﻿<?xml version="1.0" encoding="utf-8"?><rss version="2.0"><channel><title>Avvenire RSS Feed - Economia</title><link>http://www.avvenire.it/Economia</link><description /><generator>Microsys RSS Generator for SharePoint 2010</generator><copyright>www.avvenire.it</copyright><managingEditor /><webMaster /><ttl>2</ttl><language>it-IT</language><docs>http://www.rssboard.org/rss-specification</docs><pubDate>Fri, 17 Jun 2011 14:38:23 GMT</pubDate><lastBuildDate>Fri, 24 May 2013 06:55:00 GMT</lastBuildDate><item><guid>http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/squinzi-obiettivo-è-crescita-italia.aspx</guid><category>Economia</category><title>Squinzi: anche il Nord sull'orlo del baratro</title><subtitle>Squinzi: anche il Nord sull'orlo del baratro</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/squinzi-obiettivo-è-crescita-italia.aspx</link><description>Se l’Italia non tornerà presto alla crescita economica e alla ripresa del suo settore industriale rischia un salto all’indietro di decenni. La priorità della sua intera classe dirigente deve essere quindi una sola: tornare a crescere. All’assemblea annuale di Confindustria il clima è pesante. Il presidente Giorgio Squinzi parla con tono sommesso ma lancia l’ennesimo allarme. Racconta di un Paese che ha perso otto punti di Pil in sei anni, dove la produzione è crollata di un quarto, con punte del 40% in settori chiave come l’edilizia. Dove sono sparite 70mila imprese manifatturiere e 1,4 milioni di occupati. Una voragine produttiva, sociale, umana. Che ha cambiato la geografia economica. Il Sud soffre come non mai e il suo sforzo è «una sfida per la sopravvivenza». Ma per Squinzi è la &amp;quot;questione settentrionale&amp;quot; la vera cartina di tornasole della recessione italiana. Perché il Nord oggi si trova «sull’orlo di un baratro economico che trascinerebbe tutto il Paese indietro di mezzo secolo, escludendolo dal contesto europeo che conta». Un’affermazione che Confindustria sostanzia con i dati sul calo del Pil pro capite: tra il 2007 e il 2011 è diminuito di 1.097 euro nel Sud, di quasi 2.400 in Piemonte, di 2.540 nel Nord-ovest.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alla deriva economica del Paese occorre reagire – è l’appello del presidente di Confindustria al governo –con un «programma di modernizzazione e riforme» in una «netta discontinuità con le logiche di breve periodo del passato». Squinzi si rivolge direttamente al premier Enrico Letta, intervenuto all’assemblea con un breve intervento di saluto: «Siamo pronti a supportare l’azione del governo con gli investimenti», ma servono «misure concrete per l’aumento rapido del tasso di crescita e dell’occupazione». A partire da un fisco meno «punitivo» per il lavoro. Non bastano le buone intenzioni. Senza «interventi decisi» la crescita non andrà oltre un +0,5% annuo, e sarà «del tutto insufficiente a creare occupazione». E la mancanza di lavoro «è la madre di ogni male sociale». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con Letta, Squinzi trova un terreno comune sulla necessità di rilanciare soprattutto l’industria, la manifattura. Ma fa presente che servono interventi «non a costo zero, ma a saldo zero». Bisogna muovere risorse, con una «ricomposizione di entrate e uscite» per «promuovere la crescita senza intaccare la solidità del bilancio, anzi rafforzandola proprio grazie a una crescita più elevata». I conti, insomma, devono tornare sollecitando l’economia a crescere. Correggendo quindi quella ricetta dell’austerità che ha messo l’Europa e l’Italia su una «strada troppo ripida» e ha «aggravato la recessione».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con la nave Italia nella tempesta, Confindustria puntella e si aggrappa al governo in carica, che Squinzi definisce «un buon risultato, considerato l’esito elettorale». «Se sarà il governo della crescita e del lavoro lo sosterremo con tutte le nostre forze». Squinzi chiede sostegno agli investimenti, una riduzione del cuneo fiscale, (arrivato al 53% del totale) «eliminando il costo del lavoro dalla base imponibile Irap e tagliando di almeno 11 punti gli oneri sociali che gravano sull’impresa». Rilancia l’allarme su una stretta creditizia «senza precedenti nel dopoguerra» che va contrastata anche sviluppando «canali alternativi al credito bancario.  Ma vuole anche «più flessibilità in ingresso e nell’età del pensionamento». Con un’avvertenza: non bastano «aggiustamenti marginali, inutili se non dannosi». Ma al governo, Squinzi lancia anche un primo secco altolà, esprimendo «contrarietà» al modo in cui ha trovato le nuove risorse per la cassa in deroga. Le coperture arrivano infatti da fondi per l’occupazione, le politiche attive e la produttività e «vanno reintegrate». Altrimenti c’è «il rischio di generare altra disoccupazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella relazione non manca l’appello a una riforma delle istituzioni, alla semplificazione e riorganizzazione delle amministrazioni e a un’accelerazione della giustizia «ripensando il principio dei tre gradi di giudizio».</description><enclosure url="http://www.avvenire.it/Economia/PublishingImages/ImmaginiArticolo/squinzi180.jpg" length="" type="image/jpeg" /><pubDate>Thu, 23 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author>Nicola Pini</author></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/patto-su-iva-va-bloccata-per-sei-mesi.aspx</guid><category>Economia</category><title>Patto sull'Iva: va bloccata per sei mesi </title><subtitle>Patto sull'Iva: va bloccata per sei mesi </subtitle><link>http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/patto-su-iva-va-bloccata-per-sei-mesi.aspx</link><description>​Dopo i duri scontri dei giorni scorsi, si profila una soluzione che tenga insieme il congelamento dell’Iva e il &amp;quot;superamento&amp;quot; dell’Imu. Un compromesso che Palazzo Chigi proporrà alla maggioranza nei prossimi giorni: l’aumento di un punto dell’imposta sui consumi non essenziali viene rinviato a gennaio 2014, mentre ad essere esonerati dalla tassa sulla prima casa saranno i nuclei familiari con reddito medio-basso, non tutti. Il complesso del provvedimento costa 3,4 miliardi (1,9 per l’Iva, 1,5 per l’Imu), qualcosa in meno se Pd e Pdl accetteranno che almeno su qualche bene di lusso l’imposta sui consumi passi dal 21 al 22 per cento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È una partita da chiudere quanto prima perché fonte di tensione nella maggioranza. Nel contempo, l’esecutivo - varata oggi la proroga dei bonus edilizia - si propone di definire entro giugno uno o due decreti su crescita e occupazione giovanile. Non si tratta solo della cosiddetta &amp;quot;staffetta&amp;quot; anziani-giovani sui posti di lavoro o degli interventi «col cacciavite» sulla riforma Fornero, ma anche di una nuova lenzuolata di liberalizzazioni e dei primi incentivi fiscali all’innovazione e all’assunzione degli &amp;quot;under 35&amp;quot;. La novità è che parte della copertura dovrebbe venire da una misura che farà discutere: il taglio secco delle pensioni d’oro (oltre i 5mila euro) accumulate con il metodo retributivo. Un provvedimento che Letta vorrebbe presentare come il simbolo di un nuovo «patto generazionale». Il pacchetto-crescita dovrebbe arricchirsi anche su una ricognizione dei fondi gestiti dallo Sviluppo economico e - in chiave credito - dei vari fondi di garanzia nazionali e regionali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’entità delle misure sarà definita alla luce degli spiragli che si apriranno in Europa dopo la chiusura della procedura per deficit eccessivo. Ma Letta è ottimista. E, pur non volendo vendere illusioni all’assemblea di Confindustria, il premier cerca di convincere gli imprenditori sulle prospettive che si aprono: «Abbiamo una missione difficilissima, ma ce la metteremo tutta. Molte imprese vivono uno stato di oppressione fiscale, e la politica ha capito forse troppo tardi che doveva essere la prima a fare sacrifici. Ora siamo dalla stessa parte». Nel concreto, il premier nel suo breve saluto assicura un’inversione della politica economica italiana ed europea: «Entro il 2020 il 20 per cento del Pil Ue deve venire dall’industria. Ci siamo illusi di fare a meno di voi. Ma adesso inizia una fase nuova...». Una fase, chiude il premier, che va in scia alle politiche sviluppiste di Usa e Giappone, non certo al rigore già ampiamente sperimentato negli ultimi dieci anni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come spiega il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni a margine dell’incontro con il suo omologo francese Pierre Moscovici, l’entità del &amp;quot;tesoretto&amp;quot; da spendere su crescita e lavoro si capirà anche alla luce delle «raccomandazioni» che l’Ue ci invierà dopo averci promossi tra i Paesi virtuosi. Ci si attende che Bruxelles tenga un profilo basso per consentire a Roma margini di manovra larghi, ma non si esclude un cartellino &amp;quot;arancione&amp;quot; sulle riforme mancate nella pubblica amministrazione, nella giustizia civile (non a caso il premier non vede bene l’ipotesi di prorogare di un anno la revisione della geografia giudiziaria) e sulla riduzione del debito pubblico (Palazzo Chigi ha ripreso tra le mani il dossier sulle dismissioni immobiliari, ma in questo frangente, segnato dalla crisi delle compravendite, preferisce puntare su stimoli alla crescita).