I Giorni della Vitaa cura di Ferruccio Parazzoli

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31/03/2010

Lo sguardo di Dio

Mi è giunta questa lettera. «Caro amico, una tua frase mi ha colpito vivamente. Tu dici: "Ammesso che Dio esista davvero e che non sia la carità che l'uomo ha della propria miseria"». Vedi, ieri me ne sono tornato a casa dove non c'era nessuno, perché mia moglie è dai nipotini, e mi sono seduto sul balconcino della cucina dove, di là dal cortile, vedo altra gente e mi pare di stare in compagnia. Per un giro di pensieri, mi chiedevo perché mai io fossi lì all'età di oltre settant'anni e Dio non mi avesse invece fatto morire all'età di dieci anni quando era sembrato proprio fosse giunto il mio momento. Mi dicevo: per i figli. Ma non mi pareva possibile. Ma poi pensai: «Ma per vivere, imbecille; ecco perché non ti ha fatto morire: semplicemente per vivere». E allora è scesa dentro di me una specie di dolcezza, una quiete, proprio quella «carità della propria miseria» di cui tu dici, mentre mi tornavano in mente episodi della mia vita che ora mi sembravano avere tutti un certo senso comune anche se assai modesto, quasi irrilevante. E alla compassione subentrò un senso di pazienza, di «carità» verso quel bambino che non era morto e aveva condotto fin lì la sua vita. Ma ecco, appunto: «Questa carità per la propria miseria è possibile solo se distesa sotto lo sguardo di Dio come un paio di calzini rammendati: da sola, in piedi, non ci sta».