I Giorni della Vitaa cura di Ferruccio Parazzoli

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11/03/2010

Voce di Giobbe

Unico tra esseri viventi, l'uomo inventa quel suo particolare atteggiamento: ripiega il corpo sopra una tavoletta di cera, su di un rotolo vegetale, un foglio, quasi a rendere minima la propria superficie fisica su cui il mondo doloroso del reale possa agire: e scrive. Ha inventato l'«utopia», il suo «essere altrove». Ma talvolta una voce colma di dolore ci raggiunge attraverso i secoli, spoglia di ogni illusione. Allora l'uomo torna ad essere presente a se stesso: è la voce di Giobbe che rifiuta ogni consolazione, l'ostinata negazione di ogni disegno utopico, fosse pure quello religioso. «Non sarò mai un homo religiosus», scrive Dietrich Bonhoeffer alle soglie del patibolo nazista. Nella sua aderenza alla realtà Giobbe rifiuta proprio quella consolazione che i suoi religiosi confutatori vorrebbero imporgli. «Se l'anima è orientata verso l'amore - sono parole di Simone Weil - quanto più da vicino si contempla la necessità, quanto più stretta la si tiene a sé, dura e fredda come metallo sulla pelle nuda, tanto più ci si avvicina alla bellezza del creato. È quanto prova Giobbe. Dio scese verso di lui e gli rivelò la bellezza del creato, proprio perché era stato così onesto nella sofferenza, perché aveva respinto ogni pensiero che potesse alterare la verità».