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo stesso Saccomanni ammette che l’anno della svolta potrebbe essere il 2014, quando peseranno - in positivo - anche gli effetti benefici dello spread più basso rispetto alle previsioni del Def. «Gli obiettivi di governo nel breve termine – assicura in ogni caso il ministro del Tesoro – sono la riduzione dell’imposizione sul lavoro e le imprese da finanziare con una riduzione di spese e la lotta all’evasione. Ci siamo dati 100 giorni di tempo».</description><pubDate>Thu, 23 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author>Marco Iasevoli</author></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/staffetta-generazionale-incertezze-e-costi.aspx</guid><category>Economia</category><title>Ma tra incertezze e costi da coprire, la «staffetta» ha già il fiato corto</title><subtitle>Ma tra incertezze e costi da coprire, la «staffetta» ha già il fiato corto</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/staffetta-generazionale-incertezze-e-costi.aspx</link><description>&lt;p&gt;Nelle intenzioni sembra l’uovo di Colombo: una staffetta generazionale in grado di far calare la disoccupazione giovanile e agevolare l’uscita verso la pensione dei dipendenti più anziani. In realtà, più si scava intorno al provvedimento in discussione al ministero del Lavoro, più vengono allo scoperto ostacoli, incertezze e costi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il meccanismo individuato finora, infatti, prevede che il lavoratore più anziano, al quale mancano dai 5 ai 3 anni per arrivare alla quiescenza, passi a part-time, mantenendo però per intero i versamenti previdenziali coperti dallo Stato. Contemporaneamente, l’azienda si impegna ad assumere un giovane sotto i 29 anni, presumibilmente con un contratto di apprendistato part-time per avere minori costi. «In questo modo si può agevolare un passaggio di conoscenze e professionalità che altrimenti andrebbero disperse – sottolinea Paolo Citterio, presidente di Gidp (Gruppo intersettoriale direttori del personale) –. Chi fa lavori gravosi o comunque sente il peso dell’età può essere interessato a ridurre il suo impegno lavorativo senza però lasciare del tutto l’azienda e nel frattempo i tantissimi giovani che oggi non hanno alcuna occasione potrebbero finalmente avere un contratto valido».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Emergono però tre nodi: il primo è che l’operazione resta a saldo zero come posti di lavoro complessivi e di ore lavorate (solo nella sperimentazione in Lombardia è previsto un «saldo positivo» per ogni singola azienda), è più che altro una redistribuzione. Il secondo è quello dei costi per lo Stato. La possibilità di effettuare la cosiddetta &amp;quot;staffetta generazionale&amp;quot;, infatti, esiste nel nostro Paese da almeno 15 anni (era prevista già nel Pacchetto Treu del 1997 e poi in altre norme successive). Tuttavia non è stata mai utilizzata, se non in alcuni patti come quelli per istituti di credito e Poste nel quale a fronte di uscite – generalmente in pre-pensionamento – di dipendenti anziani, venivano assunti i loro figli. Pratiche di nepotismo che oggi sarebbe meglio evitare. Per renderli non penalizzanti occorrono fondi pubblici per coprire quantomeno la parte di contributi pensionistici che le aziende e i lavoratori anziani non verserebbero più passando al part-time. Così come prevede ad esempio il bando emanato dalla Regione Lombardia. Una prima stima a livello nazionale, ipotizzando 50mila staffette, prevede un impegno di mezzo miliardo di euro. Il terzo nodo, non meno decisivo, è quello della motivazione che dovrebbe spingere un lavoratore &amp;quot;anziano&amp;quot; a scegliere il part-time, che significa ovviamente mezzo stipendio o poco più. Certo, c’è chi 8 ore in fabbrica non le regge più, ma con i tempi che corrono per decidere di passare da 1.400 a 7-800 euro al mese serve una ragione assai più forte. Come quella ad esempio di &amp;quot;rischiare&amp;quot; il posto. Un’altra ipotesi prevede infatti che sia concesso al lavoratore anche una parte dell’assegno pensionistico, ma in questo caso se non si vogliono caricare ulteriori costi sullo Stato, l’anticipo andrebbe poi restituito a rate, con penalizzazione successiva. Difficile che sia una prospettiva attraente...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«La soluzione è praticabile e interessante. Può portare benefici ai giovani che avrebbero un’opportunità formativa e abbassare il costo del lavoro. Ma non è certo così che si crea nuova occupazione se non marginale – ammette con realismo Paolo Iacci, vicepresidente di Aidp, associazione italiana direzione del personale –. Piuttosto vedo la staffetta particolarmente efficace come ammortizzatore in situazioni di difficoltà o come strategia per il ricambio generazionale in azienda in alternativa agli incentivi all’esodo».&lt;br /&gt;E che l’operazione alla fine non sia questa idea così rivoluzionaria lo dimostra indirettamente un altro indizio. In Lombardia, come si diceva, è già aperto un bando per finanziare la staffetta, al quale si sono detti interessati gruppi blasonati come Techint, Bayer, Campari e altri. Tuttavia nessuna di queste aziende ha voluto rilasciare dichiarazioni al riguardo o spiegarne le modalità. Come se non fossero operazioni da sbandierare con orgoglio...&lt;/p&gt;</description><pubDate>Wed, 22 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author>Francesco Riccardi</author></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/tokyo-tonfo-in-borsa.aspx</guid><category>Economia</category><title>Tokyo sprofonda e trascina in giù l'Europa Milano è maglia nera: -3,06%</title><subtitle>Tokyo sprofonda e trascina in giù l'Europa Milano è maglia nera: -3,06%</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/tokyo-tonfo-in-borsa.aspx</link><description>​Le Borse europee chiudono in forte calo, sulla scia del crollo della Borsa di Tokyo. Anche Wall Street è in perdita. I mercati azionari risentono dell'improvvisa contrazione dell'indice Pmi manifatturiero cinese, sceso sotto 50 punti e del timore che la Federal Reserve riduca gli stimoli all'economia Usa, in caso di un consolidamento della ripresa occupazionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'apprezzamento dello yen spinge gli investitori giapponesi ad allontanarsi dalle piazze azionarie. Francoforte arretra del 2,1% a 8.351,98 punti e Parigi scende del 2,07% a 3.967,15 punti. A Milano l'indice Ftse Mib, maglia nera, cede il 3,06% a 17.008,42 punti e Londra il 2,1% a 6.696,79 punti. Giù dell'1,4% Madrid. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'indice Stoxx 600, che fotografa l'andamento dei principali titoli quotati sui listini del Vecchio Continente, ha ceduto il 2%, che equivale a 163 miliardi di euro bruciati in una seduta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo spread tra il Btp e il Bund termina la seduta a 259 punti base, in deciso rialzo rispetto ai 248 della chiusura di ieri. Il tasso sul decennale si attesta al 4,03%. Il differenziale della Spagna termina a 283 punti base col rendimento dei Bonos al 4,28%.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;IL TRACOLLO DI TOKYO: -7,32%&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Dal traguardo dei 16mila punti al tracollo da 1.143,28 punti: la Borsa di Tokyo ha accusato oggi la peggiore perdita in oltre due anni, scontando il pacchetto di fattori combinati che vanno dalle valutazioni del presidente della Fed, Ben Bernake, alle turbolenze sui tassi a lungo dei titoli di Stato (che hanno colpito i titoli immobiliari), ai deboli dati sulla produzione in Cina e al calo del dollaro che ha penalizzato le azioni del comparto degli esportatori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In termini percentuali, il -7,32% di oggi è il peggiore dato dal -10,55% del 15 marzo 2011, registrato pochi giorni dopo il pesante sisma/tsunami che colpì il nordest del Giappone, con la crisi nucleare di Fukushima. Scambi boom (pari a 7,655 miliardi di azioni) e controvalore record (5.837 miliardi di yen).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A dare il via alle turbolenze, l'intervento al Congresso Usa di Ben Bernanke: il numero uno della Federal Reserve ha lanciato segnali ambigui sulla &lt;em&gt;exit &lt;/em&gt;&lt;em&gt;strategy&lt;/em&gt; dalle politiche monetarie ultra espansive di fronte alla ripresa dell'economia americana. L'indice Nikkei, col rafforzamento del dollaro a 103 yen, è salito a un'ora dall'avvio di seduta a 15.942,60 punti (+2%), al massimo intraday. Poi, i tassi sui Jgb a 10 anni si sono portati all'1%, malgrado l'allentamento monetario quantitativo e qualitativo (Qqe) voluto dalla BoJ per centrare il target di inflazione del 2% in due anni. L'istituto centrale è stato costretto a intervenire con un'iniezione di liquidità da 2mila miliardi di yen per &amp;quot;stabilizzare i mercati&amp;quot; dei titoli di Stato contro l'eccessiva volatilità. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In aggiunta, il deludente dato Pmi sulla Cina di HSBC, sceso inaspettatamente sotto quota 50 e ai minimi degli ultimi sette mesi, ha rilanciato i timori sull'economia di Pechino, spingendo i realizzi trasformatisi in breve in &lt;em&gt;panic selling.&lt;/em&gt; La correzione dei listini nipponici, secondo le valutazioni degli analisti tecnici, era nelle cose con il +50% da inizio anno e il +7,5% accumulato sopra la media mobile sui 25 giorni. La questione è come 'contenere' le turbolenze, visti gli inevitabili riflessi su scala globale.