile e caro amico, senza una riga di commento. Ne aggiungo alcune solo per invitare a leggere e a rileggere questa sua breve saggia “lezione”. A riprova del fatto che in pensione si può certamente andare, ma non si smette mai di essere cittadini, uomini probi e cristiani. Mia madre faceva il suo stesso mestiere (mi piace questa parola che ha la stessa radice profonda e servizievole di “ministero”), e so bene che i buoni maestri non smettono mai di esserlo. Semplicemente grazie.
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