</description><pubDate>Wed, 22 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author /></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/crisi-ma-italiani-guardano-in-positivo-al-futuro.aspx</guid><category>Economia</category><title>Famiglie, crolla il potere d'acquisto ma c'è fiducia</title><subtitle>Famiglie, crolla il potere d'acquisto ma c'è fiducia</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/crisi-ma-italiani-guardano-in-positivo-al-futuro.aspx</link><description>Un atteggiamento tendenzialmente positivo, nonostante gli effetti della crisi. Gli italiani si sentono soddisfatti per i propri aspetti relazionali, la salute e il tempo libero. E guardando al futuro, malgrado l'insoddisfazione per la situazione economica, ci si sente più positivi e sono soprattutto i giovani fino a 34 anni a essere i più ottimisti. È quanto emerge dal Rapporto annuale 2013 dell'Istat. Nel 2012, si legge, nonostante la recessione, i cittadini hanno continuato a tracciare un bilancio prevalentemente positivo della propria qualità della vita: 6,8 è il punteggio medio da essi espresso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche la soddisfazione per il tempo libero, che nell'ultimo decennio si è costantemente assestata su quote rilevanti (intorno al 63%) è aumentata: i molto soddisfatti passano dal 13,4% del 2011 al 15,6%.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'insoddisfazione per la situazione economica non sempre pregiudica un giudizio positivo sulla propria vita. Il 21,6% di coloro che dichiarano elevati livelli di soddisfazione per la propria vita nel complesso è insoddisfatto della propria situazione economica, ma è soddisfatto per gli aspetti relazionali, la salute e il tempo libero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Guardando al futuro, il 24,6% degli italiani pensa che la propria situazione personale migliorerà nei prossimi cinque anni. Il 23,5% ipotizza un peggioramento, il 23,3% dichiara uno stato di dubbio e incertezza, mentre il 28,5% ritiene che la situazione resterà uguale. Nonostante siano particolarmente colpiti dalla crisi, i giovani fino a 34 anni si mostrano più ottimisti degli altri: il 45% ritiene che la propria situazione migliorerà. Se si risiede in aree più ricche e più dinamiche o si è più istruiti, l'atteggiamento verso il futuro è più positivo: chi vede una prospettiva di miglioramento nei prossimi cinque anni è il 27,1% tra i residenti al Nord, scende al 24,1% al Centro e diventa il 21,6% nel Mezzogiorno; chi possiede un titolo di studio elevato confida in una prospettiva favorevole in misura quasi doppia rispetto a chi ha al massimo l'obbligo scolastico (il 35% rispetto al 13,9%). Avere un lavoro è importante per una visione positiva del proprio futuro. Il 29,6% degli occupati è ottimista al riguardo, soprattutto tra chi riveste un ruolo dirigenziale o imprenditoriale (32,5%) e tra le donne (30,8% delle occupate). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rispetto agli anni precedenti, tuttavia, l'incertezza della situazione economica e sociale si riflette sulla&lt;br /&gt;soddisfazione espressa per la vita in generale. Diminuisce la quota di persone di 14 anni e più che dichiara alti livelli di soddisfazione (associati a un punteggio tra 8 e 10), che passa in un solo anno dal 45,8% al 35,2%. Tra il 2011 e il 2012 la soddisfazione dei cittadini per la propria situazione economica è diminuita di 5,7 punti percentuali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel 2012 ha dichiarato di essere soddisfatto per questo aspetto solo il 42,8% della popolazione di 14 anni e più. Inoltre è aumentata la percentuale dei poco soddisfatti (dal 36,1% al 38,9%) e soprattutto quella dei per niente soddisfatti (dal 13,4% al 16,8%). La soddisfazione per la propria situazione economica, oltre a riguardare quote decisamente inferiori di popolazione rispetto a quanto invece si riscontra per altri ambiti di vita, è in declino dal 2001, con punte particolarmente negative in occasione delle fasi recessive, al ricorrere delle quali si è anche ampliato il divario tra regioni settentrionali e meridionali. La quota di residenti soddisfatti della propria situazione economica è molto differente tra aree del Paese e passa dal 50% del Settentrione, al 44,3% del Centro e al 32% del Sud e Isole. Anche dai dati sulla fiducia dei consumatori emerge che una quota crescente di cittadini sta dando indicazioni pessimistiche sulle condizioni economico-finanziarie proprie e del sistema economico nel complesso, raggiungendo livelli minimi a partire dal 1993. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Diverso è l'andamento delle altre componenti del benessere individuale dei cittadini. Rispetto al 2011, nel 2012 aumenta la soddisfazione per le relazioni familiari e amicali: le persone di 14 anni e più che nel 2012 si dichiarano molto soddisfatte per le relazioni familiari sono il 36,8% (nel 2011 erano il 34,7%), per le relazioni amicali tale quota è pari al 26,6% (24,4% nel 2011). La soddisfazione per la salute è molto diffusa nonostante l'elevata età media della popolazione: l'80,8% degli individui di 14 anni e più esprime un giudizio positivo, percentuale sostanzialmente stabile nel tempo nonostante l'invecchiamento della popolazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche le prospettive per il futuro sembrano legarsi al livello della soddisfazione per la propria vita. Tra quanti valutano la propria vita in modo molto positivo (ovvero indicano un punteggio compreso tra 8 e 10), il 33,8% pensa ad un futuro migliore e il 32,3% al massimo uguale a quello attuale. Nonostante la favorevole situazione personale, il 13,4% di essi pensa comunque che peggiorerà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'analisi dei dati che risultano dalle indagini condotte mensilmente dall'Istat sulla fiducia delle famiglie evidenzia che i cittadini, nel prevedere la situazione economica futura, tendono a essere sistematicamente più pessimisti sull'evoluzione generale che sulle prospettive economiche della propria famiglia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Analogamente, gli individui mostrano una tendenza a essere più critici nel valutare la situazione economica in corso, specie se si tratta di quella aggregata. Ciò avviene indipendentemente dalla zona del Paese in cui si vive, dal genere o dalle altre caratteristiche socio-demografiche. Ogni ambito di vita incide differentemente sulla soddisfazione generale. Sono le variazioni della situazione economica a incidere di più sulla probabilità di essere particolarmente soddisfatti della propria vita, seguono la salute e poi gli altri aspetti. Tra questi ultimi però è fondamentale un'alta qualità delle relazioni familiari e amicali. Per i meno o per nulla soddisfatti della vita nel complesso, invece, il peso della situazione economica conta meno e sono le condizioni di salute a fare la vera differenza, seguite dai restanti domini relativi alla vita personale. Le analisi effettuate mostrano che per controbilanciare la diminuzione consistente del livello di soddisfazione economica tanto da mantenere la stessa probabilità di essere soddisfatti per la vita nel complesso è necessario associare livelli elevati di soddisfazione per gli aspetti non economici. Nel 2012 la soddisfazione per questi aspetti è cresciuta, ma in misura non sufficiente e l'effetto netto è stato un calo della soddisfazione generale. Per chi è occupato, il lavoro è una componente fondamentale della soddisfazione generale, più ancora della soddisfazione economica, o degli altri aspetti. Tuttavia, l'equilibrio tra lavoro, famiglia e tempo libero rimane fondamentale per la qualità della vita. L'impatto della soddisfazione per le relazioni amicali è invece minimo, forse perché già nel contesto lavorativo si sviluppano le relazioni sociali. I risultati pongono il lavoro come la componente più rilevante della soddisfazione complessiva: il 75% è soddisfatto ormai da anni, soprattutto per il &amp;quot;contenuto del lavoro stesso&amp;quot;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;CROLLA IL POTERE DI ACQUISTO&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Le analisi presentate nel Rapporto mostrano che esiste una relazione tra livello della spesa per consumi e valutazioni dei cittadini sulla situazione economica propria e del Paese. Emerge inoltre una forte sensibilità di tali valutazioni individuali alle modifiche nella composizione delle scelte d'acquisto indotte dalla circostanze economiche. In particolare, se le difficoltà economiche inducono i cittadini a privarsi di parte di quelle spese che, pur non rientrando tra quelle considerate strettamente necessarie, sono ritenute importanti, il loro sentimento sulla situazione generale del Paese ne risente negativamente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il calo del potere d'acquisto delle famiglie, causato soprattutto &amp;quot;dall'inasprimento del prelievo fiscale&amp;quot;, ha provocato la più forte riduzione dei consumi dagli anni Novanta. È quanto emerge dal Rapporto annuale dell'Istat. &amp;quot;Il potere d'acquisto delle famiglie è diminuito del 4,8%. Si tratta - si legge nel rapporto - di una caduta di intensità eccezionale che giunge dopo un quadriennio caratterizzato da un continuo declino&amp;quot;. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A questo andamento hanno contribuito soprattutto &amp;quot;la forte riduzione del reddito da attività imprenditoriale e l'inasprimento del prelievo fiscale&amp;quot;, spiega l'Istituto di statistica. Per far fronte al calo del reddito disponibile, le famiglie hanno ridotto dell'1,6% la spesa corrente per consumi: ciò corrisponde a una flessione del 4,3% dei volumi acquistati, la più forte dall'inizio degli anni Novanta. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;DISOCCUPAZIONE GIOVANILE: +5% NEL 2012. ITALIA PRIMA IN UE PER I NEET&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 29 anni tra il 2011 e il 2012 è aumentato di quasi 5 punti percentuali, dal 20,5 al 25,2% (dal 31,4 al 37,3% nel Mezzogiorno). Dall'inizio della crisi, nel 2008,  l'incremento registrato è di ben dieci punti percentuali. L'Italia ha, inoltre, la quota più alta d'Europa (23,9%) di giovani 15-29enni che non lavorano nè frequentano corsi di istruzione o formazione (i cosiddetti Neet, Not in Education, Employment or Training): si tratta di 2 milioni e 250 mila giovani. Tra il 2011 e il 2012, inoltre, il numero di Neet è aumentato del 4,4%. Lo attesta il Rapporto annuale 2013 - La situazione del Paesè redatto dall'Istituto nazionale di statistica (Istat) presentato oggi a Montecitorio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Negli anni della crisi le opportunità di ottenere o conservare un impiego per i giovani si sono significativamente ridotte: tra il 2008 e il 2012 gli occupati 15-29enni sono diminuiti di 727 mila unità (di cui 132 mila unità in meno nell'ultimo anno) e il tasso di occupazione dei 15-29enni è sceso di circa 7 punti percentuali (-1,2% nell'ultimo anno) raggiungendo il 32,5%. Lo stesso dato nel 2012 si attesta, invece, al 72,7% per i 30-49enni e al 51,3% per i 50-64enni. La laurea protegge di più dagli eventi negativi del mercato del lavoro: il divario tra tassi di occupazione dei 20-34enni laureati e diplomati da non più di tre anni in Italia è in forte e continua crescita (da 5,4 punti percentuali del 2006 a 15 punti del 2011), sia per le donne che, in misura più accentuata, per gli uomini. Dalle rilevazioni dell'Istat emerge, infine, che alcuni effetti della crisi sulle opportunità di sbocco dei laureati avrebbero enfatizzato il ruolo dell'estrazione sociale, che incrementa, a favore delle classi più alte, la probabilità di trovare lavoro o di ottenere una retribuzione più elevata: ciò influisce negativamente sulla mobilità sociale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;PER IL 62,9% DEGLI ITALIANI GLI IMMIGRATI NON TOLGONO LAVORO&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Nonostante la crisi economica, gli immigrati non sembrano rappresentare un pericolo per gli italiani in riferimento al posto di lavoro: il 61,4% dei cittadini è d'accordo con l'affermazione che &amp;quot;gli immigrati sono necessari per fare il lavoro che gli italiani non vogliono fare&amp;quot; e il 62,9% è poco o per niente d'accordo con l'idea che &amp;quot;gli immigrati tolgono lavoro agli italiani&amp;quot;. È quanto emerge dal Rapporto annuale Istat 2013. In generale, dunque, l'opinione per cui il lavoro degli immigrati va a sostituire la forza lavoro locale sulle mansioni evitate dagli italiani sembra prevalere sulla percezione di una rivalità sul mercato del lavoro. Ma alcune fasce della popolazione avvertono una competizione nell'aggiudicarsi risorse scarse, in particolare il posto di lavoro: anche se l'86,7% degli italiani è d'accordo nel ritenere che ogni persona dovrebbe avere il diritto di vivere in qualsiasi Paese del mondo, superano il 50% coloro i quali sostengono che, in condizione di scarsità di lavoro, i datori di lavoro dovrebbero dare la precedenza agli italiani rispetto agli stranieri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È il titolo di studio di chi risponde alle domande a influenzare maggiormente la probabilità di percepire gli immigrati come dei competitor e il conseguente riconoscimento per gli italiani di un diritto di precedenza nell'accesso al mercato del lavoro: i meno istruiti - cioè chi non ha più della licenza media - hanno una probabilità più che doppia di quella dei laureati di essere d'accordo piuttosto che contrari. Ed è nelle regioni settentrionali e in particolare nel Nord-est che la probabilità di affermare un diritto di precedenza per gli italiani è maggiore rispetto a chi vive nel Centro. Oltre l'80% degli italiani apprezza la convivenza tra culture diverse, dal momento che si dichiara poco o per niente d'accordo con l'affermazione che &amp;quot;è meglio che italiani e immigrati stiano ognuno per conto proprio&amp;quot; (81%) oppure che &amp;quot;l'Italia è degli italiani e non c'è posto per gli immigrati&amp;quot; (81,2%). Resta tuttavia un 20% circa della popolazione, pari a 8 milioni di persone, che mostra posizioni di maggiore chiusura nei confronti di una società multiculturale. E una percentuale molto vicina a questa (21,7%) esprime un'opinione negativa su un aspetto specifico della società multiculturale rappresentato dall'aumento di matrimoni e unioni miste.</description><enclosure url="http://www.avvenire.it/Economia/PublishingImages/ImmaginiArticolo/folla180x120.jpg" length="" type="image/jpeg" /><pubDate>Tue, 21 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author>livello di spe</author></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/vertice-giovannini-lavoro-giovani-priorità.aspx</guid><category>Economia</category><title>Lavoro ai giovani, Giovannini:   è priorità, ma non a costo zero </title><subtitle>Lavoro ai giovani, Giovannini:   è priorità, ma non a costo zero </subtitle><link>http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/vertice-giovannini-lavoro-giovani-priorità.aspx</link><description>​Dodici miliardi per il lavoro? &amp;quot;La vedo difficile&amp;quot;: così il ministro del Lavoro, &lt;strong&gt;Enrico Giovannini&lt;/strong&gt;, al tavolo con le parti sociali, sulle ipotesi relative alle risorse circolate nei giorni scorsi. Ma, precisa - secondo quanto riferito - &amp;quot;se il governo dice che l'occupazione giovanile è la priorità, non si fa a costo zero&amp;quot;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al confronto al ministero del Lavoro in Via Veneto erano presenti i segretari confederali della Cgil Serena Sorrentino e Vera Lamonica, della Cisl, Luigi Sbarra, e della Uil, Gugliemo Loy. Per l'Ugl il segretario generale Giovanni Centrella. Per Rete imprese Italia il presidente di turno Carlo Sangalli, mentre Confindustria era rappresentata dal capo dell'Centro studi, Luca Paolazzi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il governo sta studiando un pacchetto di misure per stimolare l'occupazione tra le quali la defiscalizzazione e la decontribuzione per le imprese che assumono. Lo ha detto il ministro del Welfare alle parti sociali secondo una fonte sindacale presente all'incontro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il ministro ha chiarito che le risorse che saranno liberate dall'Europa al termine della procedura per deficit eccessivo dalla quale l'Italia uscirà a fine mese non potranno tutte essere destinate al mercato del lavoro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'Italia aspetta la fine della procedura di infrazione per deficit eccessivo a fine mese per avere accesso a cofinanziamenti europei per 10-12 miliardi tra il 2013 e il 2015. Il governo vorrebbe destinare tali risorse, non solo al finanziamento di investimenti produttivi, ma anche alle politiche per il lavoro. Ma non è chiaro in che misura sarà possibile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Consiglio Ue di giugno discuterà invece sulle risorse previste per la &lt;em&gt;youth&lt;/em&gt;&lt;em&gt; &lt;/em&gt;&lt;em&gt;guarantee&lt;/em&gt;&lt;em&gt; &lt;/em&gt;che ammontano in totale a 6 miliardi per i 27 membri Ue dal 2014 al 2020. Per L'Italia si parla di mezzo miliardo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da qui il monito del presidente della Repubblica, &lt;strong&gt;Giorgio Napolitano&lt;/strong&gt;, che sollecita la creazione di concrete prospettive di lavoro per i giovani. In un messaggio dice che occorre creare ''le condizioni di una ripresa economica che fornisca, specie alle generazioni più giovani, concrete prospettive di lavoro nell'ambito di una crescita sostenibile ed equa&amp;quot;.</description><enclosure url="http://www.avvenire.it/Economia/PublishingImages/ImmaginiArticolo/giovannini.jpg" length="" type="image/jpeg" /><pubDate>Tue, 21 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author /></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/piano-giovani-disoccupati-Giovannini.aspx</guid><category>Economia</category><title>Il ministro del Lavoro: subito un piano per giovani disoccupati</title><subtitle>Il ministro del Lavoro: subito un piano per giovani disoccupati</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/piano-giovani-disoccupati-Giovannini.aspx</link><description>&amp;quot;Da qui fino a giugno ci concentreremo sul piano giovani&amp;quot;. Lo spiega il ministro del Lavoro Enrico Giovannini in un colloquio con &lt;em&gt;Repubblica&lt;/em&gt;: secondo il quotidiano l'obiettivo è quello di ridurre la disoccupazione dell'otto per cento portandola al 30% dai livelli record attuali. E in campo potrebbero esserci tra i 10 e i 12 miliardi di euro, se non di più.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prima di definire nel dettaglio il pacchetto giovani, il governo ha deciso di sentire le parti sociali: &amp;quot;È un incontro per ascoltare e per ragionare insieme. Non una trattativa&amp;quot;, ripete il ministro del Lavoro. Giovannini, scrive &lt;em&gt;Repubblica&lt;/em&gt;, insiste nel parlare di &amp;quot;manutenzione&amp;quot;, non di una nuova riforma della legge Fornero. Intende muoversi nel solco della legge '92, monitorando gli effetti della legge, come questa stessa prevede.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&amp;quot;Ci sono interventi costosi, altri no. E per quelli che costano bisognerà aspettare le conclusioni del Consiglio europeo di giugno&amp;quot;, spiega Giovannini. Tra i secondi ci sono le correzioni ai contratti a termine, con l'ipotesi di tornare ai vecchi intervalli sulla quale il governo è favorevole. C'è poi &amp;quot;l'idea&amp;quot;, come continua a dire Giovannini, della staffetta anziani-giovani sul posto di lavoro. Ma è un'idea che costa, osserva ancora il quotidiano, perchè il lavoratore anziano andrebbe in part time e per non perdere i contributi pieni avrebbe bisogno di una integrazione da parte dello Stato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Frenata, invece, come ha ripetuto lo stesso ministro parlando al Senato, sull'ipotesi di ridurre il costo del lavoro sui giovani assunti. Studi fatti all'estero, ripete il ministro, &amp;quot;ci dicono che devono realizzarsi diverse condizioni perché abbiano effetto&amp;quot;. E aggiunge: &amp;quot;Non è detto che in questa fase economica questa sia necessariamente una priorità&amp;quot;. Piuttosto il governo punta sulla riforma dei centri per l'impiego, perché &amp;quot;bisogna prendersi cura dei giovani&amp;quot;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Infine riaprirà il cantiere delle pensioni, per rendere più flessibile l'uscita dal lavoro prima dell'età pensionabile ma con penalizzazioni proporzionali.</description><enclosure url="http://www.avvenire.it/Economia/PublishingImages/ImmaginiArticolo/MDF85040_3_37766209.jpg" length="" type="image/jpeg" /><pubDate>Sun, 19 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author /></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/intervista-moavero-.aspx</guid><category>Economia</category><title>Moavero: «Via libera Ue, 10 miliardi da spendere»</title><subtitle>Moavero: «Via libera Ue, 10 miliardi da spendere»</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/intervista-moavero-.aspx</link><description>Un &amp;quot;tagliando&amp;quot; al Paese e alle sue infrastrutture con le risorse liberate dalla flessibilità consentita dal Fiscal Compact. Una possibilità di investimenti produttivi, forse fino a 10 miliardi nel 2014, ad esempio nel settore ambientale e dei trasporti locali, consentita a breve grazie alla conclusione della procedura europea di infrazione per deficit eccessivo. Un volano per la ripresa insieme al pagamento progressivo dei debiti delle pubbliche amministrazioni e all’utilizzo del cofinanziamento europeo dei fondi strutturali. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo il rigore si può anche provare a mettere in atto una politica anticiclica che attenui i morsi della recessione e provi a ridare ripresa e occupazione a un Paese in profonda sofferenza. Ma per poterlo fare bisogna passare dalle procedure Ue, vincolo soffocante od opportunità di non essere travolti dalla recessione mondiale, secondo la prospettiva da cui le si guarda. Enzo Moavero Milanesi è decisamente del secondo avviso, mentre tratteggia con &lt;em&gt;Avvenire&lt;/em&gt; lo scenario che potrebbe aprirsi a breve. E forse non potrebbe essere altrimenti, per il 58enne responsabile per gli Affari europei, unico ministro di Monti riconfermato nel suo dicastero da Enrico Letta. La sua paziente e competente opera di trattativa, mediazione e ricucitura ha contribuito fortemente al risultato che ci si aspetta a fine mese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Ministro Moavero, che cosa significa per l’Italia uscire dalla procedura di infrazione europea?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Vuole dire innanzitutto evitare onerose sanzioni pecuniarie in percentuale sul Pil, che l’Italia si sarebbe potuta trovare a sopportare se non avesse messo in atto le politiche di rientro. Le regole del Trattato europeo, ricordiamolo, prevedono che gli Stati rispettino il pareggio di bilancio (sforando al massimo del 3%) e che non abbiano un debito complessivo superiore al 60% del Pil. L’Italia ha storicamente un debito superiore al prodotto interno, quindi può agire in tempi brevi soprattutto sul primo parametro. Se a monte della più grave crisi economica dalla fine della Seconda guerra mondiale, quella che doveva essere un’eccezione (la possibilità appunto di arrivare al 3% di deficit) era diventata una pratica accettata, dal 2008 in poi si è capito che era una pericolosa debolezza dei Paesi che l’hanno messa in atto. L’abbiamo sperimentato durante la grave situazione iniziata nella primavera-estate del 2011. A quel punto, l’Europa nel suo insieme ha compreso che bisogna ripristinare una condizione di rigore dei conti, non fine a se stessa, ma tesa a ridare forza, credibilità e fiducia agli Stati e ai loro bilanci.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Si è arrivati così al Fiscal Compact e alle altre norme, contenute nei cosiddetti Sixpack e Twopack, in base ai quali l’Italia ha inserito in Costituzione il principio del pareggio di bilancio...&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Si tratta di misure che sono però sotto-ordinate rispetto al Trattato europeo, quindi non pongono vincoli nuovi, semmai precisano e rafforzano quelli esistenti, verso i quali si era stati un po’ troppo permissivi. Tali misure sono servite e servono a riportare stabilità finanziaria. Anche il nostro Paese si è virtuosamente adeguato, con una encomiabile risposta dei cittadini contribuenti, che hanno sopportato il peso dei provvedimenti varati a partire dal 2011. Oggi, quindi, essendo rientrati sia strutturalmente sia nominalmente sotto il 3% di deficit, ci siamo riguadagnati credibilità e la possibilità di tornare a spendere per investimenti. Una necessità che come governo in sede europea abbiamo manifestato con convinzione nell’ultimo periodo, consapevoli che sia il momento di misure anticicliche per invertire il corso della crisi, una volta messi i conti in sicurezza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Il Fiscal compact, quindi, lascia margini di flessibilità?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Esattamente. Dato che l’Italia ha dimostrato di sapere esercitare il rigore necessario e ha mostrato responsabilità, uscendo con le proprie forze dalla bufera innescata tra l’altro da una speculazione che scommetteva sulla nostra fragilità, ora si può accedere a quel margine per tornare a fare investimenti produttivi. In sostanza, se il nostro deficit è poco più del 2%, abbiamo facoltà di utilizzare una frazione di Pil, fino a poco meno del 3% di disavanzo, per rianimare il tessuto industriale e occupazionale. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Quali modi vede, principalmente?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Intervenire sugli ambiti infrastrutturali, a cominciare da quelli in cui siamo più carenti e, anzi, in cui rischiamo che l’Europa ci sanzioni: dal trattamento delle acque al ciclo dei rifiuti, dal risparmio energetico alla tutela del territorio. Si otterrebbe un buon risultato specie in termini di piccola imprenditoria e occupazione a livello locale, quello di cui abbiamo bisogno. Se il costo per lo Stato fosse nella forma di sgravi fiscali, si avrebbe l’ulteriore moltiplicatore degli investimenti privati. Sono interventi che possiamo studiare in questi mesi e avviare subito dal 2014. E non dimentichiamo che c’è poi la parte del rimborso del debito della Pubblica amministrazione, 90 miliardi in due anni. Anche in questo caso, le cose non sono state semplici come potrebbe sembrare. È servito tempo per spiegare in Europa che non avevamo &amp;quot;nascosto&amp;quot; una parte di debito: e così oggi abbiamo un altro importante via libera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Tutto questo però fa dire ai critici che l’Italia dall’Europa ottiene poco rispetto ad altri, cui è concesso molto di più...&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;È un’impressione legittima. Non possiamo sottovalutare il crescente euroscetticismo o la delusione. Tuttavia, elementi positivi sono sul tavolo proprio in questi giorni. Al Consiglio europeo di mercoledì 22 maggio si parlerà di due temi assai rilevanti anche per noi. Primo, l’apertura ulteriore del mercato energetico Ue, con maggiori interconnessioni continentali, cosa che dovrebbe aumentare la concorrenza e fare diminuire i costi. Sappiamo quanto è pesante la nostra bolletta, sia delle famiglie, sia delle imprese. Quindi, il beneficio potrebbe essere notevole. Secondo, la lotta alle frodi fiscali, con un impegno collettivo contro i &amp;quot;paradisi&amp;quot; dell’evasione. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Un’Europa che tenta anche il rilancio politico, con la recente mossa di Hollande...&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Mossa non imprevista, ma consequenziale. La risposta comune alla crisi ha avvicinato e fatto capire quanto siano interdipendenti i Paesi (pensiamo solo al fatto che sui singoli bilanci ora vi sarà un vaglio preventivo a livello Ue). Il passo verso una maggiore integrazione anche politica ora è possibile e doveroso. Il governo vuole essere della partita, convintamente europeista in tutte le componenti che lo sostengono in Parlamento, propositivo ma anche capace di usare il peso dell’Italia per dire i &amp;quot;no&amp;quot; necessari.</description><enclosure url="http://www.avvenire.it/Economia/PublishingImages/ImmaginiArticolo/a6ef789d29_37766894.jpg" length="" type="image/jpeg" /><pubDate>Sun, 19 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author>Andrea Lavazza</author></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/Napolitano-D'Antona-crisi.aspx</guid><category>Economia</category><title>Napolitano: «La crisi angosciante impone soluzioni efficaci»</title><subtitle>Napolitano: «La crisi angosciante impone soluzioni efficaci»</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/Napolitano-D'Antona-crisi.aspx</link><description>La &amp;quot;crisi angosciante e drammatica&amp;quot; che vive l'Italia &amp;quot;impone alle Istituzioni, alle forze sociali e alle imprese la messa in atto di efficaci soluzioni per rilanciare l'occupazione e lo sviluppo economico e sociale del Paese&amp;quot;. Lo scrive il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in un messaggio in occasione dell'anniversario del'uccisione di Massimo D'Antona.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Napolitano scrive rivolgendosi al Segretario Generale della Cgil, Susanna Camusso &amp;quot;e a quanti hanno voluto raccogliersi nel nome e nel ricordo del prof. Massimo d'Antona, a quattordici anni dal vile attentato che lo sottrasse all'affetto dei suoi cari e al suo apprezzato impegno scientifico al fianco delle Istituzioni, volto a delineare un percorso di rinnovamento e di progresso nella legislazione del lavoro&amp;quot;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&amp;quot;La preziosa opera del prof. D'Antona, il suo illuminante contributo nella elaborazione di nuove politiche del lavoro attente, in una dimensione europea, alle più aggiornate dinamiche organizzative e di rappresentatività sindacale, rivestono ancor oggi un rilievo centrale, nel contesto di una crisi angosciante e drammatica, che impone alle Istituzioni, alle forze sociali e alle imprese la messa in atto di efficaci soluzioni per rilanciare l'occupazione e lo sviluppo economico e sociale del Paese&amp;quot;, scrive Napolitano.</description><pubDate>Sun, 19 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author /></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/la-domenica-non-si-vede-sospesi-tra-festa-e-lavoro.aspx</guid><category>Economia</category><title>La domenica non si vende, sospesi tra festa e lavoro </title><subtitle>La domenica non si vende, sospesi tra festa e lavoro </subtitle><link>http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/la-domenica-non-si-vede-sospesi-tra-festa-e-lavoro.aspx</link><description>Per sottoporre al Parlamento – perché la discuta e la voti – una legge di iniziativa popolare è necessario raccogliere almeno 50mila firme. Con il loro progetto “Libera la domenica”, Confesercenti e Federstrade – sostenute da tante altre associazioni del mondo cattolico e sindacale – di firme ne hanno ottenute il triplo. Centocinquantamila “no” all’apertura domenicale dei negozi. Centocinquantamila cittadini che hanno messo il loro nome in calce alla richiesta di restituire alle Regioni il potere di regolamentare gli orari degli esercizi commerciali. Di ridare al giorno di festa la dignità che gli compete che non può – e non deve – essere ispirata soltanto dal guadagno e dal consumo. Guadagni e consumi sui cui, peraltro, c’è molto da obiettare visto che i risultati delle aperture sette giorni su sette sono stati a dir poco deludenti. Per alcuni dannosi: tenere la saracinesca alzata senza pause, per tutta la settimana, nuoce gravemente agli affari delle piccole e medie botteghe che vedono lievitare i costi per il personale che lavora nei festivi e le spese energetiche. Chi deve far da sé perché il personale non ce l’ha, è costretto a scontare un sovrappiù di pena rinunciando – se vuole competere con il vicino di vetrina – al riposo e al tempo in famiglia. A santificare la festa in seno agli affetti, a godersi il tempo libero che è anche e soprattutto il tempo del pensiero e dello spirito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Insomma, comunque la si guardi quel che si guadagna aprendo la domenica in termini economici – sempre ammesso che qualcosa si guadagni... – lo si perde in serenità. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I dati confermano che il Salva Italia ha salvato poco: secondo Confesercenti, nel 2013 hanno chiuso 153mila piccole imprese e 23mila nei primi tre mesi di quest’anno. Guardare avanti non conforta: le previsioni dicono che nel giro di cinque anni ci ritroveremo con 80mila pmi in meno. Si impoverisce chi è costretto a chiudere i battenti ma si impoveriscono anche i centri cittadini, dove la desertificazione commerciale avanza. Le piazze dove si trascorrono i pomeriggi festivi sono ormai quelle – posticce – dei grandi centri commerciali. Dove la gente circola anche se ha le tasche vuote. Perché i soldi continuano a scarseggiare: se nel 2012 le famiglie avevano abbattuto la spesa per 40 miliardi euro, quest’anno saranno costrette a tirare ancora la cinghia rinunciando a spenderne altri 13mila. La vendita al dettaglio lo scorso anno è scesa del 25%, e si attesta già a -6% nel primo scorcio del 2013.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’unica ad avvantaggiarsi della liberalizzazione è stata la grande distribuzione. I dipendenti ce l’hanno scritto nel contratto che la domenica è considerata giorno lavorativo. E neppure tanto ben pagato. </description><enclosure url="http://www.avvenire.it/Economia/PublishingImages/ImmaginiArticolo/9b2f8d23eb_37746569.jpg" length="" type="image/jpeg" /><pubDate>Fri, 17 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author>Amelia Elia</author></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/domenica-senza-shopping-perche-si-intervista-a-cobolli-gigli.aspx</guid><category>Economia</category><title>Cobolli Gigli: «È una questione di libertà Più aperture, più benefici per tutti»</title><subtitle>Cobolli Gigli: «È una questione di libertà Più aperture, più benefici per tutti»</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/domenica-senza-shopping-perche-si-intervista-a-cobolli-gigli.aspx</link><description>«È una questione di libertà imprenditoriale. E può fare da volano per una ripresa dei consumi e dell’occupazione». Giovanni Cobolli Gigli, presidente di Federdistribuzione, la federazione della grande distribuzione organizzata difende la scelta di liberalizzare completamente le aperture domenicali e festive dei negozi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Ma davvero è utile poter tenere aperti gli esercizi commerciali per 365 giorni l’anno, domeniche e festività comprese?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Non c’è ovviamente un obbligo a tenere aperti i negozi sette giorni su sette e oggi le situazioni sono già diversificate. È importante che sia salvaguardata la libertà dell’imprenditore di poter modulare le aperture a seconda della sua strategia commerciale e del target di clientela. Dire che così i negozi restano aperti 365 giorni all’anno, 24 ore su 24, è una forzatura. Il nostro obiettivo è migliorare il servizio nei confronti del cittadino-consumatore. E le aperture domenicali rappresentano un’opportunità per tutti: commercianti, clienti, lavoratori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Buona parte dei negozianti, in particolare gli esercizi più piccoli, non sembra d’accordo. Lamentano una sorta di &amp;quot;concorrenza sleale&amp;quot; dei centri commerciali.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Che i piccoli negozi siano in difficoltà non v’è dubbio. Ma dalle ricerche che abbiamo fatto svolgere alla società Tradelab è emerso come lo spostamento di clientela da piccoli negozi ai centri commerciali sia marginale. Difficilmente il consumatore &amp;quot;tradisce&amp;quot; il suo negozio di riferimento. Piuttosto la concorrenza è orizzontale: piccolo contro piccolo, grande contro grande. Chi, come la Confesercenti, enfatizza solo le chiusure di negozi dimentica che assistiamo anche a migliaia di nuove aperture. Da parte di imprenditori giovani, stranieri oppure di ambulanti. Il calo complessivo di esercizi commerciali nel 2012 è stato dello 0,6%&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Sostenete che con le aperture domenicali cresce l’occupazione, ma i sindacati di settore negano risultati significativi.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Noi stimiamo che con le aperture domenicali la grande distribuzione moderna abbia creato 2.500 nuovi posti di lavoro, prevalentemente attraverso contratti part-time a tempo determinato. Soprattutto giovani che possono così contare su un reddito di 400 euro lordi al mese. Nei prossimi giorni una grande catena dell’abbigliamento annuncerà, anche grazie all’opportunità offerta dalle aperture domenicali, un piano di reclutamento per 4.800 persone in Italia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Eppure le lamentele da parte dei dipendenti delle grandi catene per il lavoro domenicale sono fortissime. Non riescono a conciliare vita familiare e professionale, non riescono a vedere i figli...&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Le lamentele mi pare siano più dei sindacati e delle associazioni imprenditoriali che non dei lavoratori e dei dettaglianti. Il 50% dei dipendenti che lavora la domenica lo fa volontariamente, anche attratto dalla maggiorazione del 30% in busta paga. Piuttosto metterei in evidenza come molte famiglie trovino comodo e utile poter fare tutti assieme alla domenica gli acquisti importanti: scegliere dei mobili, comprare un’auto o anche solo fare la spesa settimanale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Ma non crede che sia esagerato e dannoso far lavorare i dipendenti durante le festività religiose e civili? &lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;Ormai per non lavorare, i dipendenti della Gdo sono costretti a scioperare il 1° maggio o a Pasqua...&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Ho grande rispetto per le festività civili e più ancora per quelle religiose. Qualche catena è rimasta aperta mezza giornata a Natale o a Pasqua. Quanto al 1° maggio o al 25 aprile, i sindacati hanno proclamato lo sciopero, ma nessun lavoratore vi ha aderito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Non mi risulta. Ma, più in generale, non crede che trasformare la domenica in un giorno di shopping qualsiasi possa modificare il nostro modello sociale?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;In Italia lavorano normalmente la domenica più di 3 milioni di persone, tra servizi essenziali e no. La società sta cambiando per moltissimi motivi, non ultima la crisi, e a noi credo stia il compito di agevolare il più possibile il cittadino-consumatore. Da un’indagine che abbiamo commissionato all’Ispo è emerso che il 65% degli intervistati è favorevole alle aperture domenicali e il 62% la domenica compie acquisti aggiuntivi.</description><pubDate>Fri, 17 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author>Francesco Riccardi</author></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/shopping-domenicale-perche-no-raineri-cosi-non-si-risolve-la-crisi.aspx</guid><category>Economia</category><title>Raineri: «Così non si risolve la crisi E si creano problemi ai dipendenti»</title><subtitle>Raineri: «Così non si risolve la crisi E si creano problemi ai dipendenti»</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/shopping-domenicale-perche-no-raineri-cosi-non-si-risolve-la-crisi.aspx</link><description>Le aperture domenicali generalizzate non risolvono i problemi del commercio, mentre ne creano di pesanti per i lavoratori». Pierangelo Raineri, confermato l’altro ieri segretario generale della Fisascat, il sindacato del commercio della Cisl, spiega così l’obiezione alla liberalizzazione totale delle aperture festive.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Quali problemi non risolvono e quali creano?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;La crisi dei consumi non si batte certo aumentando i giorni o gli orari di apertura. Dipende infatti dal calo del reddito disponibile delle famiglie. L’unico modo per favorire la crescita degli acquisti sarebbe dunque poter assicurare maggiori entrate ai cittadini-consumatori. E per farlo occorre da un lato far ripartire lo sviluppo economico e dall’altro diminuire la pressione fiscale, in particolare sui redditi da lavoro dipendente e da pensione. Quanto invece ai lavoratori, l’apertura nei festivi e in tutte o quasi le domeniche comporta un grave nocumento alla vita familiare. Madri e padri lamentano di avere molti meno momenti liberi da passare assieme ai figli, hanno difficoltà a partecipare alle funzioni religiose e alla vita delle loro comunità, la socialità ne risente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Ma i lavoratori, obiettano le aziende, possono sempre recuperare il giorno di riposo in mezzo alla settimana...&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;È chiaro che non è la stessa cosa. I bambini durante la settimana sono a scuola, mentre la domenica sono a casa e vorrebbero passare il giorno con i genitori. Moltissime attività sociali si svolgono la domenica, proprio perché &amp;quot;normalmente&amp;quot; è il giorno in cui tutti non hanno impegni lavorativi, sono liberi. Per non parlare delle festività: non è la stessa cosa poter festeggiare la mattina di Natale o il mercoledì precedente... Non lavorare la domenica significa per un credente poter dedicare la giornata alla preghiera, alla riflessione, alla vita familiare e comunitaria. E, per chi non crede, comunque poter partecipare alla vita sociale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Secondo la Grande distribuzione organizzata, però, le aperture domenicali convengono economicamente e hanno prodotto occupazione aggiuntiva.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Sarei cauto. Complessivamente nel settore del terziario abbiamo perso posti di lavoro a causa della crisi economica. È vero che nella grande distribuzione i livelli occupazionali hanno tenuto, ma anche perché si sono potuti attivare gli ammortizzatori sociali. Comunque non sono i contratti per le aperture domenicali a fare la differenza in maniera significativa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Il sindacato viene accusato di essere poco moderno, legato a modelli passati...&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Non mi pare che difendere la domenica e le festività senza lavoro sia difendere il passato, quanto tutelare una libertà fondamentale della persona: quella al riposo e a una libertà sincronizzata con quella degli altri, a cominciare dai familiari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Eppure negli ultimi anni siete stati costretti a proclamare scioperi per garantire alcune festività ai lavoratori...&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Questo sì un ritorno al passato. Ma delle imprese, che non garantiscono ai dipendenti neppure la possibilità di festeggiare Natale, Pasqua o la Festa dei lavoratori. Perciò siamo stati costretti a proclamare gli scioperi in questi giorni, per tutelare la libertà di scelta dei lavoratori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Alcune imprese, in particolare quelle dei grandi centri commerciali, sostengono però che solo aprendo nei giorni festivi si torna ad attirare clientela, la gente è meglio disposta agli acquisti importanti, insomma si creano occasioni di sviluppo.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;A noi sembra di assistere soprattutto a un grande spostamento di consumi: dai piccoli negozi ai grandi centri, dai giorni infrasettimanali alla domenica. Sì, è vero alcune aperture festive attraggono clientela, ma è quella stessa clientela che poi il martedì successivo evita di fare la spesa al supermarket sotto casa, perché il problema principale resta sempre la drastica diminuzione del reddito disponibile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Ma il sindacato è &amp;quot;chiuso&amp;quot; a ogni ipotesi di apertura domenicale?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Niente affatto. Abbiamo sempre accettato di negoziare un numero ragionevole di aperture domenicali e festive, peraltro previste nei contratti collettivi. E siamo pronti, come sempre, a contrattare la flessibilità necessaria. Sediamoci a un tavolo con gli imprenditori e discutiamo le reali esigenze. Senza trincerarsi dietro una legge che ha portato una liberalizzazione selvaggia che non esiste nella quasi totalità dei Paesi europei.</description><pubDate>Fri, 17 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author>Francesco Riccardi</author></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/fiom-in-piazza.aspx</guid><category>Economia</category><title>La Fiom scende in piazza Landini: lavoro è priorità </title><subtitle>La Fiom scende in piazza Landini: lavoro è priorità </subtitle><link>http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/fiom-in-piazza.aspx</link><description>​Da piazza S.Giovanni si leva&lt;strong&gt; &lt;/strong&gt;il grido &amp;quot;sciopero generale&amp;quot; mentre si succedono gli interventi dal palco in occasione della manifestazione generale della Fiom e, mentre prende la parola il segretario confederale della Cgil, Nicola Nicolosi, non mancano i fischi. A breve concluderà la manifestazione il segretario generale dei metalmeccanici della Cgil &lt;strong&gt;Maurizio Landini&lt;/strong&gt;.&lt;div&gt;&amp;quot;A voi tutti e alla Fiom, grazie di esistere. È da tanti anni che penso che siate un baluardo per l'Italia e la penso ancora così&amp;quot;. Lo sta dicendo dal palco di piazza San Giovanni Gino Strada di Emegency - uno degli ex candidati di M5S al Quirinale - parlando dal palco della manifestazione della Fiom. Strada ha sottolineato che ogni giorno in Italia &amp;quot;ci sono 600 nuovi poveri&amp;quot;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I manifestanti della Fiom di Piazza S.Giovanni hanno accolto con un'ovazione il giurista&lt;strong&gt; &lt;/strong&gt;Stefano Rodotà - candidato per i Cinque Stelle al Quirinale - che sta iniziando il suo intervento. A lui la Fiom ha dato la tessera onoraria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&amp;quot;La Fiom in questi anni si è battuta per i diritti di tutti, e ha tenuto alta questa bandiera, soprattutto nella vicenda di Pomigliano. La Fiom e voi tutti vi state battendo per i diritti dei più deboli, dei minacciati e di tutti coloro che adesso non hanno la forza di essere insieme per rivendicare il vivere civile e i diritti delle persone e dei lavoratori&amp;quot;. Lo ha detto il giurista Stefano Rodotà - ex candidato di M5S al Quirinale - parlando dal palco di piazza San Giovanni alla manifestazione della Fiom.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, torna a ribadire come interventi sull'Imu &amp;quot;non rappresentino una priorità&amp;quot;. Dalla testa del corteo per la manifestazione nazionale dei metalmeccanici della Cgil Landini spiega come l'Imu &amp;quot;non vada cancellata per tutti, ma solo per chi ha patrimoni inferiori&amp;quot;. Per Landini &amp;quot;son altre le priorità&amp;quot;: dall'impedire un nuovo aumento dell'Iva a ridurre la tassazione sul lavoro dipendente, passando per la lotta all'evasione fiscale. Tutti &amp;quot;temi di cui non si sente tanto discutere ancora&amp;quot; aggiunge. Insomma per la Fiom l'emergenza resta il lavoro, &amp;quot;la difesa e la creazione di nuovi posti&amp;quot;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Landini non da numeri ai partecipanti della manifestazione nazionale indetta dal sindacato a Roma. Ma a chi gli chiedeva se le presenze fossero stimabili intorno alle 50.000 persone, risponde: &amp;quot;sono molti di più&amp;quot;. Intanto la testa del corteo della Fiom è appena arrivata in piazza San Giovanni, dove è allestito il palco, in cui si succederanno gli interventi, che saranno conclusi da Landini verso le 14.30.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al corteo partecipano lavoratori, metalmeccanici, esodati e molti giovani. Per Sel sono presenti il capogruppo alla Camera Gennaro Migliore e Titti di Salvo. C'é anche l'ex tuta bianca Luca Casarini e è atteso, a quanto si è appreso, anche il segretario del Partito Democratico Guglielmo Epifani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&amp;quot;Oggi più che mai bisogna rompere il destino di solitudine, di disoccupazione e di povertà che ha portato a drammatiche scelte dei lavoratori e di intere famiglie che hanno deciso di darsi fuoco: è urgente uscire da una crisi che sta uccidendo una democrazia europea e per fare questo la dignità del lavoro deve tornare ad essere centrale&amp;quot;. Lo ha detto il leader di Sel Nichi Vendola al corteo.&amp;quot;Penso che chiunque non sia venuto ad una manifestazione come questa abbia perso un'occasione, perché la Fiom ci ricorda che non c'é nessuna ricetta buona se non si rimette al centro il lavoro e le chance di futuro per i giovani&amp;quot;. Così Vendola risponde a chi gli chiede dell'assenza del segretario del Pd Guglielmo Epifani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da piazza della Repubblica il corteo arriverà, attraverso le vie del centro, al palco di Piazza San Giovanni, dove è previsto il comizio finale del segretario dei metalmeccanici della Cgil, Maurizio Landini. Tante le bandiere rosse e gli striscioni, dominati dallo slogan: &amp;quot;Non possiamo più aspettare&amp;quot;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'intervento conclusivo di Landini sarà preceduto, fra gli altri, da quelli di Stefano Rodotà, Gino Strada e Fiorella Mannoia. Questi sono solo alcuni dei nomi di chi prenderà la parola al palco di piazza San Giovanni, dove non mancherà la musica, che per l'occasione sarà targata dai metalmeccanici. Saranno infatti proprio gli operai della Fiom a cantare e suonare. Landini ha in questi giorni più volte ripetuto che non si tratta di una manifestazione &amp;quot;contro qualcuno&amp;quot; ma per il lavoro e il cambiamento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci sono le operaie di Bologna dietro uno striscione con su scritto: &amp;quot;Basta, non possiamo più aspettare. Fiom-Cgil&amp;quot;, ad aprire il corteo della Fiom. La partecipazione è molto alta, solo dall'Emilia sono arrivati 40 pullman, 14 solo da Bologna.&lt;/div&gt;</description><pubDate>Fri, 17 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author /></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/Zamagni-tempo-economia-civile.aspx</guid><category>Economia</category><title>L'economista Zamagni:  «E' tempo di economia civile»</title><subtitle>L'economista Zamagni:  «E' tempo di economia civile»</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/Zamagni-tempo-economia-civile.aspx</link><description>La crisi dimostra il fallimento dei modelli economici che hanno dominato negli ultimi decenni e prova che è ormai necessario riscrivere i manuali di economia. C’è un contesto nuovo ed è il modello dell’economia civile di mercato ciò a cui dobbiamo guardare». L’economista Stefano Zamagni è stato tra i primi in Italia a riscoprire il valore e la modernità di quella che nel ’700 Antonio Genovesi battezzava col nome di &amp;quot;economia civile&amp;quot;, attualizzando l’idea che l’&lt;em&gt;homo oeconomicus&lt;/em&gt; si debba nutrire anche di relazioni, motivazioni, fiducia, e che l’attività economica abbia bisogno di virtù civili, di tendere al bene comune più che alla ricerca di soddisfazioni individuali. Concetti verso i quali sta crescendo l’attenzione in tutto il mondo, e che risuonano nelle parole pronunciate ieri da Papa Francesco sulla tirannia del denaro come dato di questa crisi finanziaria, caratterizzata dal rifiuto dell’etica e della solidarietà, dalla negazione del primato dell’uomo. Ora i princìpi di un nuovo possibile modo di agire nel mercato, nel rispetto della persona umana, potranno essere diffusi in modo più strutturato grazie alla nascita di una scuola dedicata, la «Sec - Scuola di economia civile», che si celebra domenica a Incisa Valdarno (Firenze), e della quale Zamagni è presidente del comitato scientifico d’indirizzo.&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Professore, perché oggi c’è bisogno di ripartire guardando all’economia civile?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Il dato di partenza è la crisi del modello neoliberista teorizzato che ha dominato negli ultimi 50 anni. È una visione che dicotomizza la società, definendo il mercato come il luogo dell’utilitarismo e lasciando ad altri ambiti della vita sociale questioni come l’altruismo e la filantropia. Un modello che rappresenta il massimo dell’irresponsabilità. Ma anche l’economia sociale di mercato di marca tedesca, dove lo Stato supplisce ai limiti del libero mercato, è entrato in crisi: può funzionare per la Germania, ma non per altri Paesi, come stiamo vedendo in Italia, in Gran Bretagna o altrove.&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Cosa si intende per economia civile, e in che cosa supera altri modelli?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;L’economia civile non contrappone Stato e mercato o mercato e società civile, cioè non prevede codici differenti di azione, ma in linea con la Dottrina sociale della Chiesa punta a unirli. Inoltre teorizza che anche nella normale attività di impresa vi debba essere spazio per concetti come reciprocità, rispetto della persona, simpatia. Oggi invece si ritiene ancora che l’impresa possa operare nel mercato come meglio crede, o non rispettare in pieno la dignità dei lavoratori, e poi magari fare della filantropia oppure concedere in cambio il nido per i figli dei dipendenti. Ecco, non dovrebbe funzionare così. Un altro aspetto riguarda la società civile organizzata – cooperative sociali, associazioni di promozione sociale, fondazioni – che non viene confinata al ruolo di soggetto incaricato di ridistribuire il sovrappiù, come in altri sistemi economici, ma è valorizzata come soggetto economico vero e proprio, messa al lavoro.&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;A proposito di lavoro, quali risposte si possono dare di fronte a una realtà che presenta situazione drammatiche, in particolare per i giovani?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Sappiamo che il capitalismo oggi non riesce a occupare più dell’80% della forza lavoro. Il problema è che cosa fare con l’altro 20%. Li abbandoniamo condannandoli alla precarietà eterna, oppure concediamo sussidi che in ogni caso prima o poi finiscono? La risposta degli economisti civili è diversa e porta a considerare forme di impresa, come ad esempio le cooperative sociali, alle quali affidare il compito di garantire la piena occupazione del sistema, orientandole sull’offerta di beni comuni, beni pubblici e beni relazionali.&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Questo vuol dire che la società civile diventa protagonista di un nuovo modello di Stato sociale?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Sì, perché tanto il modello neoliberista quanto quello socialdemocratico di welfare non funzionano più. Il primo non assicura l’universalità dello Stato sociale, l’altro non garantisce la qualità. La soluzione è il welfare civile, fondato sul principio di sussidiarietà circolare, cioè sulla collaborazione tra tre soggetti: ente pubblico, imprese e società civile (o Terzo settore). Una risposta efficace ai vincoli di bilancio. Non è una questione di principio, ma una necessità. È un approccio anti-ideologico, un’idea nuova di economia e di società. Anche la Gran Bretagna, con la Big Society, sta guardando a questa soluzione. Che appartiene già alla realtà e alla tradizione italiana. Si tratta solo di riscoprirla e valorizzarla. La Scuola nasce per questo.&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;A chi si rivolge la Scuola di economia civile?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;A manager e imprenditori che desiderano cambiare il modo di fare impresa o ai giovani stanchi di studiare una teoria economica che fa acqua da tutte le parti. E poi agli amministratori locali interessati a trovare nuove strade per coniugare la carenza di risorse con la necessità di offrire servizi di qualità a tutta la popolazione. L’attività partirà dall’autunno, al progetto hanno già aderito una quarantina di accademici in tutta Italia. L’ambizione è aprire una nuova stagione del pensiero economico.</description><pubDate>Thu, 16 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author>Massimo Calvi</author></item></channel></rss>